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Antifascismo | La sinistra e la trappola rossobruna: disarmati allo scontro antropologico

Attorno all’antifascismo si giocano oggi molte partite politiche che schierano i loro bravi tifosi sulle gradinate opposte della confusa contemporaneità italiana.

 

Da una parte c’è chi grida al ritorno delle camicie nere e agita lo spauracchio del Duce, riprodotto in effige su bottiglie di vino o sui cartelloni di uno stabilimento balneare. 

«Tutte minchiate» ha chiosato, tranchant come sempre, Pietrangelo Buttafuoco.

Sulla curva opposta quelli che denunciano l’isteria dei nipotini dell’antifascismo duro e puro, recuperato dal baule dei ricordi in mancanza di meglio.

Poi si intravedono anche argomentazioni più circostanziate dal vago sapore di gauche radicale (e destinate a far breccia proprio negli ambienti della gauche radicale) dove si denuncia lo strumentale spauracchio di un neofascismo «evanescente, ridicolo, buffonesco che con la sua sola caricaturale esistenza permette ad un’altrettanta cialtronesca controparte di continuare ad esistere».

E l’autore, preso da sconforto per tanta futilità, si commuove fino a lacrime (accorate quanto fasulle): «piange il cuore a pensarlo, ma è innegabile che la sinistra italiana esiste, oramai, solo in funzione anti qualcosa, solo in campagna elettorale, solo per nascondere il suo tradimento della “classe proletaria”. Un lungo e inglorioso crepuscolo quello della sinistra italiana che ieri come oggi è costretta a fabbricarsi dei nemici per poter continuare a giustificare le proprie colpe e i propri stipendi».

Una sintesi un po' brutale, con una sua logica e condivisa in una qualche misura anche in altri ambienti dove «uno dice che per il Pd i neofascisti sono manna caduta dal cielo o da chi sa dove».

Basta poco per scoprire che la prima denuncia, apparentemente di sinistra, in realtà viene da una testata di quell’ambigua area del rossobrunismo di antica derivazione nazimaoista (come avremmo detto una volta).

Il che rende palese il giochetto: pur con molti ragionevolissimi argomenti, si vuole svuotare di senso l’antifascismo - definito sprezzantemente “da operetta” - per occultare dietro il reale o presunto uso strumentale del tema da parte della sinistra, l’emergere quantomai reale di un fascismo nuovo, tanto più pericoloso quanto più offuscato, brumoso, non compreso; in cui le parole d’ordine - lo ricorda lo storico Claudio Vercelli - rimandano «al radicalismo dell’identità, inteso come un legame non più basato sulla cittadinanza repubblicana ma sull’analogia "di stirpe" e sulla reciprocità etnica».

Così, mentre a sinistra si chiede di perseguire i nostalgici del Duce e della repubblichetta di Salò - agire politico sacrosanto, ma estremamente parziale - lo schema fascismo/antifascismo mostra la corda logora del tornaconto elettorale, mentre quello che va impunemente radicandosi nella società europea è una nuova, violenta e ben più inquietante reazione antidemocratica. Che raggiunge punte di eccezionale gravità nei paesi dell’ex area sovietica (il che imporrebbe qualche bella riflessione agli esperti di antropologia politica).

Una reazione che fonde motivazioni economiche e posizioni politiche condivise con la sinistra radicale (anticapitalismo, antiglobalismo, antimperialismo, antiamericanismo, antiatlantismo) con tematiche sociali che rivelano un’essenza prettamente di destra, destinate a declinarsi poi nelle forme che abbiamo visto nell’America della Alt-right - suprematismo, misoginia, antisemitismo, xenofobia - o nella manifestazione apertamente razzista di Varsavia o ancora nell'inquietante Ungheria di Victor Orbàn.

Per comprendere i contenuti di questo “nuovo fascismo” - niente affatto folkloristico e caricaturale - è giocoforza riferirsi alla Quarta Teoria Politica di Alexandr Dugin (fondamentale per capirne la portata internazionale, un testo della storica francese Marlene Laruelle, Eurasianism and the European Far Right: Reshaping the Europe-Russia Relationship, pubblicato da Lexington Books nel 2015).

Una proposta, quella di Dugin, che in altre occasioni ho definito come prettamente “reazionaria”; una reazione al liberalismo vincente, all’americanismo che ne è portatore, alla globalizzazione del pensiero unico, ma - a monte - reazione alle strutture portanti del mondo moderno, ai valori propri dell’illuminismo, fino alle fondamenta stesse del sistema democratico occidentale. Come si potrebbe dedurre dal suo intento progettuale, esplicitato in un’intervista a Il primato nazionale, quotidiano "sovranista" di Casa Pound: «vogliamo opporre al liberalismo vincitore qualcosa che vada oltre la modernità, auspicando il ritorno alla pre-modernità, al mondo tradizionale».

Ma a leggere con attenzione le parole dell’autore si nota un passaggio quasi esoterico, che obbliga a qualche riflessione più approfondita: «dobbiamo comprendere - dice il filosofo russo - che [il ritorno alla pre-modernità] non deve essere un “ritorno al tempo passato”, ma ai principi eterni della Tradizione (...) non è conservatorismo, ma è un appello all’eternità, nel cui contesto possiamo trovare la dimensione dell’uomo presente e futuro. Questa eternità è proprio ciò che viene negato dalla modernità e dal liberalismo (...) la pre-modernità di per sé non basta, perché quando viene concepita soltanto formalmente - e la Tradizione perde il suo senso eterno - è destinata a farsi superare dalla modernità, come già avvenuto quando ha perso il suo carattere esistenziale, vivente, ridotta ad una pura forma vuota senza contenuto sacro».

Sacro è, secondo la definizione data dalla Treccani, «ciò che è connesso, più o meno intimamente, con la divinità, con la religione e con i suoi misteri». Più specificamente, secondo Rudolf Otto che ne studiò le caratteristiche agli inizi del Novecento, qualcosa che appartiene ad una dimensione «ineffabile, in quanto assolutamente inaccessibile alla comprensione concettuale».

Dugin ritiene che il ritorno al sacro costituisca «un nuovo inizio» (declinato nei termini heideggeriani del Dasein) che agirebbe «in favore del fatto umano, concreto, pensante».

La primaria dimensione originale dell’essere umano - e qui si intuisce che “tradizione eterna” si riferisce alla realtà primaria ed originale dell’essere umano, ciò che fin dall’inizio del tempo (umano) ha marcato la diversità dell’uomo dagli altri animali - trova in Dugin la sua verità solo nell’ambito della riproposizione di una dimensione sacrale, inaccessibile alla comprensione concettuale, che costituirebbe la sua vera nascita, il “nuovo inizio”.

L’alienazione religiosa - nel senso mistico propugnato da Dugin, non in quello “formale” che lui stesso denuncia come potenzialmente succube alla Modernità razionalista - diventerebbe quindi la più alta espressione della verità umana proprio nel momento in cui esprime invece la massima violenza sulla realtà umana stessa. Violenza che letteralmente strappa all’uomo la sua dimensione più profonda, la realtà neonatale che vive unicamente di rapporto irrazionale con gli altri esseri umani e con il mondo, per sottometterlo al potere onnipotente di un inesistente ente preterumano creato dall’uomo stesso.

Inestimabile e diametralmente (oltre che radicalmente) opposta a quella di Dugin (e di Heidegger), la ricerca quarantennale dello psichiatra Massimo Fagioli fondata sulla scoperta dell’origine biologica della realtà psichica alla nascita in conseguenza della fisiologica pulsione di annullamento del neonato contro il mondo inanimato, atto di reazione alla luce che attiva la mente e fa, simultaneamente, la memoria/immagine della realtà omeostatica precedente, esperienza propria della biologia del corpo. In questo “fare” una memoria (traccia mnesica) sta tutta la creatività propria dell’essere umano che, da sé, crea la propria dimensione di essere “pensante” (dove il pensiero "per immagini" si costituisce come prima ed originale forma del pensare). L’uomo così non è più soggetto, per definizione teorica della nascita, alla categoria sempiterna dell’homo originariamente religiosus.

L’ideologia di Dugin, che - in nome della Tradizione - attribuisce al sacro trascendente ciò che è il fondamento primo dell’umano, propone la dimensione esattamente opposta alla realtà umana tanto quanto il “credere” è opposto al “pensare”. E non ci riferiamo al pensare adulto e verbalizzato - per questo sarebbe stata sufficiente la razionalità illuministica - quanto alla caratteristica originaria del “pensare” che è, in primis, la memoria/immagine dell’esperienza omeostatica, punta di diamante della teoria fagioliana.

L’impostazione ideologica di Alexandr Dugin con il suo «un appello all’eternità, nel cui contesto possiamo trovare la dimensione dell’uomo» di fatto non propone semplicemente un ritorno alla dimensione politica pre-illuministica (anche se questo potrebbe essere infine il portato politico della sua antropologia filosofica già visibile nella Russia post-zarista di Vladimir Putin) quanto il più totale annullamento delle dimensioni umane più profonde. Il totale annullamento della realtà umana stessa, che è impostazione ideologica più prossima al nazismo che al fascismo. Un post-nazismo filosofico a cui si ispirano i tanti post-fascismi attuali.

L’illuminismo - la “Modernità” nel lessico duginiano - ammalato di razionalismo come il suo frutto marxista più tardo, ha lasciata inalterata la questione dell’alienazione religiosa (senza peraltro riuscire più di tanto a tenere i fautori del vivere religioso lontani dalla vita pubblica). Si è limitato, con Georg Christoph Lichtenberg già alla metà del Settecento e con il più noto Ludwig Feuerbach un secolo dopo, a sostenere che l’uomo “creò dio a sua immagine e somiglianza”.

Hanno intuito l'essenza della religiosità - attribuire all'inesistente ciò che è caratteristica propria dell'esistente, la creatività - ma con una del tutto insufficiente elaborazione teorica sulla realtà umana e capaci solo, in conseguenza di questo vuoto teorico, di affermare la superiorità della Ragione sulla superstizioni religiose, separando alla meglio la vita pubblica dalla fede, relegata alla dimensione privata delle persone. Ma nulla più.

Non aver fatto i conti, al fondo, con il problema reale dell’alienazione religiosa è la responsabilità del razionalismo illuministico che ha così lasciato aperta la porta all’irruzione della reazione “sacra” che puntualmente si infila nel varco a presentare il conto ad una società teoricamente senza strumenti: che sia la Vandea controrivoluzionaria, lo pseudo-esoterismo nazista, il sostanziale cattolicesimo heideggeriano o, oggi, il nazibolscevismo eurasiatico di Dugin.

Questo è il problema dell'attualità.

E per questo, con gioiosa baldanza, i fan del Dio, Patria e Famiglia di ogni latitudine si danno un gran daffare a diffondere il sacro verbo e chiamano a raccolta per la battaglia contro «lo stesso nemico e lo stesso oppressore: la Modernità, che distrugge ogni società, la nostra come quella occidentale, quella islamica, quella indiana o quella cinese».

Pochi giorni fa a Chisinau - città dimenticata e tristemente famosa, in cui “ha avuto inizio il secolo dell’odio” con un massiccio pogrom antisemita già nel 1903 - si è tenuta una conferenza antiglobalista che ha visto la presenza, in buona sintonia, di molte formazioni della destra antieuro (fra cui la Lega) e della sinistra no-global europea.

L’attenzione - dice la stampa - non era rivolta tanto ai politici, quanto piuttosto ai filosofi. Fra cui spiccava, ovviamente, Alexandr Dugin.

La sinistra, già caduta in stato confusionale sull’antimodernismo di Martin Heidegger rischia di perdere del tutto quel po’ di identità storica rimasta, residuo dell'egemonia culturale gramsciana, e con essa perdere del tutto la testa finendo del tutto disarmata allo scontro antropologico con i portatori di un pensiero reazionario ben più elaborato.

Accontentandosi di essere acriticamente in compagnia di pensatori anticapitalisti, antiamericanisti o euroscettici rischia di collaborare al successo di una reazione che sarà pure no-global, ma che pregusta, come ha scritto Dugin, l’alba di un tragico «fascismo immenso».

 

P. s. Ho già parlato più volte della proposta teorica di Dugin: per cercare di afferrarne l’essenza, per evidenziare le connessioni tra il nuovo corso della Russia di Putin e l’americana Alt-right, poi in occasione delle elezioni vinte da Trump, per evidenziare il ruolo avuto da Steve Bannon nella scalata vincente di Trump; quindi nell’analisi della diffusione dei movimenti neonazisti europei, qui e ancora qui; infine per mettere in luce l’influenza del filosofo russo sulla convergenza tra destra e sinistra italiane e, in particolare, sulla mutazione antropologica della Lega.

Immagine: Cartooning for Peace

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