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Tre anni di AgoraVox, l’esempio di Piccinini

«Roberto ed io c’eravamo detti che mai avremmo lasciato la nostra terra. Promettemmo a noi stessi che non ce ne saremmo andati perché c’era ancora tanto da fare», raccontava Francesco Piccinini a Repubblica appena un mese dopo la nascita di AgoraVox in Italia. «Aver rotto quel patto mi brucia dentro. Desidero vedere cambiare Secondigliano e, se possibile, contribuire ad una rinascita insieme a tutti coloro che credono nelle rivoluzioni dal basso».

A più di tre anni di distanza da quell'intervista, Francesco lascia AgoraVox consapevole di avere realizzato quel sogno, «far partecipare dal basso le persone alla gestione delle loro vite», prima importando AgoraVox in Italia, poi lavorando duro per trasferirne la sede a Scampia.

Non è stato facile riuscirci: questi tre anni sono stati costellati di imprevisti, rallentamenti e ostacoli giganteschi per un giornale piccolo e quasi senza mezzi come questo. Piccinini si è dato da fare, soprattutto nei momenti più difficili. Ed è riuscito a portare il giornalismo partecipativo, che in Italia gli addetti ai lavori avevano sempre considerato di serie B e snobbato, in serie A, dimostrandone tutto il potenziale.

Il suo più grande merito è essere riuscito a difendere ad ogni costo l'indipendenza di AgoraVox, che poi è il suo principale punto di forza. Nemmeno una volta, in tre anni, mi sono sentito dire "questo non si scrive". Non è mai stata censurata, a me o a qualsiasi altro reporter, una notizia o un'opinione. Ci ha sempre lasciati liberi di scegliere in assoluta autonomia le storie da seguire e da raccontare. Ogni volta che l'ho chiamato per avvertirlo di avere per le mani notizie o documenti interessanti che però, per le persone che toccavano, ci esponevano al rischio di pesanti cause civili per diffamazione che in caso di soccombenza avrebbero potuto decretare la fine di AgoraVox, la sua risposta è sempre stata: «Pubblica tutto».
 
Non ha mai tolto nemmeno una riga a quello che ho scritto, neanche quando la lunghezza chilometrica di certi articoli avrebbe potuto giustificare il taglio. Non mi ha mai chiesto di nascondere fatti scomodi tra le righe o di alleggerire un aggettivo.
 
Ero presente quando, due anni fa, una persona amica riferì a Francesco, un po' imbarazzata, che alcuni mecenati facoltosi si erano offerti di finanziare il giornale se avesse smussato almeno un po' la linea politica di certi autori. Quelle donazioni avrebbero potuto essere indispensabili per la sopravvivenza di AgoraVox, ma Francesco non ci pensò su nemmeno un secondo. «Questo noi non lo possiamo fare», rispose.
 
Questi tre anni, sotto la sua guida, AgoraVox ha dimostrato di essere indipendente giorno dopo giorno. Siamo stati gli unici che, oltre a raccontare i tagli alla scuola del governo Berlusconi, sono andati a chiedere conto al Pd di quelli, non meno pesanti, del governo Prodi, smascherando l'ipocrisia e la strumentalità del sostegno democratico alla protesta degli studenti.
 
Abbiamo ospitato le opinioni sia di chi sostiene la riforma universitaria della Gelmini sia di chi la ritiene una sciagura. Siamo stati i primi a raccontare in modo sistematico il processo in appello per mafia al braccio destro dell'ex primo ministro, così come abbiamo dato conto delle indagini giudiziarie che hanno coinvolto esponenti dell'opposizione, e criticato le zone d'ombra di Vendola, del Pd e dell'Italia dei Valori, dando voce al dissenso di chi, come Giulio Cavalli, allora nel partito, condannava criteri di selezione della classe dirigente che lasciavano passare nelle liste elettorali persone poi trovate in compagnia di boss mafiosi.
 
Abbiamo documentato l'emergenza rifiuti in Campania quando in molti applaudivano il miracolo del governo (e abbiamo continuato anche dopo l'elezione, a Napoli, di un sindaco di centrosinistra) attribuendo sempre responsabilità con nomi e cognomi, raccontando le proteste delle popolazioni, la realtà dei territori e le collusioni con il malaffare (grazie soprattutto al coraggio e al talento di giovani reporter come Roberta Lemma ed Ettore Scamarcia).
 
Abbiamo fatto inchiesta sulla Pubblica Amministrazione, sul business delle armi, sui conflitti di interessi del governo Monti e del Ponte sullo Stretto. Abbiamo pubblicato la prima e la più completa intervista italiana a Julian Assange, che denunciava di avere dato da un anno i cablo statunitensi riservati sull'Italia a Repubblica-L'Espresso senza che fossero mai stati pubblicati. E abbiamo criticato, senza badare ai gruppi editoriali, la parte malata del giornalismo italiano, denunciandone scorrettezze deontologiche, pigrizia e servilismi.
 
Oggi AgoraVox si è affermata nel mondo dell'informazione italiana, diventando una delle principali testate online del paese. Alcuni grandi giornali propongono ai loro lettori le nostre esclusive citandoci, alcuni grandi giornalisti, la cui fama è inversamente proporzionale alla loro voglia di lavorare, senza farlo. Ed è un bene lo stesso, perché vuol dire che abbiamo conquistato, in soli tre anni, autorevolezza e credibilità.
 
Francesco Piccinini è riuscito a rendere questo giornale e la sua comunità di cittadini-reporter il più noto e autorevole sito di giornalismo partecipativo in Italia: una piattaforma che non è in competizione con il giornalismo tradizionale, ma che lo sprona a fare meglio; dove chiunque ha qualcosa di interessante da dire può vedere la sua firma pubblicata a fianco a quella di Noam Chomsky, di Tiziano Scarpa o dei più seguiti e autorevoli blogger italiani. Dove, come si legge qui in alto, sotto la testata, ogni cittadino fa notizia, approfondisce, verifica, racconta in diretta il suo territorio.
 
Su Francesco Raiola, che ha preso in mano da ieri le redini del giornale, non spendo parole per non scadere nella ruffianeria. Basti sapere che lavora ad AgoraVox dal primo giorno come caporedattore (chi ha seguito AgoraVox in questi anni ha avuto dimostrazione della sua onestà intellettuale, della sua correttezza e del suo impegno).
 
Piccinini va ringraziato per quello che ha fatto fino ad ora: per avere dato ai lettori un'informazione migliore, a Scampia una speranza e a noi reporter un'opportunità. Lo scrivo in pieno conflitto di interessi, oltreché in prima persona, cioè violando le due regole fondamentali a cui chi fa informazione dovrebbe attenersi, ma sento di doverglielo, di doverlo ringraziare per avere supportato me e gli altri autori ogni volta che ne avevamo bisogno. Per avermi incoraggiato quando credevo di non essere all'altezza e per avermi corretto quando sbagliavo, aiutandomi a fare meglio.
 
Per avermi insegnato che si deve sempre restare umili, che non bisogna confondere le notizie con la morale, che lamentarsi la mattina leggendo i giornali non serve se non ci si prende delle responsabilità in prima persona, iniziando a fare qualcosa di concreto. Perché mi ha fatto toccare con mano l'importanza di un'informazione libera, che le notizie le verifica, le cerca, senza fare il passacarte di nessuno. E soprattutto perché è riuscito a insegnarmi tutto questo senza prediche o rimproveri, senza quell'aria di presunzione e alterigia che appesta tanti giornalisti più anziani di lui. Per avermi dato un esempio.
 
Grazie, Francesco, per avermi fatto crescere.


FRANCESCO RAIOLA: Un semplice grazie, Picci
 

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