• AgoraVox su Twitter
  • RSS
  • Agoravox Mobile

 Home page > Attualità > Economia > Il fallimento dell’Euro si avvicina: cosa fare?

Il fallimento dell’Euro si avvicina: cosa fare?

La fine dell’Euro non è più fantascienza, ma una ipotesi considerata nel campo del possibile (anche se deprecata) da tutti i politici europei e dai banchieri di tutto il Mondo. Non è detto che finisca necessariamente così, ma tutti pensano che possa accadere. 

 

O perché ne esca la Grecia, avviando un processo a catena, o perché ne esca la Germania, facendo perdere senso a tutta l’operazione e spingendo tutti a tornare all’ovile della moneta nazionale. Nessuno più esclude che questo possa accadere. I presupposti ci sono tutti e anche il più sprovveduto capisce che:

a- la Grecia non sarà mai in grado né di restituire il suo debito né di pagare gli interessi che man mano si accumulano, in una dinamica di ammortamento negativo;

b- che il Portogallo non è in condizioni migliori

c- che il sistema bancario spagnolo non è in grado di reggere la pressione dei mercati internazionali;

d- che l’Italia, forse, può sostenere il peso degli interessi alle scadenze, a condizione che la tempesta dello spread non superi certe soglie, forse potrà restituire qualche frazione del suo debito svendendo il suo asset, ma, comunque non sarà mai in grado di raggiungere la mitica soglia 60% sul Pil, perché, nel frattempo, la politica di austerità farà crollare il Pil, azzerando ogni miglioria;

e- che il sistema bancario francese è troppo esposto con Grecia, Spagna, Portogallo ed Italia, per cui la crisi è destinata a rimbalzare su di esso-

In queste condizioni, questo gruppo di paesi è tecnicamente fallito e si tratta solo di vedere se, con qualche giochino finanziario si riesce a prendere tempo o no; e pare che di tempo ormai ce ne sia davvero pochino: diciamo al massimo 5 o 6 mesi. George Soros è stato anche più drastico parlando di 3 mesi oltre i quali l’Euro perderà la fiducia dei mercati finanziari e crollerà (S24 3.6.12 p. 7).

Da un punto di vista finanziario la situazione non ha speranze perché non ci sono le condizioni strutturali per uscire dalla trappola: le banche hanno la pancia piena di titoli di stato inesigibili (oltre ad ogni altro tipo di spazzatura) e gli Stati non sono in grado di invertire la tendenza che li ha travolti. Soros ha ragione a sostenere che la crisi europea, prima ancora che finanziaria è fiscale: in questo ventennio si è creata una enorme bolla di denaro finito nei paradisi fiscali della stessa Ue (a cominciare dall’Olanda o dall’Irlanda di qualche anno fa) o appena dal di fuori (si pensi alla Svizzera), Questa massa di denaro, alla ricerca di bassi prelievi, è fuggita proprio dai paesi che oggi hanno un alto debito, anche perché hanno compensato con il debito il gettito fiscale mancante.

Ma il fallimento dell’Euro è qualcosa di ben più profondo. La scommessa era che la moneta unica avrebbe creato convergenza fra le economie di diversi paesi ed avrebbe fatto da traino al processo di unificazione politica. Non si è verificata né l’una né l’altra cosa. Le economie dei diversi paesi dell’Eurozona sono rimaste quali erano, anzi, i vantaggi della moneta unica, che consentiva anche a paesi tradizionalmente deboli e ad alto rischio finanziario, come appunto la Grecia, di piazzare i propri titoli di debito ad interessi bassissimi, ha incoraggiato la politica dell’indebitamento crescente, senza attuare alcuna riforma economica. Chi ha tratto i vantaggi maggiori è stata la Germania che ha potuto esportare massicciamente nei paesi vicini ed, alla fine, il differenziale fra i diversi paesi è rimasto lo stesso, quando non è ulteriormente cresciuto. Finché le cose sono filate lisce nell’economia mondiale, il problema non si è posto, ma quando la crisi ha iniziato a mordere si è rotto il giocattolo e la moneta unica, non governata da nessuno Stato, è diventata una camicia di forza che tiene tutti in sofferenza.

Quanto all’unificazione politica, va detto che dopo la demenziale proposta di “trattato istitutivo” (detto anche “Costituzione”) della Ue -e la sua sonora bocciatura nei referendum di Francia, Danimarca ecc.- semplicemente non se ne è parlato più. Il punto è che gli stati non si inventano e non bastano le più spericolate acrobazie giuridiche a farli esistere. L’Europa, come nazione non esiste nella coscienza degli europei che, volenti o no, continuano a sentirsi prima di tutto tedeschi, francesi, danesi, spagnoli, olandesi ecc. E’ vero che sono sempre esistiti Stati pluri nazionali (dalla Cina all’Urss, dalla Svizzera alla Spagna) ma si è sempre trattato di stati con un gruppo nazionale dominante che ha affermato la sua come lingua dello Stato e considerato gli altri come “minoranze nazionali” più o meno garantite e riconosciute, ma sempre marginali. Non era e non è questa la situazione dell’Europa, dove nessuno è in grado di porsi come nazione dominante. Né la cosa è risolvibile in modo negoziale: le alchimie giuridiche per cui la Ue è qualcosa di più di una alleanza, ma qualcosa di meno di una confederazione, non è uno Stato, ma assorbe funzioni statali come la moneta, ha un Parlamento comune che emana direttive che poi devono essere recepite dai parlamenti nazionali ecc. non ha incantato nessuno. Quello che veniva fuori erano testi indigeribili di 6-700 articoli ciascuno con una selva di commi e sotto commi, che descrivevano un processo decisionale farraginoso, lento ed incoerente. E, infatti le bocciature referendarie sono fioccate, mentre in molti paesi (compresi Italia e Germania) non ci si è neppure preoccupati di fare un referendum.

Le burocrazie degli stati nazionali (sicuramente poco vogliose di vedersi declassate rispetto allo Stato confederale) hanno colto la palla al balzo per annacquare sempre di più il processo di unificazione politica di cui si è poi smesso di parlare. Con il risultato che, quello che doveva essere un momento transitorio (la moneta senza Stato) è diventato definitivo e tutti hanno pensato che, in fondo, andava bene così. E così, invece, non va affatto bene, come la crisi sta dimostrando. Questa situazione di una moneta sospesa nel vuoto e non governata, ma che, anzi, vorrebbe governare gli Stati, è un assurdo politico ed economico, prima che giuridico, che è arrivato al capolinea.

Oggi le alternative secche sono due: o il debito dei vari paesi membri viene assunto dalla Ue in quanto tale e si va rapidamente ad un’unione politica (cioè ad uno Stato europeo), o la moneta salta in aria. Puramente e semplicemente: non ci sono alternative. In astratto, la soluzione più auspicabile sarebbe la prima, ma, personalmente non ci credo affatto: se l’unione politica non si è fatta in tempi favorevoli, quando il vento soffiava nelle vele dell’Europa, non si capisce perché dovrebbe riuscire ora che la crisi accentua tutti gli egoismi nazionali, con un ceto politico di mezza tacca in ciascuno dei paesi membri, dopo la raffica di fallimenti sul piano della politica estera (dove mai l’Unione è riuscita a parlare con una sola voce), in una situazione sociale difficilissima. Qualcuno pensa che sono proprio le asprezze della crisi a poter fare il miracolo, costringendo gli europei a fare per forza quello che non sono riusciti a fare per amore. Certamente la situazione richiederebbe una soluzione del genere, ma avere bisogno di 1000 talleri ed avere 1000 talleri non è la stessa cosa, avrebbe detto, più o meno, Kant.

D’altra parte, le condizioni strutturali per l’edificazione di un “Io” collettivo europeo continuano a non esserci per la mancata unificazione linguistica e culturale del continente. Tutto quello che può venir fuori da un processo forzato di unificazione sarebbe una buro-tecnocrazia centralizzata e totalmente priva di qualsiasi legame con la base popolare, un orrendo pasticcio antidemocratico assai poco auspicabile. Ma in ogni caso, anche questo appare come un disegno del tutto velleitario.

Ed allora che si fa? Semplicemente non resta che prendere atto del fallimento politico dell’operazione Euro e cercare di guidare il processo di scioglimento dell’Eurozona attraverso una exit strategy concordata. E magari farlo prima che salti tutto in aria, con costi ben peggiori da sopportare.

Questo articolo è stato pubblicato qui

Commenti all'articolo

  • Di Geri Steve (---.---.---.15) 4 giugno 2012 13:20

    Se si fosse voluto costituire uno stato "Europa" , da almeno quarant’anni si sarebbe imposto in tutte le scuole lo studio dell’esperanto e oggi avremmo una unità linguistica, condizione assolutamente necessaria. Nell’articolo si cita il caso Cina come stato plurinazionale, ma si tralascia che in Cina esiste una parziale unità linguistica attraverso la scrittura: è per quello che la Cina non ha mai potuto lasciare una scrittura ideografica.

    L’Europa invece è nata sulla volontà dei grandi poteri economici nazionali che hanno teso a trasformarsi in "europei "attraverso il mercato comune e la moneta unica.

    I politici invece fondano le loro clientele elettorali sul sostegno di interessi particolari, quindi non sono mai "internazionali". Nel frattempo i potentati economici nazionali sono diventati "mutinazionali" in senso globale e poco gli interessa dell’europa, come dimostrano il caso FIAT e le tante delocalizzalioni.

  • Di (---.---.---.248) 4 giugno 2012 15:50

    sono chiacchere.
    ma si sa, gli allarmismi riscuotono successo.

  • Di (---.---.---.223) 4 giugno 2012 18:09

    Tutta la maggioranza politica conosceva già i suoi rischi, e poi, perchè non hanno fatto accordi con l’Europa per fare una prova con l’euro per pochi anni? Quindi, visto la negatività perchè non si ritorna con la vecchia Lira? Il peggio sta ancora dietro!!!

    • Di (---.---.---.170) 4 giugno 2012 18:52

      E’ possibile che il crtollo dell’Euro coincida con il ritorno alle vecchie monete nazionali, ma non creda che questo possa avvenire senza costi molto salati. Quello che io sostengo è che occorra cercare di governate il processo per evitrare costi molto più pesanti.

  • Di (---.---.---.47) 4 giugno 2012 19:02

    Le città stato della Grecia del V secolo a.c. rappresentavano la parte più sviluppata e avanzata del pianeta (parte euroasiatica occidentale), talmente forti da infliggere sconfitte umilianti al gigantesco impero Persiano. Poi arrivò il regno macedone e la divisione delle Polis fu fatale. L’impero macedone si suddivise in stati ellenistici, i quali produssero la prima rivoluzione scientifica, ma la loro divisione fu fatale nel confronto con l’impero romano. Nel 1400 l’Italia delle signorie e delle repubbliche era la parte più ricca e sviluppata del pianeta (tutto), ma la sua mancata unificazione politica ne determinò la rovina e il declino nel confronto con i più grandi stati nazionali in formazione avanzata (Francia, Spagna, Inghilterra, Austria, impero Ottomano).

    Nel 1700 l’Europa degli stati nazionali produce la rivoluzione scientifica e quella industriale divenendo la parte più sviluppata e potente del pianeta . Tanto potente da dividersi l’intero pianeta.

    Oggi l’Europa di staterelli di 60, massimo 80 milioni di abitanti si trova a dover fronteggiare stati giganteschi che vanno dai 200 milioni di brasiliani ai 300 USA, ai 400 Indonesia, ai 1,1 miliardi di indiani e 1,3 di cinesi. Non c’è confronto il declino dell’area europea (è più corretta definirla così) è segnato....... a meno che non si formi un super stato europeo di mezzo miliardo di abitanti. Ma neache io ci credo e ormai siamo al dunque..

     

  • Di LRicci (---.---.---.253) 4 giugno 2012 20:07

    "D’altra parte, le condizioni strutturali per l’edificazione di un “Io” collettivo europeo continuano a non esserci per la mancata unificazione linguistica e culturale del continente. Tutto quello che può venir fuori da un processo forzato di unificazione sarebbe una buro-tecnocrazia centralizzata e totalmente priva di qualsiasi legame con la base popolare, un orrendo pasticcio antidemocratico assai poco auspicabile. Ma in ogni caso, anche questo appare come un disegno del tutto velleitario."
    Premetto che io mi sento cittadino Europeo, a tutti gli effetti.

    - Le radici comuni ci sono: per 2000 anni ci siamo confrontati e mescolati, i più grandi movimenti culturali e politici sorti nei vari stati sono stati spesso condivisi o comunque hanno finito per plasmare etica e convizioni di ognuno di noi: dal Cristianesimo al Rinascimento, passando per rivoluzioni e moti di ogni tipo.
    E l’unione non è semplicemente culturale: chiedete a un extracomunitario cosa vuol dire a livello burocratico lavorare, studiare, cercare casa o semplicemente muoversi da uno stato a un altro.

    - Non capisco esattamente in che termini lei parli di "mancata unificazione culturale e linguistica".
    Di passi ne sono stati fatti tanti. Sono stati proposti centinaia forse migliaia di progetti per la facilitazione del processo di unificazione (Erasmus, Leonardo, EMAS, Daphne..): comunque basta una ricerca su google rendersi conto di quanto si sia lavorato in questa direzione. (http://cordis.europa.eu/projects/ho...)
    Concordo tuttavia sul fatto che spesso sia mancato il coraggio e il superamento di egoismi. (penso alla rinuncia di D’alema agli esteri).
    Aggiungo sul capitolo "linguistico", una lingua è strumento potente, ma non decisivo: altrimenti nessuno si sognerebbe di parlare di Padania. Come sempre è il "vil denaro" a comandare le decisioni.

    Un ultimo commento riguardo alla "velleitarietà" del disegno: come detto, io credo nell’Europa.

    Credo in quella tendenza che, attraverso lenti passi, ci ha portato negli ultimi 40 anni a unirci.

    Credo nella ricchezza culturale che ognuno porta con sè, che è imparagonabile.
    Credo nelle idee, frutto della libertà e dei diritti di cui godiamo, che ci servono per affermare e raggiungere le libertà e i diritti che ancora non abbiamo.
    Credo persino nelle varie istituzioni europee che, nonostante tutte le problematiche, ritengo le espressioni più alte di democrazia in questo mondo. (l’Italia forse un po meno:).

    E infine credo che, oltre tutte le difficoltà, l’unificazione politica di questo continente sia l’unica via per la sopravvivenza dello stesso.

  • Di LRicci (---.---.---.253) 4 giugno 2012 20:08


    Facciamoci una risata con Guzzanti:
    http://www.youtube.com/watch?v=0E0C...

  • Di (---.---.---.238) 4 giugno 2012 22:33

    Bisogna però anche dire che le resistenze alla formazione di una solida Comunità Europea, sono state fortissime, sia esterne, USA, sia interne, GB. Il piano Delors che stava gradualmente portando al superamento di odi, rancori, diffidenze, invidie, egoismi, ed alla sostituzione della CEE, Comunità Economica Europea, con la CE, Comunità(politica ed economica) Europea, si scontrò con le politiche liberiste della Tatcher e Reagan e con la caduta del muro di Berlino.
     La Germania fu lesta ad operare la riunificazione, gli USA furono lesti a mantenere in piedi la NATO, mantenendo così non solo l’egemonia militare, ma impedendo, dopo lo scioglimento dell’URSS e la fine della guerra fredda, la creazione di una forza militare Internazionale in seno all’ONU.
    Inoltre con l’nserimento(Prodi presidente) di 7 paesi dell’ex Unione Sovietica all’interno della Nato e della UE crearono un mostro di 27 paesi che, sulle misure più qualificanti per arrivare ad una integrazione, dovevano decidere all’unanimità. Infine lo spostamento a destra della maggior parte dell’Europa,insufflando paura ed odio nei confronti di comunitari ed extra comunitari, riaprì quel solco di prevenzioni e rancori, che oggi impediscono di risolvere la crisi.
    nonnoFranco

  • Di (---.---.---.169) 4 giugno 2012 23:55

    cassandra del duemila...............se avverrà, la rovina sarà grande per lo Stato.nel ritorno .: alla ’liretta’ Quanti ’esperti economisti ’ sono spuntati in Italia...................................

  • Di (---.---.---.157) 5 giugno 2012 02:55

    Attualmente fanno parte della U.E. 27 Paesi, di cui:

     ·  18 Repubbliche parlamentari

    ·  2 Repubbliche federali

    ·  7 Monarchie costituzionali

    ·  1 Granducato

    Di questi, soltanto 17 Paesi hanno adottato l’Euro come valuta.

    Dunque: aldilà delle millenarie differenze linguistiche, di costume, di mentalità, eccetera, non mi è mai stato chiaro, e non mi è mai capitato di sentire affrontare e spiegare l’argomento, come sia possibile conciliare tante diverse forme di governo, sceglierne una unica e realizzare una effettiva unione politica.

    Anche al più cieco ed irriducibile ottimista, dovrebbe saltare agli occhi la enorme, direi smisurata, difficoltà a persuadere, che so?, lo sciovinista francese ad accantonare la sua natura nazionalista ed a farsi governare da un italiano, ad esempio.

    Oppure, a convincere il tradizionalista inglese a rinunciare alla monarchia, alla Camera dei Lord, alla Magna Charta, eccetera, ed adattarsi ad una forma di governo che non potrebbe che essere di tipo repubblicano.

    O forse possiamo ragionevolmente sperare che Juan Carlos rinunci al suo stato di regnante ed assuma una nuova identità politica, per esempio quella di Governatore della Spagna, sottoposto a verifica elettorale ogni 4-5 anni, e soggetto a essere governato magari da un tedesco? Al pari del governatore di un qualsiasi Stato U.S.A.

    Il tutto senza nemmeno essere riusciti a concordare una Carta Costituzionale comune!

    Ecco dunque a mio avviso il vero nodo politico, nascosto in tutti questi anni, venuto a galla con le attuali difficoltà nell’economia che stanno accentuando le divisioni ed i caratteri distintivi propri di ciascun Paese.

    Certo è che sarebbe dura adesso rinunciare all’Europa Unita, ed il costo economico derivante dal fallimento dell’Euro non sarebbe neppure quello più pesante da sopportare; in gioco ci sono valori ben più grandi ed importanti, i sogni e le speranze di alcuni grandi uomini che con il Trattato di Roma hanno creduto si potesse realizzare quella che alla prova dei fatti si sta rivelando come una utopia, tanto bella quanto irrealizzabile.

    Quegli uomini venivano da un periodo storico tremendo, avevano provato sulla propria pelle e su quella dei propri cari la follia di due guerre impopolari costate milioni di morti e distruzioni mai prima sofferte dal genere umano, avevano sperato con un’alchimia politica di mettere da parte gli egoismi nazionali a favore di una unione dei popoli tale da esorcizzare la Guerra.

    Oggi dobbiamo prendere atto che quelle in armi non sono le sole guerre possibili ed in realtà quelle economiche sono se possibile anche peggiori, in cui il nemico è impersonale, neppure cosciente o coinvolto emotivamente, e le popolazioni di interi Paesi sono inermi e senza possibilità di difendersi.

    Finalmente, la domanda delle domande è questa: vogliamo davvero rinunciare a tutto quanto è stato fatto con tanta fatica e pazienza nei trascorsi 55 anni? E ripiombare di colpo nella vecchia politica degli Stati Nazionali, con gli intrallazzi tra governanti di mezza tacca, Patti e Trattati che sono carta straccia alla prima occasione di convenienza (Libia docet)?

  • Di (---.---.---.105) 5 giugno 2012 09:31

    Ma chi mi dice che dietro le ostinazioni della destra tedesca e i silenzi della stessa sinistra non ci sia un lucido disegno luciferino della Germania?!?. Dal crollo dell’euro Spagna e Italia ne usciranno devastate, Francia e Inghilterra drasticamente ridimensionate, gli altri stati minori non contano già niente o sono nell’orbita politica della Germania. Certo anche i tedeschi pagheranno un costo ma sarà una cosa per loro assolutamente tollerabile e messa in conto. In fondo ogni stato che dichiara una guerra ad un altro sa che dovrà pagare un prezzo salato, ma i risultati saranno largamente superiori ai costi: l’antico sogno di dominio sull’intera Europa si realizzerà senza una guerra militare.

    Per quanto mi riguarda è da tempo che ho cominciato ad evitare con cura di acquistare prodotti di origine tedesca.

    Ma come abbiamo potuto pensare che i tedeschi, che da duemila anni aggrediscono sistematicamente tutti i propi vicini, dopo la seconda guerra mondiale siano diventati BUONI ???

  • Di (---.---.---.1) 5 giugno 2012 10:27

    L’attuale crisi credo sia l’esempio più lampante della limitatezza e dell’insufficienza di visioni puramente "economicistiche" delle cose. Come se fosse l’economia da sola a determinare le sorti della politica, o se da sola bastasse a sostituirla.
    L’unione economica non ha indotto, automaticamente, nessuna unione politica. E l’idea di giungere a quest’ultima "forzosamente", tramite shock economici, recessioni, tensioni sociali e suicidi di persone, beh, si commenta semplicemente da sè. E’ un sentiero aberrante, che qualsiasi persona di buon senso rifiuterebbe a priori. Ma nei vertici della UE, oggi come oggi, il buon senso sembra non andare di moda (e, purtroppo, si vede....).
    Ormai, quello che è successo non lo si può cambiare. L’euro, così come è, difficilmente sopravviverà ed i costi, come detto da molti, saranno alti (per la stessa Germania, che esporta proprio in quei paesi "spreconi" che ora sono in recessione).
    Posto che si deve ripartire da zero, come in un nuovo dopoguerra, invito allora ad abbandonare le discussioni sul problema (la crisi), per focalizzarsi sulla soluzione. Ripartire liberi, soprattutto, e ripartire con un principio fisso: ci vuole più politica. Politica "vera", intesa come arte di governo, intesa come idee. Non la politica che abbiamo visto sino ad ora, appiattita sulla mera ricerca del consenso tramite il marketing ed ancella di un’economia che ha chiaramente dimostrato di non sapersi governare.

  • Di (---.---.---.201) 6 giugno 2012 02:13

    L’EURO è un progetto CRIMINALE ideato da Francois Perroux nel 1943 per DISTRUGGERE gli Stati e le classi lavoratrici europee ed è stato costruito CONTRO il consenso dei cittadini degli Stati europei. Ora questo DISEGNO CRIMINALE completamente FOLLE sta finalmente arrivando al capolinea come è giusto che sia.

  • Di (---.---.---.102) 4 agosto 2012 17:55

    Condivido questa analisi che mi sembra molto equlibrata e propositiva. Spesso molti non vogliono neppur sentir parlare del crollo dell’euro, eppure molti economisti hanno auspicato un’ uscita o paventat un crollo improvviso della moneta unica. Mettere la testsa sotto la sabbia come fa lo struzzo non serve a nulla, invece e’ necessario prendere coscienza del momento difficile che stiamo vivendo, a iniziare dai politici. La Germania non puo’ pretendere di farci stare nell’eurozona senza adottare una politica che faccia crescere i paesi. Adesso tra l’altro dobbiamo pagare ogni anno 50 miliardi di euro per 20 anni per azzerare solo meta’ del debito, e poi cosa abbiamo risolto ? Nulla ci siamo solo svenati per raggiungere un obbiettivo che ci rende solo piu’ poveri e stremati Ma questo si ritorcera’ anche contro la Germania che avra’ difficolta’ a piazzare prodotti in un Europa ridotta alla fame, a causa i una politica dissennata , che prima finisce e meglio e’

Lasciare un commento




    Sostieni AgoraVox

    (Per creare dei paragrafi indipendenti, lasciare fra loro delle righe vuote.)

    Attenzione: questo forum è uno spazio di dibattito civile che ha per obiettivo la crescita dell'articolo. Non esitate a segnalare gli abusi cliccando sul link in fondo ai commenti per segnalare qualsiai contenuto diffamatorio, ingiurioso, promozionale, razzista... Affinché sia soppresso nel minor tempo possibile.

    Sappiate anche che alcune informazioni sulla vostra connessione (come quelle sul vostro IP) saranno memorizzate e in parte pubblicate.

    I 5 commenti che ricevono più voti appariranno direttamente sotto l'articolo nello spazio I commenti migliori

    Un codice colorato permette di riconoscere:

    • I reporter che hanno già pubblicato un articolo
    • L'autore dell'aritcolo

    Se notate un bug non esitate a contattarci.








    Palmares