Soffocamento e asfissia. Occorrono regole
L’illusione della resa: perché la procedura di contenimento si trasforma in condanna
C’è un punto preciso in cui la tutela dell’ordine pubblico smette di essere gestione della sicurezza e diventa un cieco automatismo contenzioso. È il momento in cui un corpo a terra, già immobilizzato o manifestamente inabile a nuocere, continua a subire la pressione fisica di chi dovrebbe limitarsi a metterlo in sicurezza. Il caso di Abderrahim Fakir a Bologna è soltanto l’ennesimo capitolo di una drammaturgia che la medicina legale e la giurisprudenza conoscono a memoria, ma che le prassi operative di strada sembrano perennemente ignorare.
I video e le testimonianze restituiscono sempre la stessa sequenza: uno stato di agitazione psico-motoria, un intervento per contenere il soggetto, l’abbattimento a terra in posizione prona e, infine, il carico del peso corporeo sulla schiena. Poi arrivano le urla — “non respiro”, “basta”, “aiuto” — liquidate spesso come gli ultimi colpi di coda della resistenza. È qui che si consuma il cortocircuito concettuale e procedurale.
Il bias del "Se grida, allora respira"
Il primo macabro equivoco su cui si adagiano certe prassi improprie è di natura puramente fisiologica. Esiste il falso mito secondo cui chi parla o urla stia implicitamente incamerando aria a sufficienza. In realtà, per emettere fonazione è sufficiente un flusso d'aria ridotto in fase di espirazione; l'ossigenazione del sangue e l'espansione dei polmoni richiedono ben altro.
Quando una persona viene schiacciata a pancia in giù contro il terreno, la cassa toracica non può espandersi e l'addome compresso spinge il diaframma verso l'alto. Se a questo si aggiunge la scarica di adrenalina, il panico e lo sforzo muscolare del fermato, la richiesta di ossigeno del corpo schizza alle stelle proprio mentre la capacità meccanica di incamerarne viene ridotta quasi a zero. Il risultato si chiama asfissia posizionale o da compressione. La vittima non smette di dimenarsi perché "si sta posizionando", ma perché sta soffocando.
Il confine tra neutralizzazione e accanimento procedurale
Nessuno nega la complessità e la pericolosità operativa con cui le forze dell'ordine si confrontano quotidianamente nel neutralizzare soggetti in forte stato di alterazione. Ma la misura dell'uso legittimo della forza risiede nell'adeguatezza e nella proporzionalità.
Una volta che il soggetto è a terra e le sue braccia sono bloccate o in fase di ammanettamento, la fase di "neutralizzazione della minaccia" è conclusa. Tutto ciò che viene applicato dopo — continuare a gravare con il proprio peso sul tronco, spingere la testa contro l'asfalto, prolungare la posizione prona — cessa di essere un’azione di sicurezza e diventa una forma di contenzione passiva ad alto rischio letale.
I protocolli internazionali di polizia (e le raccomandazioni del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura - CPT) lo dicono da decenni:
La posizione prona è una posizione di transizione, non di stazionamento.
Appena l'individuo è reso inerme o ammanettato, deve essere immediatamente ruotato di fianco o messo in posizione seduta per liberare la gabbia toracica.
Lo stato di agitazione e le grida di affanno devono essere interpretati dagli agenti non come provocazione, ma come campanelli d'allarme medico.
L'urgenza di una riforma delle prassi di strada
Continuare a trattare questi episodi come "tragici fatalità" o anomalie imprevedibili significa rifiutarsi di guardare la dinamica biomeccanica dei fatti. Quando le procedure di contenimento ignorano la fisica del corpo umano, la procedura stessa si trasforma in un’arma impropria.
Non si tratta di disarmare le forze dell'ordine della capacità di intervenire, ma di dotarle della formazione necessaria per capire quando il fermato ha smesso di essere un pericolo ed è diventato un paziente a rischio imminente di arresto cardiaco. Ex post, nei tribunali, si discute spesso di "stato di necessità" o di "reazione proporzionata". Ma sulla strada, la linea che separa un arresto portato a termine con successo da un omicidio colposo passivo passa da pochi centimetri di spostamento corporeo: quelli che bastano per rigirare un uomo di fianco e lasciarlo, semplicemente, tornare a respirare.
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