Il Libano fragile
Il Libano è una Repubblica parlamentare, indipendente dal ’46, già la prima Costituzione emanata nel 1926 – sotto la tutela della Francia, prevedeva la suddivisione delle massime cariche dello Stato distribuite proporzionalmente secondo l’appartenenza comunitaria. In precedenza, nel 1936 un decreto definiva le comunità “storiche”.
L’ordine comunitario era ed è alla base dell’ordine pubblico, le comunità dotate maggiormente di peso politico sono: i maroniti, i sunniti, gli sciiti e i drusi.
Le comunità rappresentano la principale struttura di decentramento del potere ponendo in questo modo non l’uguaglianza del cittadino bensì l’appartenenza alla comunità. Difatti, le frontiere comunitarie non sono segnate dalle differenze religiose o dalla lingua, ma dal fatto di appartenere ad un gruppo definito socialmente e politicamente. Nel 1943, visti gli equilibri internazionali mutare nel corso della Seconda Guerra Mondiale, i libanesi davano vita al Patto Nazionale tra cristiani e musulmani. La società libanese dava prova di coesione e i politici riuscivano a sancire dei principi secondo i quali i cristiani rinunciavano alla protezione francese e i musulmani rinunciavano a qualsiasi sogno di unità con la Siria. Il Libano cercava di diventare una terra di dialogo tra le diverse culture.
I primi anni, dall’avvento formale dell’indipendenza del 1946, vedevano riemergere tutte le contraddizioni interne: la rappresentanza politica formava pratiche clientelari capillari sul territorio che facevano trarre grandi benefici ai vari capi e ai notabili delle comunità. Il popolo riconosceva i leader delle famiglie più in vista generando di conseguenza una frammentazione che si rifletteva anche sulle istituzioni. Le guerre arabo-israeliane, gli anni della Guerra Fredda vedevano il Libano in un costante gioco di equilibrio tra le diverse pressioni, sia politiche che militari, che avrebbero portato il Paese dei Cedri alla guerra civile 1973-90 e alla presenza sul territorio degli eserciti israeliano e siriano.
Nel 1989 la Lega araba patrocinava un vertice sulla crisi libanese presso la cittadina saudita di Taif, dove venivano partoriti i relativi accordi che prevedevano la fine della guerra civile, gli ampliamenti dei seggi parlamentari, la smilitarizzazione di tutte le milizie (tranne gli Hezbollah perché legittimati dalla “resistenza” contro Israele, ma che dal 1992 sono presenti nel Parlamento libanese), il ridispiegamento delle truppe siriane e un suo parziale ritiro. Ma la debolezza istituzionale, con il continuo conflitto tra i poteri dello Stato nonché l’occupazione israeliana del sud del Libano, fino al ritiro nel maggio 2000, il conflitto tra Hezbollah e Israele, costituiva il perno di un paese dove si applicava “la guerra per procura” tra i diversi attori: Israele, Siria, Iran, Olp.
Nel 2004 l’ONU varava la Risoluzione 1559 nella quale si chiedeva il ritiro delle truppe siriane e il completo rispetto della sovranità libanese. Inoltre, era previsto, anche, la smilitarizzazione degli Hezbollah. La risposta, vista come ingerenza siriana, era stata fulminea: contestualmente all’emendamento della Costituzione libanese, a favore del mantenimento del potere del Presidente della Repubblica libanese, il filosiriano Emile Lahoud, si scatenava il terrorismo su ampia scala sul Paese dei Cedri.
Il 14 febbraio 2005, nel giorno che sarebbe passato alla storia come la “strage di San Valentino”, il tritolo uccideva l’ex Primo Ministro Rafik Hariri e altre 12 vittime. La Siria davanti all’inchiesta dell’ONU, con la creazione di un Tribunale Internazionale, decideva di esautorare i vertici dei servizi e poco dopo, il 26 aprile 2005, il presidente Assad ordinava il ritiro del proprio esercito dal Libano. Nel frattempo una nuova Risoluzione dell’Onu, la 1680, confermava l’attenzione internazionale sulla grave situazione del Paese dei Cedri.
La società libanese era fratturata al suo interno e nel 2006 la guerra tra Hezbollah e Israele portava alla terza Risoluzione, la 1701, costituita da 23 paragrafi nei quali si chiedeva la fine del conflitto, il dispiegamento di una Forza Multinazionale di pace, la smilitarizzazione di tutte le milizie, il rispetto della Linea Blu tra Israele e Libano, il rispetto degli accordi di Taif e delle precedenti risoluzioni.
Ancora oggi, purtroppo, il Paese risente della sua storica debolezza e del suo ruolo di “teatro di guerra per procura” tra Hezbollah, Iran e Israele, con gravi ripercussioni sulla vita dell’intero popolo libanese.
Salvatore Falzone
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