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Primarie PD | L’opposizione che verrà

Ci si avvicina – con la velocità del fulmine (sic) – al concorso di “Miglior Segretario del Piddì”. Altrimenti dette Primarie. La scelta dei candidati alla corsa di leader supremo si chiude domani.

E oggi l’ala renziana dovrà decidere cosa fare da grande dopo la débâcle del 4 marzo (elezioni europee del 2014: 11 milioni e 172mila861 voti – elezioni politiche 2018: 6 milioni 161mila896 voti, più altri 285mila dall’estero per un totale inequivocabile di circa 5 milioni di voti persi).

Renzi ha ripetuto di non volersi più candidare e di non voler “logorare chi vincerà”. Il Piddì “stia sereno” insomma.

Inutile ricordare che sono tutt’altro che sopite invece, nonostante le smentite, le voci di una scissione interna al partito che, secondo gli ormai numerosi rumors, vedrebbe Renzi portarsi via una fetta consistente di quel 18% residuo di elettorato consolidato del partito.

Il progetto non sarebbe altro che una nuova versione del già ventilato Partito della Nazione, una specie di alleanza neo-illuminista, centrista ed europeista à la Macron (il che, detto in tempi di giubbetti gialli porta un po’ sfiga). Progetto già bocciato proprio il 4 marzo con le conseguenze che tutti abbiamo sotto gli occhi: rigurgiti di xenofobia, una predilezione per la sicurezza tale da portare sicuramente maggiore insicurezza, proposte a dir poco reazionarie nell’ambito dei diritti civili, del diritto di famiglia, della laicità dello Stato, della revisione storiografica fino a espliciti atti intimidatori contro organizzazioni di accoglienza dei migranti, contro sedi dell’ANPI, contro – addirittura – le pietre d’inciampo che ricordano le vittime ebree della persecuzione nazifascista.

Attività ampiamente attribuibili agli ambienti della destra che si sentono ormai “coperti” dall’onnipresenza, politica e mediatica, di Matteo Salvini. Non percepibili, se non per voltafaccia clamorosi (ILVA, TAP, forse TAV eccetera) e figuracce incommentabili, i ministri Cinquestelle che, pure, avrebbero dalla loro una quantità di parlamentari doppia di quella leghista. Segno palese di irrilevanza e inettitudine.

Ma non è la solita esternazione antigovernativa che interessa oggi, quanto le possibili conseguenze di uno “strappo” di Salvini al governo.

Anche in questo caso le rassicurazioni del leader leghista contano poco; è un fatto che la storica base elettorale della Lega – piccola e media imprenditorialità del nord – stia mordendo il freno. Due trimestri consecutivi di segno meno indicano un’economia in fase recessiva conclamata, che le chiacchiere non possono certo fermare. E quando lo strappo arriverà sarà il M5S a finire all’opposizione, se diamo credito ai sondaggi, non certo il centrodestra a guida leghista.

E quando questo avverrà all’opposizione ci saranno il PD, il M5S, qualche residuo di sinistra-sinistra in cerca di se stessa e – forse - Renzi con il suo ipotetico partito.

Chi mai metterà in serio pericolo un governo di destra compattato attorno alla Lega e capace di consolidare una platea sociale di stampo ultraconservatore e tradizionalista che, proprio per richiamarsi agli pseudo valori della famiglia tradizionale, del suprematismo maschilista, della religiosità preconciliare e così via enumerando, trova consensi perfino negli ambiti della stessa sinistra classica?

La domanda appare senza risposta se non immaginando una qualche forma di collaborazione tra PD e M5S.

Oggi Zingaretti sembra il favorito nella corsa alla segreteria del PD. Ed è uno che ha già ipotizzato aperture ai Cinquestelle, probabilmente ragionando proprio nella prospettiva di un futuro governo Salvini. Questa sembra essere la strada che il PD prenderà nel prossimo futuro se i sondaggi sulle primarie non verranno sconfessati.

I quesiti in sospeso sono ovvi: nessuno ha ancora capito come reagirà Renzi a questa nuova strada del suo (forse ex) partito né, tantomeno, in che modo i Cinquestelle riusciranno ad elaborare l’infausto “contratto” di governo che li ha portati, molto semplicemente, a spianare la strada alla Lega avendo in cambio anche meno del biblico piatto di lenticchie con il quale Esaù si vendette la primogenitura.

Su questi due interrogativi si giocano le prospettive nazionali. Nessuno aggiunga, per cortesia, un prevedibile "allora stiamo freschi".

Foto: Palazzo Chigi/Flickr

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