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Vaccini e vittoria dei pro-vax: un po’ di logica sugli ultimi dati

Alcune perplessità esaminando la logica con cui sono state considerate le risposte alle domande nel rapporto Observa sulla percezione degli italiani sull'importanza delle vaccinazioni.

di Cristina Da Rold 

Ha fatto discutere un articolo pubblicato su Repubblica il 21 settembre che raccontava alcuni dati di un sondaggio condotto da Observa su come sarebbe cambiata la percezione dell’importanza dei vaccini fra la popolazione italiana negli ultimi due anni. Il titolo è altisonante: “La vittoria dei pro-vax: raddoppiati gli italiani che credono alla scienza”. Un titolo che si presta al desiderio – soprattutto da parte di giornalisti scientifici petulanti come chi scrive – di andare a vedere questi dati: da chi è composto il campione, quali sono state le domande sottoposte e quali le risposte.

Dopo un’iniziale frustrazione data dal fatto che l’articolo e il comunicato sul sito di Observa non erano accompagnati da un link al sondaggio, dopo poche ore i dati sono stati pubblicati, ed è qui che casca l’asino. Non certo per la serietà del sondaggio, che non va certo messa in dubbio, dato che Observa in questo è una fonte seria. Un campione di quasi 1000 individui è perfettamente in linea con la metodologia utilizzata per i sondaggi. Si legge infatti nel documento di Observa: “Rilevazioni con tecnica CATI/CAWI su un campione di 997 soggetti, stratificato per genere, età e ripartizione geografica, rappresentativo della popolazione italiana con età uguale o superiore ai 15 anni.

Tuttavia, prima ancora di passare alla fase “ermeneutica”, cioè di interpretazione delle risposte, alcune perplessità nascono quando si va a esaminare la logica con cui sono state considerate le risposte alle domande. Sì, logica. Chi scrive ha sicuramente una deformazione professionale a riguardo, ma quasi sempre quando proviamo a fare un po’ di debunking imbracciamo le armi del metodo scientifico, cercando di individuare le falle nella razionalità dei ragionamenti, quasi mai quelle della logica formale, a partire dal principio di non contraddizione. Invece molti bias nascono proprio da lì.

Sono due i grafici che lasciano perplessi se li consideriamo insieme, in particolare riguardo al discorso dell’obbligatorietà dei vaccini. Rimanendo sui dati 2017, si legge che il 47,1% degli intervistati afferma che “tutte le vaccinazioni, compresa quelle contro l’influenza, dovrebbero essere obbligatorie”. A questo si aggiunge un 43% di persone che affermano che solo un numero limitato di vaccinazioni dovrebbero essere obbligatorie, lasciando al singolo la libertà di decidere sulle altre, e un 8,1% di persone che ha risposto che nessuna vaccinazione deve essere obbligatoria.
Fin qui, tutto bene: in sostanza, il 90% degli intervistati nel 2017 è d’accordo sul concetto di obbligo vaccinale. Il pomo della discordia è su quante vaccinazioni fare. (E in ogni caso, per valutare bene la faccenda sarebbe utile capire a che vaccinazioni si riferiscono gli intervistati: quanti pensano che il vaccino contro il morbillo debba essere obbligatorio? Quanti che debba esserlo quello per l’epatite B? Non si sa.)

Il secondo grafico però rimescola le carte a riguardo, attraverso un’operazione molto delicata: chiedere a qualcuno non solo se è d’accordo o meno con una certa affermazione, ma quanto è d’accordo. Quello che emerge sono delle percentuali create sulla base dell’interpretazione soggettiva del concetto di “essere abbastanza d’accordo” o “essere poco d’accordo”, predicati che qui appartengono a due categorie diverse. Come sa bene chi si occupa di logica formale, non basta chiedere di rispondere “si” o “no” su predicati come “essere abbastanza” o “essere poco” d’accordo per assicurarsi l’inattaccabilità logica.

In logica ci sono branche dedicate allo studio di questo genere di predicati. Una di queste si chiama Fuzzy logic, un nome scelto appunto per descrivere questa instrinseca sfocatezza linguistica. La logica Fuzzy è un sistema complesso di attribuzione di valori di verità che si basa sulla liceità di valori intermedi tra quelli di vero e falso per affermazioni come “essere abbastanza d’accordo” o “essere poco d’accordo”.

Senza entrare in ulteriori noiosi tecnicismi, il senso del discorso è che porre le domande in questo modo produce il risultato che il 48% delle persone si dice molto o abbastanza d’accordo con l’affermazione “Bisogna lasciare decidere al singolo, perché solo lui/lei sa cosa è bene per la sua salute” e un altro 49,2% è invece “poco o per nulla d’accordo” (che comunque non sono sinonimi) circa la stessa affermazione.
Ma come – viene da chiedersi – ma se il grafico precedente affermava che il 47,1% delle persone pensa che tutte le vaccinazioni, compresa quelle contro l’influenza, dovrebbero essere obbligatorie e il 43% che solo un numero molto limitato di vaccinazioni dovrebbe essere obbligatorio, lasciando al singolo di decidere sulle altre?

L’unica conclusione che sembra lecita è che in genere molti italiani non hanno le idee chiarissime.

Interessante è anche la logica del principio di non contraddizioneall’interno dello stesso secondo grafico: cosa significa in termini di valutazione della comunicazione sui vaccini, che l’86% delle persone è molto o abbastanza d’accordo che sia “giusto obbligare a vaccinare i bambini per non mettere a rischio la salute di altri” a fronte di un 40% dello stesso campione che si dice molto o abbastanza d’accordo con l’affermazione: “La diffusione di vaccini serve solo ad arricchire chi li produce”?
Mettendo le cose in questo modo è evidente – sempre a livello logico – che una grossa parte di chi ha risposto che è giusto obbligare a vaccinare i bambini per non mettere a rischio la salute di altri è anche convinto che la diffusione di vaccini serva solo ad arricchire chi li produce.

Insomma, nonostante le domande del sondaggio siano pertinenti, così come il metodo utilizzato, non possiamo basarci su queste risposte per affermare né di avere vinto né di avere perso sulla comunicazione scientifica di questo tema.

Questo ci porta al problema dell’interpretazione di questi risultati, cioè capire dove stiamo andando, che è poi quello che ci interessa. Valutare qual è il “sentimento” degli italiani in merito alle vaccinazione e alla loro obbligatorietà (che comunque sono due punti distinti) e se stiamo ottenendo dei risultati a livello di comunicazione.

Fra ieri e oggi sono emersi sui social diversi thread di discussione a cui hanno partecipato medici, epidemiologi, giornalisti, a cui si rimanda per approfondire, come questo sul profilo di Antonio Scalari di ValigiaBlu. “Ci sarebbero molte considerazioni da fare. La prima è sul dato dei “contrari” spiega per esempio Antonio Clavenna, responsabile dell’unità di Farmacoepidemiologia dell’Istituto Mario Negri di Milano. “In realtà mi sembra di capire dal grafico che l’8% (in precedenza il 19%) rappresenta la quota dei contrari all’obbligo vaccinale, non necessariamente dei contrari alle vaccinazioni.” Aggiunge Scalari: “Nel presentare questi dati si è deciso che i pro-vax ( = “proscienza”, nel titolo) sono quelli che si rispecchiano nell’affermazione radicale ‘tutte le vaccinazioni, compresa quelle contro l’influenza, dovrebbero essere obbligatorie’ “.

“Tanto più che altre indagini fatte in precedenza hanno stimato i contrari a effettuare qualsiasi vaccinazione ai figli tra il 3 e il 5% dei genitori, con una maggiore ‘contrarietà’ tra le persone con un maggior livello di istruzione”, continua Clavenna. “Il fatto che aumenti la quota di chi ritiene che tutte le vaccinazioni (compresa quella contro l’influenza, sempre stando al grafico) debbano essere obbligatorie non è necessariamente ‘positivo’ né tanto meno indice di un’accresciuta consapevolezza dell’importanza e del ruolo delle vaccinazioni (se ci fosse consapevolezza, si comprenderebbe che per alcune vaccinazioni l’obbligo non avrebbe alcuna motivazione). Nonostante i facili entusiasmi, non c’è una correlazione provata tra credere alla scienza e ritenere utile o opportuno l’obbligo.”

@CristinaDaRold

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