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Speciale Processo Dell’Utri. Oggi i giudici in camera di consiglio


«Si dice che questo sia il processo dei pentiti. E dove le mettiamo allora le testimonianze, i documenti, gli interrogatori, le intercettazioni? I difensori sostengono che tutte le dichiarazioni dei pentiti siano successive al 1994, successive quindi alla discesa in politica di Silvio Berlusconi e alle notizie di stampa sulle indagini a suo carico. Ma a questo punto si dovrebbe dimostrare che i pentiti hanno iniziato a collaborare prima del 1994 e a parlare di Berlusconi e dell’Utri dopo questa data, ma questo non è mai stato dimostrato» (Il pg Antonino Gatto stamattina in aula)


Dopo le arringhe degli avvocati e le repliche del pg, la Corte deciderà la sentenza. La storia del processo, le prove cestinate, la biografia dei giudici, la requisitoria del pg e la difesa di Dell’Utri. Tutti i dettagli del processo più importante degli ultimi anni raccontati da AgoraVox.
Speciale Processo Dell'Utri. Oggi i giudici in camera di consiglio
Ancora poche ore e Dell’Utri conoscerà il suo destino. Stamattina alle nove nell’aula b2 del carcere di Pagliarelli avrà luogo l’ultima udienza del processo d’Appello al senatore del Pdl condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Il suo vecchio coimputato, Gaetano Cinà, amico storico del senatore, l’uomo che regalò a Berlusconi una cassata da cinque chili con lo stemma del biscione disegnato sopra, è deceduto dopo la condanna per mafia in primo grado.

Secondo i giudici del Tribunale, Dell’Utri avrebbe ricoperto un «ruolo […] di costante mediazione […] tra quel sodalizio criminoso, il più pericoloso e sanguinario nel panorama delle organizzazioni criminali operanti al mondo, e gli ambienti imprenditoriali milanesi con particolare riferimento al gruppo Fininvest» e una «funzione di “garanzia” svolta nei confronti di Silvio Berlusconi». Nell’insieme «la pluralità dell’attività posta in essere ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico, e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di Cosa Nostra alla quale è stata, tra l’altro, offerta l’opportunità, sempre con la mediazione di Dell’Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell’economia e della finanza, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che, latu sensu, politica». Fin qui le conclusioni a cui è giunto il Tribunale al termine del processo di primo grado. Qui potete trovare una sintesi delle motivazioni della sentenza.

Oggi la Corte ascolterà l’ultima parte delle arringhe dei difensori, che chiedono l’assoluzione nel merito, le eventuali dichiarazioni spontanee dell’imputato (gli avvocati del senatore ne hanno valutato ieri sera l’opportunità e assicurano che, nel caso, saranno stringate e che Dell’Utri, molto probabilmente, assisterà in ogni caso all’udienza) e le repliche del procuratore generale. Poi i giudici si ritireranno in camera di consiglio per decidere la sentenza.

Il processo

Le indagini sulle ombre siciliane di Berlusconi e Dell’Utri iniziano già negli anni ’80. A quegli anni risale anche un’indagine per traffico di stupefacenti a carico dei due, poi archiviata. Già nel febbraio del 1994 venne pubblicato “Inchiesta sul signor TV”, di Giovanni Ruggeri e Mario Guarino, il primo libro sul passato sospetto di Berlusconi che raccontava i rapporti tra Dell’Utri, Mangano, Cinà e lo stesso Cavaliere. Ma la prima formulazione sistematica delle accuse di contiguità mafiosa risale a quindici anni fa, quando nel luglio del 1995, in seguito alle dichiarazioni rese sul conto del Cavaliere dai pentiti Cancemi, Mutolo, Di Carlo, Ganci, Anzelmo, ma soprattutto dopo le dichiarazioni rese dal mafioso nonché esponente Dc Gioacchino Pennino, la DDA della Procura di Palermo, allora guidata da Giancarlo Caselli, iscrisse sul registro degli indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Non li chiamò per nome, ma in sigla: XXXXX e YYYYY. Nomi in codice, X e Y, che sarebbero dovuti servire a evitare fughe di notizie che, però, a un anno di distanza partirono lo stesso dall’interno della Procura. Le indagini a carico di Berlusconi, che nel tempo si moltiplicarono (cinque, sempre all’interno dello stesso fascicolo, per concorso esterno e riciclaggio) vennero tutte archiviate per scadenza dei termini d’indagine, mentre quelle a carico di Dell’Utri confluirono nelle centinaia di migliaia di pagine dei faldoni che oggi fanno parte del processo che ha portato, nel 2004, alla sua condanna a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

La sentenza di primo grado venne appellata sia dall’accusa, che chiese pena «equa ed adeguata», ovvero undici anni, proponendo ulteriori prove a carico del senatore (gran parte delle quali, però, non è stata ammessa nel processo dalla Corte), sia dalla difesa che, al contrario, chiese l’assoluzione nel merito del senatore. Il processo d’Appello, iniziato quattro anni fa, nel giugno del 2006, ha visto sempre spostare l’orizzonte della sua fine per via di innumerevoli richieste di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale (acquisizione di nuove prove nel processo) promosse sia dall’accusa che dalla difesa. Ora, finalmente, è arrivato alla conclusione. Privo, però, di documenti e prove scottanti.

Le prove mancate

Indagando le cause dell’eliminazione di Roberto Calvi, banchiere del Banco Ambrosiano, la Procura di Roma aveva incaricato di una perizia un funzionario della Banca D’Italia, Francesco Giuffrida, lo stesso tecnico di cui si era avvalsa la Procura di Palermo nel tentativo di risalire alle misteriose origini delle fortune del Cavaliere. Giuffrida ha scoperto «che numerose operazioni del gruppo facente capo al Banco Ambrosiano sono state effettuate utilizzando società della “costellazione estera” del gruppo» Fininvest. Così l’accusa aveva chiesto di esaminare nel processo sia il dott. Giuffrida che Carlo Calvi, figlio del banchiere, che ai magistrati di Roma raccontò: «Mio padre fece dei riferimenti generici al fatto che tra i beneficiari dei finanziamenti della BNL di cui ho appena detto vi erano anche società del gruppo Fininvest». Richiesta respinta.

Vito Roberto Palazzolo, organico di Cosa Nostra vicino ai corleonesi, uomo di Provenzano, parla con sua sorella Sara. Lei ha bisogno di alleggerire la posizione processuale del fratello e di «ammorbidire le richieste di assistenza internazionale»: suo fratello Vito, infatti, vive in Africa da molti anni sotto falso nome, ma in Italia è ancora imputato per mafia. Decide di farsi aiutare, come dimostrano le otto intercettazioni presentate dalla procura, da Marcello Dell’Utri. Al telefono, parlando di Dell’Utri, Sara dice a Roberto: «Non devi convertirlo, è già convertito». Il pg ha chiesto l’acquisizione di queste telefonate e l’esame di Vito Roberto e Maria Rosaria Palazzolo «per sapere cosa il primo volesse dire con quell’espressione [“Non devi convertirlo, è già convertito”, nda] e cosa, di conseguenza, avesse inteso la sorella». Richiesta respinta.

Il pentito Francesco Di Carlo ha raccontato di avere partecipato ad un incontro con Berlusconi in un ristorante di Milano. A questo incontro avrebbe preso parte anche una segretaria. Il pg chiede l’esame di Di Carlo per potere identificare e poi interrogare questa segretaria per riscontrare ulteriormente le dichiarazioni del pentito. Richiesta respinta.

Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Don Vito, ha riconosciuto davanti ai magistrati di Palermo un pizzino con cui Bernardo Provenzano chiedeva a Berlusconi di «mettere a disposizione una delle sue reti televisive» offrendo in cambio appoggio politico e garanzie per l’incolumità dei suoi figli. Racconta anche che ci furono altre due lettere, sempre di Provenzano, indirizzate a Berlusconi in periodi diversi. Il pg chiede di acquisire nel processo quel pizzino e di interrogare Massimo Ciancimino. Richiesta respinta.

Il pg non si arrende e ci riprova. Interrogato in un altro processo, Massimo Ciancimino racconta la trattativa tra Stato e mafia rivelando l’interessamento di Cosa nostra in Forza Italia e dei presunti investimenti della mafia siciliana in Finivest. A supporto delle sue dichiarazioni consegna diverse carte, tra cui una lettera scritta dal padre indirizzata a Berlusconi e un appunto autografo del padre in cui si legge: «Calvi-Buscemi-Dell’Utri». È una mappa del denaro: i soldi sarebbero transitati da Roberto Calvi a Marcello Dell’Utri per il tramite di Buscemi, prestanome e intermediario di Vito Ciancimino. Nessuno lo ha notato, ma questo documento è una conferma dei rapporti tra Roberto Calvi e gli ambienti della Fininvest affiorati dalle investigazioni di Giuffrida e dalle parole di Carlo Calvi e potrebbe provare, per di più, il ruolo diretto di Dell’Utri in questa intermediazione. Il pg chiede di acquisire questi documenti e di interrogare Ciancimino. Richiesta respinta.

Sarà un caso, ma uno dei tre giudici della Corte che ha rigettato quelle richieste sarebbe stato un vecchio compagno di merende di Vito Ciancimino.

I giudici

Il collegio della seconda sezione penale della Corte di Appello di Palermo che giudicherà Dell’Utri si compone di tre magistrati: un presidente, Claudio Dall’Acqua, e due giudici a latere, Sergio La Commare e Salvatore Borresi. Di quest’ultimo Massimo Ciancimino ha raccontato che, prima di diventare magistrato, sarebbe stato un assiduo frequentatore del tavolo di poker di suo padre Don Vito. Il suo collega, La Commare, invece, è noto alle cronache per la sua “pigrizia" professionale che gli costò una sanzione disciplinare da parte del Csm: nel 1993, quando faceva il Gip, La Commare, che non aveva voglia di affrontare una «noiosa camera di consiglio» scrisse un biglietto al pm perché gli facesse un riassuntino di «due righe, perché argomentare in senso contrario [alla difesa, nda] comporta l’attento esame del fascicolo, che è ponderoso».

Sul presidente Dall’Acqua, invece, non ricadono sospetti di superficialità o collusione, ma corrono lo stesso voci per via dei suoi due figli. Uno, Riccardo, è un ingegnere, occupato fino a poco tempo fa in un’azienda collegata alla “Aedilia Venusta”, società espulsa da Confindustria per mafia il cui titolare è stato arrestato per riciclaggio. L’altro, Fabrizio, dopo una lunga gavetta trascorsa in diversi paesi della provincia di Palermo è diventato, nel 2008, segretario comunale di Trapani e, questo 18 gennaio, è stato chiamato fiduciariamente dal sindaco Pdl di Palermo, Diego Cammarata, alla segreteria generale del comune. Venerdì scorso la Corte, con un’iniziativa inedita nella storia giudiziaria italiana, ha aperto l’udienza con un comunicato in cui precisa, per via «delle considerazioni anche da ultimo diffuse dalla stampa», «l’assoluta indifferenza di ciascuno dei suoi componenti ad ogni valutazione esterna» e che continuerà a trattare il processo «con spirito di assoluta indipendenza e autonomia di giudizio dovendo rispondere esclusivamente alla legge e alla propria coscienza di giudici terzi».

I giornalisti

Nonostante che gli avvocati abbiano denunciato la «sovraesposizione mediatica» del processo «assediato da una serie di aggressioni, di incursioni mediatiche», l’aula non è stata molto frequentata dai giornalisti. Fino alla richiesta del procuratore generale, la scorsa estate, di esaminare nel processo Massimo Ciancimino, oltre all’Ansa, soltanto AgoraVox e Antimafia Duemila (per la formidabile penna di Monica Centofante) seguivano costantemente il processo (onore al merito, anche Daniele Martinelli, da un po’, aveva iniziato a seguirlo per il suo blog e per quello di Antonio Di Pietro).

È stato soltanto dopo quella richiesta del pg su Ciancimino che i giornalisti hanno iniziato a frequentare davvero il processo. Per arrivare, il giorno dell’esame di Spatuzza, a un’udienza davvero «surreale», come l’ha definita l’avvocato Sammarco, trasmessa in mondovisione e seguita da duecento giornalisti che avevano preso d’assedio, per una volta davvero, l’aula bunker più grande di Torino che ospitava l’udienza quella volta in trasferta. Ora, alla vigilia della sentenza, riflettori e taccuini sono puntati sul carcere di Pagliarelli dove domani la Corte si ritirerà in camera di consiglio.


Il Dvd

È in edicola da stamattina, con Il Fatto Quotidiano, il documentario “Sotto scacco”, di Udo Gumpel e Marco Lillo. Il Dvd ricostruisce in due ore la storia della trattativa tra Stato e mafia durante la seconda Repubblica e quella della nascita di Forza Italia, senza farsi mancare notizie inedite. Nel documentario si possono finalmente vedere le immagini del processo di appello a Marcello Dell’Utri: la requisitoria del procuratore generale, la testimonianza di Spatuzza, le arringhe difensive dell’avvocato Sammarco. «A prescindere dall’esito giudiziario, grazie al Fatto Quotidiano, sarà possibile vedere le immagini del processo più importante degli ultimi anni, ignorate dai media. Le accuse di Filippo Alberto Rapisarda (impressionante la sua testimonianza inedita del 1998 sugli inizi del Cavaliere); i rapporti di Berlusconi con il fattore Vittorio Mangano e quelli del senatore Dell’Utri con i fratelli Graviano sono sviscerati come mai è stato fatto in tv».

Frasi celebri

“A me della politica non frega niente. Mi difendo con la politica, sono costretto. Mi candidai alle elezioni del 1996 per proteggermi. Infatti, subito dopo, è arrivato il mandato d’arresto.” (Marcello Dell’Utri, Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2010)

“Mangano è un eroe.” (Marcello Dell’Utri parla di Vittorio Mangano, condannato per mafia, droga e duplice omicidio, la Repubblica, 8 aprile 2008)

“Questo [Massimo] Ciancimino è uno strano. Lo sanno tutti, a Palermo. E il figlio scemo della famiglia Ciancimino… Non scemo, diciamo che è uno particolarmente labile. Ha un fratello, a Milano, che è una persona dignitosissima, infatti non parla neanche.” (Marcello Dell’Utri , Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2010)

“Ma lei dove vive? Che cosa fa nella vita lei? […] Ma che cazzo sta dicendo lei? Ma se ne vada!” (Marcello Dell’Utri a una giornalista che gli chiede perché il pentito Spatuzza non è credibile in quanto condannato per omicidi mentre Mangano, condannato per omicidi, lo è, udienza del 4 dicembre 2009)

“Le buone persone non sanno niente. Le persone più sono cattive, più cose sanno.” (Antonino Gatto, procuratore generale, udienza del 4 dicembre 2009)

“Non esiste la mafia! Cosa c’è, un posto dove lei va a bussare? Permette? Qui c’è la mafia? Chi è il direttore generale? Non esiste!” (Marcello Dell’Utri a Piero Chiambretti)

“Sempre, tra le tante sofferenze che attendono il giudice giusto, vi è anche quella di sentirsi accusare, quando non è disposto a servire una fazione, di essere al servizio della fazione contraria.” (Piero Calamandrei, Elogio dei giudici scritto da un avvocato, 1935)

Le storie

Le elezioni europee del ’99
Ciancimino, figlio che parla
Spatuzza, mafioso che parla
Cirfeta, due volte pentito (Parte 1) - (Parte 2)

La requisitoria

Gli anni di Arcore e di Vittorio Mangano 
Il pizzo delle antenne
La tentata estorsione a Vincenzo Garraffa
I Graviano e la raccomandazione di D’Agostino al Milan
I Graviano e il ruolo politico di Dell’Utri
Spatuzza è attendibile
Le dichiarazioni di Spatuzza

La difesa

Mangano, droga, affari e cavalli
Fininvest, la mafia e l’uomo di Ciancimino
I giornalisti che danno fastidio
I pentiti non fanno testo

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Autore

Federico Pignalberi

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