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Sudan: un conflitto dimenticato

Jole Rizza, rappresentante sindacale della CGIL con lo scrittore Salvatore Falzone cercano, dal cuore della Sicilia, Caltanissetta, di far conoscere il dramma della guerra in Sudan. Il conflitto sudanese è oggi la peggiore crisi umanitaria mondiale, ma resta ai margini dell’agenda politica internazionale. Il Paese è epicentro di competizioni sia regionali che globali, ma di fatto la sua marginalizzazione mediatica e politica riproduce lo schema di un “Conflitto armato dimenticato”.

Il Sudan è il terzo paese più grande dell’Africa e il terzo possessore di risorse aurifere. Il Paese ottiene l’indipendenza dalla Gran Bretagna e dall’Egitto nel 1956, il Sudan ha vissuto un conflitto interno perenne con vari scontri interni e ben 15 colpi di Stato.. Nel 1989, Omar al-Bashir è salito al potere attraverso l’ennesimo golpe militare. La gestione del potere del “Rais” africano è stata quella del “dividi et impera”, creando, durante la guerra in Darfur del 2003, le Forze di Supporto Rapido (RSF) per bilanciare e ridimensionare il potere delle Forze Armate Sudanesi (SAF). Nel 2019 le RSF, guidate dall’ex signore della guerra Gen. Dagalo, noto come Hemedti, ha unito le forze con l’esercito sudanese guidato dal Gen. al-Burhan per rovesciare il leader al-Bashir, portando a un governo di condivisione del potere civile-militare. Questa unione è fallita nel 2021 e i due schieramenti armati hanno usato il pretesto delle dispute politiche per assumere il potere. Dal 15 aprile 2023 il Sudan è travolto da una guerra civile tra le due Forze, un conflitto di potere interno ben presto trasformatosi in una catastrofe umanitaria con oltre 11 milioni di sfollati interni, 25 milioni di persone in insicurezza alimentare e l’assedio prolungato della città i al-Fasher, capitale del Nord Darfur. Gli scontri non hanno risparmiato la capitale Khartoum e le altre regioni di Al Jazirah, Sennar, Kordofan Meridionale e Occidentale e alla regione del Darfur. Le Nazioni Unite hanno definito la crisi di al-Fasher come la più grave al mondo.

Ma gli attori sono anche esterni. Da tempo, ormai, quella che si combatte in Sudan è diventata una guerra per procura, con attori regionali in competizione per le risorse di un Paese ricco d’oro. L’Egitto e altri Stati confinanti sostengono il generale Al-Burhan e il suo governo con sede a Port Sudan, mentre gli Emirati Arabi Uniti e il Ciad, appoggiano Hemedti. Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita sostengono la parte di mediatori. Lo scorso 12 settembre, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti hanno annunciato una Road Map congiunta che dal cessate il fuoco avrebbe dovuto portare ad una transizione politica. Di fatto il piano diplomatico è in una situazione di stallo, per il momento è solo un esercizio senza nessun effetto sostanziale. La popolazione vive in un costante teatro di violenze e di insicurezza continua: strategia dei bombardamenti indiscriminati, blocco degli aiuti umanitari, distruzione di interi villaggi, violenze di genere su larga scala, famiglie e comunità dilaniate.

La comunità internazionale ha il compito assolutamente prioritario da svolgere: prendere misure immediate e concertate per fermare la spirale di violenza, di atrocità e di guerra che grava sulla popolazione sudanese.

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