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Cent’anni di isolamento

Nell'era di Internet e dei social somigliamo un po' all'agrimensore di Kafka che s'illude di misurare e colmare la distanza che lo separa dal potere, politico e quasi divino, di un oscuro castello.

Com'è stato già ricordato altrove, quest'anno ricorre il centenario dell'ultimo dei romanzi scritti da Franz Kafka: Il castello. La stesura, infatti, risale al 1922, ma fu pubblicato postumo nel 1926 da Max Brod, curatore delle opere del genio praghese.

Se i precedenti romanzi raccontavano fughe giovanili – America – oppure persecuzioni giudiziarie in cui è ancora possibile scorgere il senso di colpa indotto dall'autorità paterna – Il processo – questo terzo romanzo, rimasto incompiuto, è forse il più maturo, il più “politico”, nei limiti in cui la definizione può calzare ad un autore che ha raccontato soprattutto l'angoscia esistenziale e la tensione metafisica dell'uomo moderno meglio di chiunque altro.

Non bisogna dimenticare, infatti, che Kafka, malgrado la sua vocazione letteraria, studiò legge e accettò di lavorare in una compagnia di assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro. Era, ufficialmente, un burocrate: e proprio una burocrazia incubatica e ossessiva permea le pagine de Il castello e getta un'ombra inquietante sui rapporti fra l'individuo, la società e lo Stato (ovviamente ci sono state anche letture teologiche o psicologiche, come sempre avviene con Kafka).

La trama è arcinota, entrata da tempo nell'immaginario collettivo.

L'agrimensore K – da notare l'iniziale autobiografica, condivisa coi protagonisti dei precedenti romanzi – arriva in un villaggio amministrato da un Conte, ai piedi di una collina sormontata da un castello regale eppure decadente. Sostiene di esservi giunto convocato dallo stesso Conte, per svolgere il suo lavoro, ma gli abitanti del villaggio ne dubitano e anche dai funzionari dell'amministrazione arrivano risposte discordanti: forse c'è stato un errore, non c'è bisogno di un agrimensore, ma l'amministrazione seguita a sostenere, per bocca dei suoi rappresentanti, la propria infallibilità.

È proprio la descrizione dell'apparato burocratico uno degli elementi più originali della narrazione: fra funzionari come Klamm, che dormono seduti alla scrivania ma si possono osservare da uno spioncino, ad altri che sbrigano pratiche perfino a letto, all'Albergo dei Signori; fino ad improbabili intermediari nascosti fra il popolo del villaggio: il figlio di un portinaio, per esempio, oppure un'ostessa. O ancora Frieda, la donna che lavora alla mescita dell'osteria, e di cui K diviene repentinamente l'amante, malgrado sia la donna di Klamm, il suo presunto referente.

“Mai K aveva visto il suo lavoro e la sua vita così intrecciati, tanto che talvolta gli sembrava che vita e lavoro avessero invertito i ruoli”.

All'agrimensore, insomma, è consentito insidiare l'amante di Klamm, ma non riesce a conferire con lui riguardo al proprio lavoro. È come se l'amministrazione relegasse l'individuo ad uno stato d'inferiorità: un uomo a una dimensione, spesso coincidente con quella privata, con l'eros, per privarlo così dell'ethos, della sua identità pubblica e professionale.

Specularmente, i funzionari che scendono dall'olimpo per motivi privati, come Sortini, fanno rimpiangere le "umane" imperfezioni delle antiche divinità pagane. Hanno invece qualcosa di mostruoso e al contempo di infantile: “Quando i signori si alzano dalla scrivania sono così, si trovano a disagio nel mondo, e nella loro svagatezza dicono le cose più volgari, non tutti, ma molti”.

In questa tragica e assurda modernità, sociale e politica, le cose per il protagonista non possono volgere al meglio: viene declassato a bidello, perde l'amore – ammesso che fosse tale – di Frieda e anche un'ottima occasione di accettazione della sua istanza con il funzionario Bürgel, vinto dalla stanchezza. Poco dopo il romanzo rimane incompiuto; Max Brod sosteneva che l'agrimensore, nelle intenzioni dell'autore, sarebbe morto proprio quando, finalmente, sarebbe arrivato un messaggio del Castello che avrebbe riconosciuto il suo lavoro e il suo diritto a restare nel villaggio.

E oggi, dopo cento anni, cosa rimane attuale dell'incubo kafkiano, oltre all'innegabile bellezza poetica? Siamo alla quinta rivoluzione industriale, abbiamo i social network per accorciare la strada verso il castello, l'intelligenza artificiale, la PEC che dà valore legale alle nostre parole rivolte al “conte” di turno; eppure, mutatis mutandis, il senso d'impotenza e di misconoscimento del cittadino, le disuguaglianze, sono spesso riconosciuti perfino dai politologi.

Il potere “sembra” meno indecifrabile, ma in realtà la nostra condizione rimane spesso kafkiana.

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