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La denuncia dell’ex ministro del welfare Paolo Ferrero

“E’ in atto un processo di vera e propria dissoluzione del paese, guidato da classi dominanti atlantiche che puntano alla frantumazione sociale”. La denuncia dell’ex ministro del welfare Paolo Ferrero.

di Laura Tussi su FARO DI ROMA

La frammentazione della sinistra, le nuove forme di precarietà e un panorama politico in costante mutamento. Di questo e molto altro parliamo oggi con Paolo Ferrero, dirigente politico, saggista ed ex Ministro della Repubblica. Da sempre voce critica e fuori dal coro, Ferrero non ha mai smesso di proporre un’alternativa radicale al modello economico dominante. Con lui cercheremo di capire dove sta andando la sinistra in Italia e in Europa e se esiste ancora uno spazio per costruire un’opposizione sociale concreta.

“Le disuguaglianze non sono un destino, ma il frutto di scelte politiche precise.” Con questa visione, Paolo Ferrero ha segnato un lungo percorso all’interno della sinistra italiana, prima come sindacalista della FIOM, poi come Ministro e leader di partito. Oggi, lontano dai banchi del Parlamento ma sempre attivo nel dibattito pubblico e nell’editoria, continua a osservare e stimolare la politica con lo sguardo di chi non ha mai abbandonato i suoi ideali di fondo.

Nel panorama televisivo attuale, l’informazione sembra spesso ridotta a scontro polarizzato o a “sentenza” mediatica, dove la complessità viene eliminata. In questo contesto, che fine ha fatto la “dignità” del mezzo televisivo e del pubblico? Come si restituisce dignità culturale e politica alla comunicazione di massa?

Il fenomeno che descrivi è a mio parere frutto di tre dinamiche tra loro intrecciate.

La prima è il bipolarismo. Tutta la politica è ridotta allo scontro bipolare tra i due schieramenti intercambiabili che su una serie di questioni di fondo la pensano nello stesso modo. Per questo, non di rado, lo scontro televisivo è durissimo sul piano personale o su temi molto specifici e delimitati. Vi è una teatralizzazione dello scontro e una sua completa semplificazione, su aspetti delimitati, proprio perché su elementi di fondo vi è una larga convergenza.

Il secondo motivo è il funzionamento della TV commerciale che utilizza il litigio tra i politici per produrre programmi a basso costo e di largo consumo. La politica ridotta a spot volgare per attrarre pubblico per la pubblicità, da vendere.

In terzo luogo sempre più i mezzi di informazione non fanno informazione ma propinano una narrazione politica e culturale, in modo non dissimile da una forza politica. In questo contesto l’informazione tende a scomparire a vantaggio della costruzione di tesi preconfezionate che soddisfino gli indirizzi del proprietario e ridicolizzino chi non la pensa in quel modo su quell’argomento.

Esiste un legame diretto tra l’economia di guerra e il declino del welfare. Nella congiuntura attuale, con il bilancio dello Stato sempre più orientato verso il riarmo e il rispetto dei vincoli della NATO, quali sono le conseguenze immediate sulla dignità della vita quotidiana delle classi lavoratrici?

E’ bene sottolineare come l’aumento delle spese militari sia profondamente intrecciato con un declino economico che vive l’unione europea e che a sua volta è frutto anche della politica di guerra. Per non fare che un esempio, le sanzioni alla Russia penalizzano fortemente l’Economia europea. In questo contesto di depressione economica, l’aumento vertiginoso delle spese militari viene finanziato attraverso i tagli alla spesa pubblica: sanità e assistenza in primo luogo. Ci troviamo così dinnanzi ad una distruzione del welfare che produce sofferenza sociale ed ulteriore disgregazione del tessuto sociale. Il cerchio si chiude con l’adozione di politiche repressive che vengono giustificate dal degrado che subisce la vita sociale complessivamente. Le politiche di guerra contribuiscono quindi alla stagnazione economica e l’aumento delle spese militari alla distruzione del welfare: a questa situazione si risponde con l’aumento delle politiche securitarie. Ecco perché lo stato di guerra produce danni enormi anche prima che la guerra venga direttamente combattuta: le bombe fanno male già quando vengono costruite, non solo quando esplodono.

Le sanzioni economiche e i conflitti in corso stanno accelerando la transizione verso un mondo multipolare, con lo sganciamento di colossi come Cina, India e Paesi del BRICS dall’egemonia del dollaro. Come si inserisce l’Italia, e più in generale l’Europa, in questa congiuntura internazionale?

La classe dirigente italiana non ha alcuna visione in grado di individuare una prospettiva per l’Italia: i due poli politici si limitano a seguire il main stream dell’Unione Europea o a agitare una presunta contrapposizione reazionaria ai cambiamenti che stiamo vivendo. Non a caso l’Agenda Draghi presiede al funzionamento dei governi di centro sinistra come a quelli di centro destra e non a caso Black roc fa grandi affari in Italia e drena il risparmio del belpaese.

Nessuna autonoma capacità di visione e di governo è visibile dentro il bipolarismo italiano. Nulla a che vedere con quanto erano riuscite a ipotizzare le classi dirigenti della prima repubblica, che si trattasse dei Mattei, dei La Malfa o delle proposte delle sinistra socialiste e comuniste.

In questo contesto l’Italia vive quindi una condizione di degrado che viene affrontato con il vero e proprio spezzettamento del paese al fine di renderne delle sue singole parti appetibili per investimenti esteri. La dissoluzione dello stato nazionale attraverso l’autonomia differenziata e la distruzione del welfare attraverso il proliferare di fondi contrattuali e individuali parlano di questo processo di vera e propria dissoluzione del paese guidata da classi dominanti atlantiche che puntano alla frantumazione sociale come strumento di riduzione della conflittualità sociale.

Di fronte a questa situazione, Lei critica duramente le forze del “campo largo” accusandole di aver assunto l’orizzonte culturale del liberismo e dell’atlantismo. Qual è lo spazio politico per una lista che mette al centro parole come “Pace” e “Dignità”? È possibile costruire una reale opposizione senza scendere a compromessi?

Penso che per superare l’attuale bipolarismo tra simili, occorra superare ogni estremismo per dar vita ad una proposta politica che sia in grado di saldarsi ai bisogni sociali della maggioranza della popolazione. Quindi una coalizione popolare che affronti i nodi fondamentali – non tutti i nodi ma quelli fondamentali – che vive oggi il nostro paese nella sua traiettoria di degrado. Una proposta che partendo dalla scelta rigorosa della pace e della neutralità, della cooperazione e dalla valorizzazione della posizione geopolitica dell’Italia, sia in grado di caratterizzare l’Italia come motore di cooperazione a livello del mediterraneo e mondiale.

Occorre costruire ponti tra il nord e il sud del mediterraneo, tra l’occidente e l’oriente, all’interno dell’Europa tra i paesi occidentali e la Russia. L’Italia per il suo patrimonio e la sua cultura può e deve diventare un ponte che promuove dialogo, incontro e cooperazione. Attorno a questa prospettiva – che si compendia nella riduzione della spesa militare e nell’uscita dalla NATO – si può costruire un rinnovato ruolo pubblico che permetta all’Italia innanzitutto di redistribuire il reddito e di recuperare un ruolo centrale nella ricerca, nella produzione, nella gestione dell’immenso patrimonio che abbiamo a disposizione nel nostro bel paese. In questo contesto occorre porre il tema dell’Unità europea nel dialogo con il Mediterraneo e con la Russia, che dell’Europa fa parte. Il superamento dell’Unione Europea – che oggi è il braccio politico e liberista della NATO – per costruire una forma di cooperazione europea fondata sul rilancio del pubblico e sulla cooperazione pacifica sono i pilastri su cui fondare una possibilità per il popolo italiano di uscire dal declino a cui ci hanno condannato le nostre élites.

Laura Tussi per Unimondo-Atlante delle guerre

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