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Terrorismo. Gli anni di piombo d’Europa, la “zona grigia” e la storia dimenticata

In questi momento drammatici è assai difficile ragionare lucidamente e ci tentano le risposte di pancia, inutili e dagli effetti catastrofici. Eppure dalla lezione storica dei nostri “anni di piombo” 70/80 è possibile trarre un insegnamento per uscire dalla morsa del Terrore.

Dicono che la storia insegni, ma forse ha discepoli alquanto smemorati o distratti. In questi momenti tragici, in cui l’Europa sta vivendo i suoi anni di piombo, nessun insegnamento viene ai nostri politici da quella drammatica lezione degli anni di piombo vissuti dal nostro paese tra gli anni settanta e gli inizi degli anni ottanta, che segnarono con una scia di sangue lunghissima la nostra storia, ma da cui siamo riusciti a sollevarci, vincendo la sfida contro un nemico che sembrava invincibile, perché nascosto nelle pieghe della società, tra i nostri familiari, i nostri compagni di scuola, di partito o di lotte sindacali, i colleghi di lavoro. Un nemico interno e per ciò stesso difficile da afferrare.

Si sospettava che le BR ricevessero sussidi dai servizi segreti bulgari, ma a nessuno vene in testa di dichiarare guerra alla Bulgaria. Piuttosto, si prese coscienza, faticosamente e dolorosamente, che il “nemico” era stato cresciuto, nutrito e allevato in patria. E che la strategia vincente, non poteva limitarsi solo all’aspetto militare, ma avrebbe dovuto tagliare l’acqua dove allignava la mala pianta del terrorismo.

LA "ZONA GRIGIA" - Fu una partita difficile e complessa, soprattutto all’interno della sinistra italiana e del maggior partito che lo rappresentava, il PCI di Berlinguer: il terrorismo della fine anni ’60 e inizio '70 era stato quello stragista di destra e riusciva ostica da accettare l’idea che potesse esserci anche un “terrorismo di sinistra”. Un’ammissione se non di colpa, di qualche errore di sottovalutazione, sarebbe stata un cedimento, avrebbe potuto fornire il fianco a strumentalizzazioni da parte degli avversari. Lo stesso nome “Brigate Rosse” evocava piuttosto un’armata Brancaleone che non un pericolo mortale. C’era infatti quella sottile “zona grigia”, di chi dichiarava di essere “né con lo Stato né con le BR”. Una zona variegata e sfuggente: c’era chi negava come impensabile l’esistenza di connivenze all’interno del movimento studentesco o operaio, e chi era disposto a chiudere un occhio verso quei compagni che, sbagliavano nei modi, ma avevano ragione a lottare contro lo Stato padrone. Fu una presa di coscienza lacerante, lenta e non senza ferite, ma salutare: quando fu prosciugata l’acqua stagnante dove proliferava il virus e la lotta al terrorismo divenne una lotta di popolo, il terrorismo fu sconfitto, assai prima di essere debellato con la repressione militare.

TAGLIARE L'ACQUA AL TERRORE - Simile sembra il terrorismo islamista: nato e cresciuto non certo fra i disperati che migrano in Europa per cercare salvezza dalla guerra o dalla fame, ma nelle periferie delle nostre città, in quel malessere e vuoto prima che economico, spirituale, che affligge le anonime banlieues metropolitane. Chi accetta di farsi saltare in aria, in nome di un presunto ideale religioso, vuol dire che ha perso ogni ideale autenticamente umano. I terroristi che seminano morte nella nostra Europa sono cittadini europei della seconda o terza generazione. E fintanto che godranno di coperture e compiacenze nell’ambito delle comunità islamiche europee, saranno “invisibili” e sfuggenti. Ma non aiuta certo la soluzione del problema chi ne fa un pretesto per una guerra ideologica o di religione, invocando risposte emotive e paganti nell’immediato sul piano elettorale, ma alla lunga catastrofiche. Solo quando si prenderà coscienza che il "nemico” comune è chi uccide un uomo, senza distinzione di sesso, patria o religione, l’Europa potrà incamminarsi sulla via vincente: piuttosto che aspettarsi l’invasione del nemico dalle sue frontiere, si guardi in seno.

E non invochi inutili e ridicole retate e coprifuoco militari o - peggio – avventure militari senza ritorno: non è con la paura, con le bombe o la limitazione delle libertà che si sconfigge il terrorismo, ché anzi si sancisce la sua vittoria, ma con una presa di coscienza europea dei valori comuni che ci uniscono e che non sono affatto estranei all’Islam. Non è il muro contro muro che ci salverà: la lotta contro il terrorismo islamista si vince con l’Islam o non si vince. Non con l’Islam ipocritamente definito “moderato”, quello dei petrodollari che di solito ci fanno chiudere più di un occhio con Stati liberticidi, come l’Arabia Saudita, a cui vendiamo armi, pur sapendo che fra le sue pieghe ci sono i finanziatori occulti dell’Isis. L’Islam nostro alleato è fatto da persone: quelle madri e padri disperati perché i figli si sono radicalizzati e sono scomparsi nella palude siriana, quei cittadini che contribuiscono a costruire l’Europa e che sarebbe un’imperdonabile iattura marginalizzare per consegnarli nelle mani del Terrore.

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