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GARLASCO: Se la "cazzimma" mediatica processa il vuoto vent’anni dopo

Vent’anni di fallimenti investigativi, di indagini a cerchi concentrici che girano a vuoto, e alla fine il colpo di genio: tirare fuori dal cilindro il mostro di riserva. Il caso di Andrea Sempio sta assumendo i contorni grotteschi dell'ennesimo fallimento della giustizia italiana, mascherato da "svolta decisiva". Una giustizia che, non potendo offrire certezze, offre carne da macello all'opinione pubblica.

Il paradosso della "pericolosità sociale" a scoppio ritardato

L'ultimo capitolo di questa farsa giuridica rasenta il ridicolo: giudicare la "pericolosità sociale" di un uomo a distanza di circa vent'anni dal delitto. Nel frattempo? Il nulla. Sempio non ha commesso un reato, non ha mostrato cenni di squilibrio, ha vissuto una vita normale.

Ma per i nostri inquirenti la linearità del tempo è un'opinione. Si pretende di applicare categorie psichiatriche e misure preventive retroattive, configurando Sempio non come un sospettato da giudicare sui fatti, ma come l'ennesimo capro espiatorio utile a coprire i buchi neri di vent'anni di incapacità di indagare e al contempo fare bella figura con l'ennesima tacca sulla colt da far valere ai fini della carriera alle spalle dei fessi.

Dna e impronte: la "scienza" degli errori macroscopici

Quando la logica manca, l'accusa prova a blindarsi dietro la scienza, dimenticando che la scienza – in mano a chi conduce indagini senza criterio – diventa una barzelletta.

  • La fuffa del DNA patrilineare: Ci vengono a parlare di una traccia di DNA che identificherebbe solo la linea paterna. Un'evidenza labilissima, ma soprattutto drammaticamente esposta a inquinamento. Del resto, parliamo dello stesso caso in cui all'obitorio, durante l'autopsia, le salme venivano gestite senza alcun criterio di isolamento, tanto da registrare il clamoroso inquinamento della scena con il DNA di un soggetto del tutto estraneo. Se non sanno proteggere i campioni in sala autoptica, con quale coraggio usano quelle tracce come prove regine?

  • La Cenerentola al contrario: C'è poi il dettaglio insormontabile della geometria e della fisica. Le impronte sul luogo del delitto parlano chiaro: l'assassino calzava un 42. Sempio porta il 44. Ma per i teoremi della Procura, evidentemente, un piede può rimpicciolire di due numeri per pura magia criminale.

Teorie fumose: l'ossessione del porno e il movente ridicolo

La tesi di chi indaga si regge su un bizzarro binarismo logico. Sempio sarebbe stato "ossessionato" dal desiderio di un contatto sessuale con Chiara Poggi, il tutto sulla base dell'aver visionato (forse) un video osé.

Un'ossessione talmente devastante che l'assassino non ha nemmeno tentato una violenza sessuale sulla vittima. Ma soprattutto, l'idea che aver visto un video osé si traduca automaticamente in un movente omicida è semplicemente ridicola. Se questo fosse il criterio psicologico, allora chiunque guardi un film porno dovrebbe mettersi a dare la caccia alle attrici per tentare di ammazzarle! Siamo alle comiche finali della profilazione criminale.

Parlare da soli è reato? L'era della pseudo-psicosi

Il picco del ridicolo interpretativo viene toccato con l'uso degli audio in cui Sempio parlerebbe da solo. Gli inquirenti ci vedono una "pseudo-psicosi", una prova di squilibrio atta a giustificare l'azione omicida.

Un avvertimento per tutti i lettori: Se questa è la svolta della criminologia moderna, farete meglio a stare attenti. La prossima volta che qualcuno vi fa incazzare nero e, chiusi nella vostra auto o nella vostra stanza, gli mandate un accidente ad alta voce, frenate la lingua. Potreste essere voi il prossimo profilo perfetto per i talk show pomeridiani. Potreste essere voi il prossimo capro espiatorio di un sistema che non potendo arrestare il colpevole, arresta il primo che capita a tiro, ignorando taglie di scarpe, logica e buon senso.

Il combinato disposto: sciacallaggio mediatico e deliri di onnipotenza

In questo scenario, il vero cortocircuito non è solo normativo, ma culturale e psicologico. Da un lato abbiamo il circo mediatico: lo sciacallaggio televisivo orchestrato da comparse e opinionisti nei salotti di Mediaset e Rai, dove i processi si celebrano in prima serata a colpi di share e sensazionalismo, prima ancora che nei tribunali. Un tritacarne che manipola l'opinione pubblica, crea il "mostro in prima pagina" e distrugge la reputazione di un uomo in un servizio da tre minuti.

Dall'altro lato, questo clima tossico alimenta e giustifica la sindrome del giustiziere in certi frequentatori abituali delle aule di giustizia. Quando un giudice o un PM si lascia condizionare dal plauso della piazza catodica e si fa ossessionare da una mania di protagonismo, smette di essere un servitore neutrale della legge. Diventa un inquisitore accecato dal proprio ego, convinto di incarnare una missione morale superiore.

A questo punto la domanda sorge spontanea e provocatoria: di fronte a un sistema in cui chi detiene il potere di azzerare la libertà altrui agisce sotto l'influsso dell'ossessione del palcoscenico e della foga autopromozionale, chi è che avrebbe davvero bisogno del supporto di uno psichiatra? Chi finisce ingiustamente dietro le sbarre per l'ansia da prestazione di una procura, o chi, protetto dall'impunità del proprio ruolo e accecato dai riflettori, scambia le aule di giustizia per un teatro personale?

Si parla di 2000 persone l'anno che vengono detenute ingiustamente ma solo la metà vengono risarcite, L'escamotage per non risarcire tutti è contenuto nella cosiddetta "colpa grave" anche il non rispondere alle domande nelle quali vi accusano ingiustamente è considerata tale. 

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