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Marina Serafini

Dottore in filosofia e dottore in scienze della formazione, ho conseguito diversi master e corsi di specializzazione in comunicazione, formazione, selezione del personale e project management. Affascinata dal mondo del web marketing e dello storytelling management. Da anni impegnata nella gestione di Risorse Umane, in area didattica e nel problem solving aziendale. Mi piace dire qualcosa parlando di altro, mi piace parlare dell'uomo...
 

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  • Primo articolo venerdì 08 Agosto 2016
  • Moderatore da domenica 09 Settembre 2016
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Ultimi commenti

  • Di Marina Serafini (---.---.---.161) 27 dicembre 2019 23:07
    Marina Serafini

    La incontrerò in un pensiero: studiando, incuriosita, il modo di danzare di culture diverse, ho compreso infine che noi tutti danziamo in ogni azione che compiamo quando siamo concentrati e seriamente impegnati. Quando siamo unitari a noi stessi e con il nostro momento. E la danza é l’espressione del nostro vivere autentico.. Un saluto

  • Di Marina Serafini (---.---.---.161) 27 dicembre 2019 22:54
    Marina Serafini

    Carissimo, mi domando se questo estremo relativismo non spinga poco prudentemente verso una inazione paralizzante. Non giudico, ergo rispetto tutti, ergo...Cosa e come faccio? E’ vero: l’uomo si é sempre beato, ieri come oggi, di abbracciare scenari violenti e crudeli, quasi che il dolore degli altri riuscisse a esorcizzare, sostituire o vendicare il proprio, quasi che attestare la crudeltà del vivere possa rendere tollerabile la propria, darle un senso che sia possibile accettare.... Niente é normale e tutto é normale... Ma ripartiamo dalla nostra esistenza, quella di ogni individuo. Mi sovviene una riflessione, una accusa in realtà, enunciata dal protagonista di Joker - l’ultimo film di Phillips - , una frase banale ma anche davvero realistica: prendi un malato di mente solitario e lascialo in balia di una società che lo abbandona..E cosa ottieni? Ottieni la in-distinzione del bene dal male, ottieni che non puoi più giudicare perché i valori diventano etichette confuse. Concordo: il valore può essere una imposizione, un modo per soggiogare. Cosa non lo é? Ma non darsi dei valori, non darsi delle sponde rende tutto troppo indistinto. E in un quadro infinitamente aperto l’occhio si perde e finisce col non saper più cogliere... Un azzardo, dunque, un ideale regolativo, o una mera provocazione?

  • Di Marina Serafini (---.---.---.161) 27 dicembre 2019 01:34
    Marina Serafini

    Gentile, parlo da ex ballerina, da anima che ha amato e ama l’espressione di sé nel movimento e nello spazio. E mi tocca smentire le sue parole: a volte la danza non aiuta ad affrontare meglio la vita, consente solo di urlare in un modo diverso. Urlare aiuta a sfogarsi, ma non a trovare la direzione più consona. Forse non dovremmo limitarci a vivere come si balla, ma dovremmo provare a danzare la vita per come essa si pone e ci accoglie, perché altri comprendano e facciano dell’esempio esempio per altri. La vita di ognuno di noi ha un valore e una bellezza che fatichiamo a comprendere e, quindi, ad esprimere. La danza, al pari dei suoni, degli sguardi, di azioni, é solo uno dei molti giochi che possiamo comporre ed esibire, che potremmo imitare o innovare. La vita, dunque, dovremmo eseguire, la vita prima che la sua auspicata imitazione. Un saluto.

  • Di Marina Serafini (---.---.---.161) 2 novembre 2019 22:58
    Marina Serafini

    Viene da aggiungere che non ogni incontro é un divenire, laddove non siamo in grado di ascoltare e di osservare ma passiamo sopra - o sorpassiamo - con estrema leggerezza o con gravissima violenza. Come nel giudicare, appunto. Ma questo non accogliere, in realtà, é un non incontrare, e quindi un continuare statico nella medesima corsia. Qualcuno potrebbe eccepire che il vuoto non esiste, ma sta poi alla percezione individuale rendersene conto... Quanto a giudicare, purtroppo, a volte é necessario, e questo proprio perché diveniamo e siamo divenuti, e nel farlo partiamo sempre da un pregresso, da una situazione. Viviamo traditi - direbbe Gadamer - già sempre presenti in un passato in cui siamo già nati. E un po’ scegliamo il nostro divenire, un po’ lo subiamo senza nemmeno avvedercene. La dialettica della vita non ci esime. Quindi mi chiedo: la chiave del divenire o il divenire come chiave? Sembra che l’una definizione transiti nell’altra in una mutua conversione di nascita e mutazione. Un po’ come quegli strani animali che intessono le tele di Escher... Grazie per lo stimolante contributo.

  • Di Marina Serafini (---.---.---.66) 15 luglio 2019 07:43
    Marina Serafini

    La questione non sta nel non voler accogliere, ma nel farlo in maniera tale da tutelare anche chi l’accoglienza la fa. Interessante l’articolo linkato, ed espressivo della Vera problematica: ogni fare implica - e deve farlo - un pensare, un progettare, un valutare. Ossia: l’azione deve essere preceduta dalla valutazione di un obbiettivo chiaro. Ad oggi non si fa che spostare il dito su chi é egoista perché vuole mantenere per se’ le proprie risorse e sui poveracci indigenti che ne chiedono anche per se’. Mi sembra davvero troppo banale. Non si tiene conto dell’architettura della politica e degli obbiettivi veri messi in gioco. Il traffico di esseri umani - perché di questo si tratta - e l’invasione in massa dei territori, sono espressione di una modalità bellica diversa d quella cui siano abituati visivamente, quella con cannoni e fucili, per intenderci. Da sempre le migrazioni di massa sono state usate come strumento politico per indebolire un paese. Immaginate una migrazione di massa doppia o tripla rispetto a quanto accade normalmente. Avremo modo di gestirla? Che accadrebbe? Non é il problema dell’accoglienza, ma di come questa viene gestita. Gli esseri umani sono risorse, e come tali andrebbero gestiti, quindi é necessario riflettere sul come accoglierli, distribuirli, formarli e finalmente - fatti questi primissimi passi necessari- integrarli. Si perché non ditemi che l’integrazione corrisponde a quanto accade oggi: far convivere culture diverse in uno stesso posto fisico in modo forzoso, senza alcun intervento di mediazione che consente una reale interazione basata sul reciproco rispetto e orientata al dialogo. Oggi non esiste integrazione. Assistiamo solo alla convivenza, tutt’altro che pacifica nella maggior parte dei casi, di individui che si guardano con sospetto e che si criticano a vicenda. E per forza, dato che abbiamo a che fare con culture davvero molto diverse. "Aiutamoli a casa loro" é una espressione controversa: non la intendo come un "tornassero a casa loro" - nel senso in cui i piú facinorosi ignoranti vogliono intenderla, ma nel senso più strutturale di "organizziamo una politica che consenta un modo per loro differente di vivere e di muoversi. Gli accordi politici - dove c’è interesse, si fanno. Si fanno e sono stati fatti anche con i delinquenti della peggior specie. Tutto scritto, tutto documentato. Tutto stranoto. Ma il traffico di umani, ahinoi, fa girare un certo tipo di economia e di politica. E quindi si lascia che accada questo scempio cui assistiamo ogni giorno; si condisce con un bel po’ di demagogia, si dà una spintarella tramite i media affinché le persone si distraggono con dibattiti inutili e inascoltati, e si abbassa il livello della problematica su un terreno di non intervento. E questo perché, torno a ripetere, l’intervento non ha senso nel mondo dei poveracci-e-gli egoisti, tra buone ong e cattivi salviniani, tra nazionalisti e umanisti...Queste sono baggianate alimentate per gettare fumo negli occhi per non far vedere cosa accade in altri saloni, quelli della politica e degli accordi internazionali. Non é difficile da capire, é sotto gli occhi di tutti, accade in tanti settori, eppure ci fa talmente schifo che ci ostiniamo a volerci credere. E lì a discutere e a puntare il dito. Siamo sciocchi, siamo idealisti...E facciamo il loro gioco. Un brutto, bruttissimo gioco,mascherato con zuccherini e fiorellini. E intanto, non potendo fare di meglio, i buonisti li accolgono chiudendosi dentro ai lager..... Una gran bella soluzione!!!!

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