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Duello Trump-Meloni: un teatro?

Si propone l'ipotesi che il contrasto tra Donald Trump e Giorgia Meloni sia una specie di sceneggiata, specificando gli indizi che conducono a questa ipotesi e discutendo le ipotesi correnti sui media con i loro limiti riconducibile spesso all'ipotesi proposta.

Il dibattito e i retroscena sul “corto circuito” politico, intercorso tra Donald Trump e Giorgia Meloni, sono stati trattati ampiamente dalla stampa italiana e da alcune testate internazionali. Le interpretazioni fornite sono necessariamente ipotetiche e molteplici, né possono limitarsi solo a quanto detto ufficialmente dai due contendenti, perché le cause del dissidio potrebbero derivare da questioni delicate che non possono essere rese pubbliche.

Nessuno, a mia conoscenza, ha formulato l’ipotesi di un “teatro organizzato” per soccorrere Giorgia Meloni dopo la sconfitta referendaria, da dove è uscita un po’ malconcia. L’obiettivo è farla emergere come una leader coraggiosa, capace di tenere testa a un potente, difensora dell’interesse nazionale. L’immagine un po’ sbiadita e spenta riappare, cosí, colorita e splendente; inoltre, tutti i media si sono affannati a discutere di questo e non dei problemi che affliggono il paese e i cittadini: funzione distrazione di massa. Gli elettori risultano coinvolti nella difesa dello spirito nazionale e dimenticano perfino la loro situazione economica. Si tratta di una lettura suggestiva, ma è rimasta confinata per lo piú nell’alveo dei retroscena social o delle interpretazioni piú maliziose della blogosfera, senza trovare sponde tra gli analisti geopolitici o le testate giornalistiche principali.

Ecco alcuni elementi a sostegno dell’ipotesi: (1) Meloni è stata sempre allineata con Trump, fino al momento dell’assalto all’Iran; (2) i voli da Sigonella e da altre basi NATO in Italia ci sono stati e l’Italia non controlla e non ha controllato, fatto ammesso da Rutte; (3) Trump ha rilasciato una intervista a due giornalisti italiani non molto noti; (4) per la destra si muovono, ahinoi, anche la massoneria e altre forze piú o meno occulte; (5) l’insistenza sul dissidio.

La suddetta ipotesi “teatrale” si addentra sotto la superficie dei comunicati ufficiali e tocca le incongruenze della vicenda. Se si uniscono i pezzi del puzzle da una prospettiva cinica, gli argomenti a favore di una “regia” occulta o di un gioco di sponda tra le parti si fanno molto piú densi.

Si analizzano i cinque punti (P).

P1. L’improvviso disallineamento ideologico è l’anomalia politica piú vistosa. Meloni ha costruito anni di narrativa sulla sintonia con il mondo MAGA (Make America Great Again) e i repubblicani. La rottura formale sul dossier Iran è parsa anche a tanti osservatori un pretesto per entrambe le parti, perché si sa che l’Italia è storicamente cauta sulle avventure militari in Medio Oriente. Ciò permette a Trump di mostrare i muscoli contro l’Europa e a Meloni di smarcarsi a livello internazionale dalla macchia di essere una “pedina” di Trump, guadagnando una patente di autonomia che la sinistra le ha sempre negato.

P2. Il “segreto di Pulcinella” di Sigonella è il dato piú rilevante a supporto della tesi del teatro. Come rivelato dallo stesso Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, ben “500 voli statunitensi sono decollati dalle basi in Italia” per supportare le operazioni contro l’Iran. Nonostante le proteste e le smentite tecniche della Difesa italiana (che ha parlato di “voli logistici e di rifornimento” coperti dai vecchi trattati bilaterali), la sostanza non cambia: nella pratica, gli Stati Uniti hanno usato il territorio italiano. E la logistica è parte integrante della guerra. L’accusa di Trump (“L’Italia non sta facendo nulla, non vuole essere coinvolta”) è smentita dall’uso quotidiano delle basi. Perché allora Trump l’attacca pubblicamente se, nei fatti, ottiene ciò che serve? La risposta piú logica è: “Per pura propaganda politica e teatralità.”

P3. L’inusuale canale giornalistico “anomalo”: Trump ha scelto di lanciare strali di tale portata geopolitica non tramite una conferenza stampa della Casa Bianca o un’intervista a un grande network globale (CNN, Fox), ma al telefono con due corrispondenti italiani: Viviana Mazza del Corriere della Sera e Daniele Compatangelo, che lo rilancia via cavo a La7. Ciò suggerisce il preciso obiettivo del messaggio: Trump voleva che il colpo rimbalzasse in esclusiva e con il massimo impatto nel dibattito pubblico italiano. E cosí è stato. Al G7 di Evian Trump ha rincarato la dose con la sua solita irritualità: “Mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena”. È un assist perfetto per farle recuperare il consenso perduto dopo il disastro del referendum sulla giustizia; è quasi un copione scritto per innescare la reazione patriottica della premier: “Io e l’Italia non imploriamo mai”. E conseguente solidarietà di alcuni partiti dell’opposizione.

P4. Le dinamiche trasversali (poteri occulti e massoneria): dietro la facciata della diplomazia formale si muovono storicamente reti di potere e diplomazie parallele che collegano servizi informativi (intelligence) americani, ambienti finanziari, e logge massoniche transatlantiche. In questi contesti, la creazione di “finti conflitti” o la gestione controllata delle crisi serve a stabilizzare i governi amici. Se il governo Meloni rischiava di indebolirsi pericolosamente dopo la sconfitta referendaria del marzo scorso, un “nemico esterno” gigante e prepotente come Trump è il miglior ricostituente politico possibile: sposta l’attenzione, compatta la nazione attorno alla leader, e trasforma una premier in difficoltà in una martire della sovranità nazionale.

P5. L’insistenza è sospetta; Trump è tornato piú volte sulla polemica a differenza del contrasto con gli altri paesi NATO, pur assai simile nei contenuti.

Nel contesto delineato, quindi, la tesi non è piú bizzarra: potremmo essere davanti a un classico esempio di “conflitto gestito”. Magari i due leader non si sono parlati direttamente al telefono per accordarsi sul copione, ma i rispettivi apparati e i poteri trasversali che li circondano sanno esattamente come muovere le pedine per far vincere entrambi sulla pelle della verità fattuale.

Limiti e obiezioni

Le altre tesi sostengono che la teatralità c’è e in forme evidenti, ma non è un’opera predisposta. È piuttosto un conflitto autentico in cui ciascun leader si muove sul palcoscenico, seguendo esclusivamente il proprio tornaconto cinico e la propria agenda interna.

Donald Trump non è un comprimario e quindi non si presterebbe a una messinscena orchestrata per favorire la politica interna di un leader straniero; tant’è che la sua narrazione è nazion-centrica (“America First”) e le sue critiche all’Italia sull’Iran rispondono piú ai suoi bisogni di politica interna e di pressione sulla NATO che a calcoli elettorali italiani. Al piú sono i media italiani, quasi tutti di destra, a strumentalizzarla al meglio e a fini elettorali. Eppure, a Trump non dispiace essere leader e riferimento della destra mondiale: a tal fine, potrebbe accettare la recita perfino con piacere.

La natura di Trump – transazionale, pragmatica, e mediatica – suggerisce una interpretazione della sua politica come negoziato pubblico e “muscolare”, dove la provocazione serve a ridefinire i rapporti di forza o a consolidare la propria posizione di fronte alla sua base elettorale e ai mercati. Nella logica del vantaggio personale e/o di affari, l’ipotesi di una sceneggiata concordata per aiutare la premier italiana fatica a reggere. Eppure, anche qui vale il rilievo espresso nel capoverso precedente.

L’assenza di ritorni economici o geopolitici dissuaderebbe Trump a recitare una parte, nella quale cede capitale politico senza guadagnarci nulla, mentre lo farebbe solo in cambio di contropartite tangibili per lui o per le sue aziende. In questo scontro, invece, l’Italia mantiene il fermo rifiuto sull’uso della base di Sigonella per le operazioni in Iran e continua a fare muro sui dazi europei. Tale argomentazione dimentica che a Sigonella, come nelle altre basi NATO italiane, i movimenti ci sono stati e ci sono tuttora e assume ipotesi sul comportamento di Trump non verificabili.

La possibile svalutazione dell’immagine di Trump esclude la teatralità. La sua narrativa si basa, infatti, sulla dominanza e sul discredito degli interlocutori, come mostra l’uscita sprezzante sulla foto al G7 di Evian: “Mi ha fatto pena, l’ho fatta per quello”. Accettare di essere trampolino per far apparire un leader straniero come una “salda statista” andrebbe contro il suo istinto comunicativo. Eppure, siamo sempre nella prospettiva di comportamenti desunti e non dimostrabili, perché la sua immagine si potrebbe rafforzare proprio attraverso il duello con Giorgia Meloni.

Il rischio di effetti opposti per Meloni non giustifica il teatro, perché subire attacchi pubblici dal leader della destra globale è un danno d’immagine nell’elettorato conservatore e potrebbe esasperare le tensioni interne alla maggioranza, specialmente con la Lega. Lo scontro metterebbe a nudo una fragilità strutturale nei rapporti con gli USA. Tuttavia, il controllo meticoloso dei media, tutti in mano alla destra, renderebbe il rischio trascurabile e gestibile; pertanto, non può escludere la sceneggiata.

La globalità del palcoscenico trasforma in nodi sistemici a alta tensione il dossier Iran, la sicurezza dello Stretto di Ormuz, e la minaccia di dazi globali. Ridurli a un espediente per distrarre l’opinione pubblica italiana dal voto futuro implica ridurre le dinamiche globali a questioni domestiche. Eppure, l’obiezione trascura che Meloni si è differenziata solo sull’Iran e in termini minimali; perciò, tale contro-obiezione non intacca la tesi della montatura.

Il disallineamento degli interessi non implica una recita concordata, perché c’è una dinamica in cui entrambe le parti provano a capitalizzare politicamente uno scontro reale. Trump usa l’Italia come capro espiatorio per mostrare alla sua base che la Casa Bianca non fa sconti agli alleati europei “scrocconi” sulla sicurezza (il tema del 2% del PIL e del mancato supporto a Ormuz). Meloni, dal canto suo, usa l’attacco di Trump per dimostrare all’elettorato moderato italiano e europeo di saper difendere l’interesse nazionale e le istituzioni (incluso il Vaticano dopo le frizioni con Papa Leone XIV) di fronte a chiunque. Chi sostiene questa tesi non si rende conto, quindi, che c’è proprio un allineamento di interessi reciproci, confermando l’ipotesi della recita a soggetto.

In ogni modo, è lampante la gestione opportunistica della reazione allo scontro. Anche se non fosse un teatro preparato, Palazzo Chigi sta sfruttando la situazione. Lo sforzo comunicativo è proprio quello di trasformare un incidente diplomatico in un’opportunità di posizionamento: rispondere a tono a Trump serve a Meloni per accreditarsi davanti all’opinione pubblica moderata e internazionale come una statista solida, autonoma, e capace di difendere l’interesse nazionale “senza elemosinare mai”, cercando così di ritrovare quell’aura di centralità incrinata in parte dal voto referendario.

Altri aspetti

Il contrasto politico e mediatico tra Donald Trump e Giorgia Meloni sembra configurare il complesso rapporto tra affinità ideologica e scelte concrete tra due blocchi di interessi concorrenti e/o conflittuali.

Alla critica di Trump, “Pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo” (Viviana Mazza), Meloni ha replicato a distanza sui social. Il quadro esplicitato dai contendenti concerne i seguenti nodi strategici, ciascuno dei quali può costituire lo causa dello scontro o l’ipotesi dell’origine.

(1) Atlantismo (Dossier Iran/Stretto di Ormuz): Trump ha apertamente criticato l’Italia e altri alleati europei per non aver risposto alla “chiamata” statunitense durante le recenti tensioni con l’Iran. Nella visione del tycoon, l’Italia non è “stata al fianco” degli USA nel momento del bisogno geopolitico. Nemmeno gli altri Stati ci sono stati (sic!)

(2) Spesa per la difesa e target NATO: nonostante l’Italia abbia aumentato i propri stanziamenti per la sicurezza nazionale, non è ancóra sufficiente per Trump che lo considera un minimo sindacale piuttosto che un merito.

(3) Dazi e surplus commerciale: per l’amministrazione Trump, il saldo commerciale è un indicatore politico e l’Italia mantiene storicamente un forte surplus con gli Stati Uniti. Le minacce americane di dazi non hanno scalfito la continuità della linea italiana e europea a difesa del mercato unico, innescando la frizione. Limes (Rivista italiana di geopolitica) e ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) illustrano le cause strutturali oltre la polemica personale, sviscerando il fallimento del “sovranismo internazionale” a causa dei contrasti economici. Il Sole 24 Ore offre la chiave di lettura economica, analizzando i dati macroeconomici del commercio bilaterale Italia-USA e l’impatto reale che la politica protezionistica di Trump ha sulle catene di fornitura delle aziende italiane.

Nello scontro Meloni-Trump si può evincere il fallimento del “sovranismo internazionale”, che ha i limiti intrinseci e strutturali nelle alleanze basate unicamente sulla vicinanza ideologica patriottica. Se gli interessi di uno Stato collidono con gli interessi di un altro Stato, allora i numeri economici e la sicurezza nazionale prevalgono sempre sui legami ideologici.

Dati e dinamiche recenti

Nonostante i duri scambi di battute sulle rispettive piattaforme social e testate giornalistiche nei mesi scorsi, i tentativi di ricucitura diplomatica sono in corso.

Al vertice NATO di Ankara, nel bilaterale con Erdogan Trump ha ribadito che Meloni “è una brava persona, ma non c’è stata per noi”, che conferma comunque la nostra ipotesi. Ciò nonostante, in occasione della cena ufficiale dei leader a Ankara, i due si sono seduti allo stesso tavolo.

Al termine dei lavori del vertice, la Presidente del Consiglio ha risposto alle domande dei giornalisti dichiarando l’esistenza di “rapporti cordiali” e sminuendo l’esistenza di rotture insanabili. La linea formale del governo italiano è incentrata sulla difesa dell’alleanza transatlantica strategica, scindendo i rapporti tra Stati dalle frizioni personali. Come accade spesso, i leader di destra affermano un concetto e anche il suo contrario, lamentandosi per giunta che siamo noi a non capire.

Conclusioni

La discussione delle varie tesi sembra rafforzare l’ipotesi di uno scontro di carta a fini elettorali per il volgo, con lo scopo di mantenerlo nelle loro orbite, per continuare a perpetrare raggiro degli elettori, e per proseguire impunemente il cammino verso una società oligarchica, autoritaria, illiberale, egoistica, suprematista, e guerrafondaia. È l’ora della consapevolezza e della responsabilità per arrestare questa deriva oscura e regressiva della società. È l’ora di dare aria allo spirito e alle coscienze per difendere la libertà con una prospettiva giusta, equa, solidale, e pacifica.

Foto Governo.it

Michele Lalla

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