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Rievocazione del ’68

Quest’anno ricorre il quarantennale del ’68.


Il Sessantotto ha assunto ormai, sia come numero di un anno sia come riferimento di un periodo storico, un significato mitico-simbolico. Su di esso si sono versati fiumi d’inchiostro e date le più svariate interpretazioni.
Fu, in vero, molte cose tra loro differenti.
 
Ogni movimento di ribellione giovanile, a volte spontaneo o addirittura casuale e non voluto, sente poi il bisogno di accreditarsi come movimento culturale d’innovazione, d’ avanguardia, e va a cercarsi degli ascendenti storico-culturali.
 
Il ’68 fu l’anno della contestazione in tutto il mondo e al riguardo un importante ruolo fu svolto dagli studenti. La ribellione giovanile ebbe origine negli Stati Uniti e poi dilagò nell’Europa occidentale ed in alcuni paesi dell’Est europeo; e fu la conseguenza degli avvenimenti immediatamente precedenti il 1968.
 
L’invasione della Cecoslovacchia da parte dell’Unione sovietica, la guerra del Vietnam, i movimenti di liberazione dell’Africa nera, le lotte contro i regimi dittatoriali dell’America latina alimentarono la protesta giovanile, di una generazione delusa dalla realtà e tesa alla ricerca generosa di nuovi ideali, di nuove vie da percorrere.
 
Questi moti, naturalmente, come ogni movimento, trovarono una base ideologica nei filosofi della “Scuola di Francoforte” e specialmente in Herbert Marcuse.
 
Questi filosofi del Novecento elaborarono una teoria critica della società presente alla luce dell’ideale rivoluzionario di un’umanità futura libera e felice. E Marcuse, appunto, polemizza contro la società repressiva in difesa dell’individuo e della società stessa. Nella sua opera “Eros e civiltà” ritiene che la società di classe si sia sviluppata reprimendo gli istinti del piacere dell’uomo, impedendogli la libera soddisfazione dei suoi bisogni e delle sue passioni. Ugualmente nel “L’uomo ad una dimensione” Marcuse fa una critica radicale della società capitalistica in genere e di quella tecnologica avanzata in particolare.
 
Si comprende,così, come la proposizione, da parte della Scuola di Francoforte, di una visione della realtà irrazionale , utopica, come un paradiso ricreato, e anche più radicale di quella classica marxista, generasse in giovani menti aspettative irrealizzabili e ideali pseudo-rivoluzionari.
 
Molteplici e più o meno importanti furono le conseguenze di quelle manifestazioni. In tutti i paesi, in cui il fenomeno ebbe un certo rilievo e produsse un rinnovamento del costume, come l’abbattimento di alcuni tabù morali, la rivoluzione sessuale, il femminismo, il pacifismo, e dette a quelle classi dirigenti l’occasione di ammodernare il proprio paese, il ’68 nel giro di qualche mese perse vigore e la vita politica e sociale tornò alla normalità. 

 
Da noi invece divenne una moda ed incappò nella strumentalizzazione della classe politico-sindacale che volse il movimento di protesta al perseguimento dei propri fini, quelli di realizzare una società livellata, in tutti i settori.
 
Si assistette così alla occupazione delle università e delle scuole medie per protestare contro il nozionismo, il merito, la selezione e presunte discriminazioni sociali; si occuparono le fabbriche, per protestare contro la società capitalistica in genere ed i padroni in particolare, per assicurare a tutti un garantismo senza garanzie. L’azione politico-economica divenne sempre più dirigista e statalista : si favoleggiava in politica di “convergenze parallele” tra opposte visioni della realtà; i sindacati degli operai e i politicanti-demagoghi, che in questi frangenti non mancano mai, volevano inventare un nuovo modo di fabbricare le auto, e i ragazzotti, sedicenti capi dei vari movimenti, parlavano di portare la fantasia al potere.
 
La conseguenza immediata e visibile fu: scuole dissestate, scioperi penalizzanti l’economia, abbassamento del tenore di vita e della qualità ed efficienza di qualunque istituzione.
 
La follia e l’illusione di essere alla vigilia di una svolta epocale per il paese spinse molti giovani alla tragica scelta della lotta armata, agli anni di piombo.
 
E, come sempre succede nei momenti più duri e tragici della realtà quotidiana, i giovani più deboli ed incantati da astratti ideali ,sognanti la rivoluzione e la palingenesi del mondo, finirono in galera o lasciarono le ossa sulla strada; mentre i più furbi, spesso i capi della ribellione e della lotta, si eclissarono con tempestivo opportunismo e, oggi, molti di loro occupano posti di potere in associazioni politiche e nei mass-media.
 
Ma quel movimento,per noi, ha avuto nel tempo conseguenze non visibili : un modo di pensare che dura ancora ed ha contribuito e contribuisce tuttora al declino del paese. Ci lasciò un paese frastornato da tante contraddizioni; una concezione superficiale e lassista della realtà; la convinzione che si possano pretendere solo diritti, senza riflettere che se non c’è chi compie il proprio dovere non sarà possibile ad altri maturare un proprio diritto. Un insegnante che non insegna nega il diritto allo studio dei giovani. I doveri degli uni assicurano i diritti degli altri.
 
Questo modo di pensare,nel tempo, ha permeato di sé ogni istituzione pubblica soprattutto, ma pure tanti strati della società civile, producendo gradatamente ed inesorabilmente uno stato di pigrizia mentale, di indolenza psicologica e di abbandono specie nei giovani, di inconsapevolezza del significato dell’esistenza in molti, anche di disperazione nelle persone più sfortunate e colpite dalle disavventure della vita. Oltre che scarsa considerazione per ogni senso di legalità.
 
Forse la Scuola ha subito i maggiori danni da queste idee. E’ diventata, nel tempo, una macchina gigantesca, ma senz’anima: che non sa perché esiste né a che cosa serva, e che proprio perciò si dibatte da decenni in una crisi senza fine.
Voler festeggiare il quarantennale del Sessantotto, di quegli anni che Mario Capanna,il leader del Movimento studentesco di quel tempo, chiama ancora “anni formidabili”, mi sembra un controsenso, alla luce di quel che è successo in seguito.

Cosa c’è da festeggiare, non so. Basta guardarsi intorno.

 

Commenti all'articolo

  • Di Fabrizio (---.---.---.63) 13 settembre 2008 12:05

    Assolutamente tendenzioso e parziale. Soprattuto il discorso sul cambiamento del sistema scolastico, che non è da vedere a tinte unicamente fosche.
    Che si sia introdotto in un sistema cristallizzato e anchilosato di tradizionale trasmissione del sapere uno, o meglio, vari sistemi alternativi e diverse visioni di ciò che è la vita di un individuo e il suo ruolo nella società, non è un elemento screditativo della qualità dell’insegnamento, al contrario, è un arricchimento per l’introduzione di un minimo necessario contraddittorio di fronte a una società in rapido cambiamento, alle cui esigenze il vecchio sistema tradizionale non era (non è, in considerazione dell’epoca attuale improntata a una dissennata restaurazione....) più in grado di sopperire.
    E come ogni contraddittorio, la radicale rottura con le vecchie certezze e la proposizione di modelli alternativi non è un processo indolore, produce scontro, dibattito, messa in discussione, insinua il dubbio, pertanto, costituisce anche stimolo di crescita individuale, sociale e culturale.
    Certo, il fenomeno non è stato governato adeguatamente, per l’incapacità cronica della nostra classe dirigente (a tutt’oggi più impegnata a tagliare dissennatamente fondi sull’istruzione e la ricerca piuttosto che a provare a fomentarle e recuperare il gap crescente con certi altri paesi che in tal senso sono più lungimiranti).

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