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Perché la buona scuola di Renzi non piace ai prof

La buona scuola di Renzi non piace a studenti e prof. Tutte le sigle sindacali sono scese il 5 maggio in piazza a manifestare il loro dissenso. Non accadeva da 7 anni. Secondo le prime stime, ha aderito allo sciopero circa l'80% dei docenti. Non va proprio giù il modello dirigista dell'uomo solo al comando che il premier vuole imporre.

Ph. Giuliana Buzzone

La buona scuola di Renzi non piace a studenti e docenti. Che non piaccia agli studenti non sorprende: è proprio dei giovani contestare il sistema. Guai se non fosse così. La novità è che la protesta ha coinvolto anche i prof, uniti e compatti come non mai. In tutta Italia è stata massiccia la mobilitazione contro la riforma del governo. Tutte le sigle sindacali sono scese il 5 maggio in piazza a manifestare il loro dissenso. Non accadeva da 7 anni. Secondo le stime dei sindacati, ha aderito allo sciopero circa l'80% dei docenti. È presto per esprimere una valutazione sull’incidenza che lo sciopero avrà sulle future scelte del governo, ma una cosa balza subito agli occhi: il decisionismo renziano ha ottenuto di ricompattare il fronte sindacale della scuola. E questo, considerato che il comparto scuola italiano è solitamente assai frastagliato e diviso, è già di per sé un successo della protesta.

UMILIATI E OFFESI - Renzi ha commesso un errore di valutazione. Non ha capito che nella scuola gli aspetti simbolici e ideali valgono assai più di quelli tecnici ed economici. Ridurre la questione scuola a un braccio di ferro con i sindacati da risolvere alternando il bastone con la carota, è una svista madornale. I docenti italiani subiscono da anni un processo di progressiva marginalizzazione e dequalificazione del loro prestigio sociale. Sottopagati rispetto ai loro colleghi europei, hanno visto anche venir meno la centralità del loro ruolo nella società. E si è vanificato il patto educativo con le famiglie su cui si reggeva la scuola italiana. Il prof è considerato ormai un controparte dalle famiglie, schierate in difesa dei loro figli, comunque sia. Eppure nella classe docente italiana è stato sinora forte il senso di appartenenza istituzionale allo Stato, di cui si considerano, più che dipendenti, rappresentanti: di qui la riluttanza a partecipare a forme di contestazione plateali, nonostante le continue umiliazioni. Ma qualcosa evidentemente si è rotto.

NO ALL'UOMO SOLO AL COMANDO - Delusi dalla scuola dell’autonomia, per lo più un contenitore vuoto di promesse mai mantenute e di investimenti mai stanziati, oggi non ci stanno a perdere l’unica vera autonomia rimasta: la libertà d’insegnamento riconosciuta dalla Costituzione italiana. Al di là di altri aspetti tecnici della riforma o di questioni che competono alla sfera economica, è questa la molla che ha fatto scattare la protesta. Non è andato giù il modello dirigista che impronta la riforma. Sotto accusa il ruolo dei dirigenti scolastici cui si concedono poteri molto più ampi dei compiti di direzione e controllo di cui oggi dispongono. Un aspetto assai criticato che è stato percepito come un attacco alla libertà d’insegnamento. I prof non intendono rinunciare all’ultimo brandello di prestigio e autonomia che gli resta, non accettano di essere ridotti a esecutori ubbidienti di direttive altrui. Una battaglia più simbolica che di rivendicazioni economiche. Ma la scuola è un luogo in cui i simboli sono tutto: questo aspetto è sfuggito al premier.

LA SCUOLA NON È UN'AZIENDA - Renzi ha inteso applicare il decisionismo a lui caro nell’ambito della scuola. La sua forma mentis dell'«uomo solo al comando» non gli ha permesso di capire che l’educazione vive di dialogo, libertà e autonomia, altrimenti muore, diventa indottrinamento di massa su un pensiero unico. Per questo la buona scuola renziana sa tanto di dispotismo illuminato e non piace. Non piace la burodidattica imposta dall'alto. La scuola non è un'azienda ma principalmente una comunità educante. Non è buona se non è libera. Non è una battaglia di retroguardia quella dei prof, in difesa di privilegi ormai superati, ma una lotta per mantenere vivo il principio democratico nell’educazione delle giovani generazioni. Che è quanto dire: per assicurare un futuro alla democrazia in Italia.

Questo articolo è stato pubblicato qui

Commenti all'articolo

  • Di paolo (---.---.---.20) 8 maggio 2015 20:20

    Ho l’impressione ,Giacomo mi smentisca se nel caso, che nessuna riforma della scuola ha mai avuto il consenso degli insegnanti e degli studenti .A mia memoria non ne ricordo una e , lo dico sia come ex studente di ogni ordine e grado che
    come ex insegnante velocemente fuggito su altri approdi .
    Questa di Renzi poi ha già un pregiudizio nel titolo , dal momento che "La buona scuola" è solo uno spot che fa lo stesso effetto di quei regimi sudamericani che si intortano di "democracia" .Per non parlare dell’olezzo di curia che cova sotto le ceneri.

    Comunque finché non si risolve la corrispondenza biunivoca "ti pago poco e accetto che lavori poco e senza alcun controllo di merito " non ci sarà nessuna riforma della scuola degna di questo nome .
    Una vera riforma : 8 ore di servizio con timbro del cartellino e pausa pranzo x 5 giorni settimana (sabato solo lezioni del mattino con almeno 40 ore settimanali),con pomeriggi dedicati al recupero e correzioni a disposizione degli studenti . Oltretutto si eliminerebbe lo sconcio delle supplenze pagate in nero .
    In cambio stipendio adeguato al ruolo e alla responsabilità sociale degli insegnanti .

    No? E allora e solo fuffa .

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