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Flying Racquets: Ray Giubilo ferma il tennis in un millesimo di secondo

Al Magazzino 26 di Trieste, oltre sessanta fotografie raccontano quasi quarant’anni di tennis mondiale, tra gesto atletico, luce, colore e materia.

di Martina Neri · Agoravox Cultura

Una racchetta lanciata in aria può essere il segno di una sconfitta, di una liberazione o di un’esultanza. Dura un istante, ma contiene l’intera tensione del tennis: il controllo e la sua perdita, la disciplina e l’emozione. È da questa immagine che nasce Flying Racquets, la mostra fotografica di Ray Giubilo ospitata fino al 20 settembre nella Sala Leonor Fini del Magazzino 26, nel Porto Vecchio di Trieste.

L’esposizione, realizzata dall’Associazione culturale Triestebookfest in coorganizzazione con il Comune di Trieste, raccoglie oltre sessanta fotografie di grande formato, affiancate da centinaia di scatti digitali. Non si tratta, però, di una semplice galleria di campioni. Federer, Nadal, Serena Williams, Sampras, Djokovic, Alcaraz, Jasmine Paolini e Jannik Sinner sono i protagonisti più riconoscibili di un racconto che cerca soprattutto ciò che sfugge alla diretta televisiva: una postura inattesa, una lama di luce, l’ombra sul campo, la tensione di un volto o il volo improvviso di una racchetta.

Il percorso non segue una rigida cronologia. Le immagini dialogano tra loro per analogie di movimento, emozione e colore, componendo un archivio visivo di quasi quarant’anni trascorsi a bordo campo nei maggiori tornei internazionali. Giubilo ha documentato oltre 130 tornei del Grande Slam e tre edizioni dei Giochi olimpici: una continuità che gli ha permesso di osservare non soltanto i giocatori, ma la trasformazione dello sport e della sua rappresentazione.

Le racchette di legno, le divise bianche e l’eleganza misurata del tennis del passato lasciano progressivamente spazio a materiali più leggeri, colpi più potenti, abiti accesi e corpi spinti verso gesti sempre più estremi. La fotografia registra questa evoluzione tecnica, ma nello stesso tempo la interpreta. Il campo diventa uno spazio grafico; le linee, le ombre e le superfici costruiscono l’immagine insieme all’atleta.

Prima di specializzarsi nello sport, Giubilo lavorò nella fotografia di moda a Sydney. Quell’esperienza sembra riemergere nella sua attenzione per la posa, per gli abiti, per la plasticità del corpo e per il rapporto fra figura e sfondo. L’incontro decisivo con il tennis arrivò nel 1989, quando un amico gli procurò un accredito per gli Australian Open. In quelle due settimane comprese di aver trovato il proprio campo: nessun set preparato e nessun gesto da dirigere, soltanto la libertà — e la difficoltà — di riconoscere l’istante giusto mentre accade.

Il riferimento inevitabile è l’“istante decisivo” di Henri Cartier-Bresson: il punto in cui movimento, composizione ed emozione raggiungono per un attimo un equilibrio irripetibile. Nel tennis questo equilibrio è ancora più fragile, perché il fotografo deve anticipare traiettorie rapidissime, conoscere il gesto dei giocatori e leggere una luce che cambia. A Wimbledon, ha spiegato Giubilo, i fondali verde scuro possono diventare quasi neri quando vengono colpiti dalla luce radente del tardo pomeriggio, isolando il corpo dell’atleta con un contrasto quasi teatrale.

La fotografia It’s not Halloween mostra quanto la preparazione e il caso possano incontrarsi nello stesso fotogramma. Scattata durante il match tra Jasmine Paolini e Destanee Aiava agli US Open 2025, cattura il volto della tennista italiana perfettamente incorniciato dalle corde e dal marchio della racchetta. Giubilo ha raccontato di aver realizzato tre fotogrammi durante un movimento di recupero insolito e di averne centrato uno solo. Quello scatto, nato “dal nulla” come un fortunato incidente di percorso, ha vinto l’ITF Tennis Photo Award 2025 e un AIPS Sport Media Award.

Il titolo della mostra allude dunque alle racchette che volano davvero, ma anche alla capacità della fotografia di sottrarre un gesto alla gravità e al tempo. Il giocatore resta sospeso, la pallina sembra immobile e l’azione, normalmente troppo veloce per essere analizzata, diventa forma. Il millesimo di secondo non documenta soltanto ciò che è avvenuto: rivela qualcosa che l’occhio dello spettatore non avrebbe potuto trattenere.

A questa sospensione risponde la materia concreta della serie Terra Rossa di Federica Ramani. L’artista rielabora alcuni scatti iconici e recenti di Giubilo mescolando la cera dell’encausto con vera terra rossa prelevata dai campi. La superficie pittorica acquista così spessore e trasforma il terreno di gioco in materia dell’opera. Se la fotografia cristallizza il movimento, la pittura gli restituisce un corpo tattile: polvere, peso e memoria del campo.

A introdurre idealmente Flying Racquets sono le parole di Rudyard Kipling collocate all’ingresso del Campo Centrale di Wimbledon: saper incontrare il Trionfo e il Disastro e trattare allo stesso modo quei due impostori. La mostra sembra sviluppare proprio questa tensione. La vittoria e la sconfitta occupano il tabellone; nell’immagine, invece, possono equivalersi. Un gesto nato dalla frustrazione può diventare bellissimo, mentre un punto vincente può lasciare nello scatto soprattutto la fatica o la solitudine del campione.

Flying Racquets invita quindi a guardare il tennis oltre il risultato. Nei corpi, nei colori e nei dettagli fissati da Giubilo, lo sport si trasforma in racconto visivo e conserva ciò che il punteggio cancella: l’emozione irripetibile di un istante.

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