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Citizen journalism | Dove scriviamo

Pubblico su Twitter con puntualità gli aggiornamenti di vendite e le tendenze del mercato dei media e dell'advertising.

Le nuove tecnologie, lo sappiamo, hanno rivoluzionato il mercato dell'informazione e, di conseguenza, anche quello della pubblicità. I media tradizionali presentano spesso dati di vendita e di fatturato pubblicitario in costante rosso: reggono radio (buona penetrazione, costo contenuto), cinema (proiezione di spot a lunga durata), la televisione limita i danni, la Out of Home (TV fuori casa) va alla grandissima, resiste la TV e l'affissione, con scontistiche esagerate. Parlando della carta stampata il rosso non è solo costante ma anche profondo, e da alcuni anni. Le periodicità più diffuse (quotidiani, settimanali, mensili) presentano spesso negatività in doppia cifra. Contiene i danni l'altra periodicità, prettamente locale, premiata dalle edicole per le piccole notizie delle piccole comunità, la pubblicità locale su un media di buona qualità (ed economico) ed i necrologi.

In questo contesto economicamente desolante diventa imprescindibile il ricorso a tutti i mezzi possibili pur di salvare il salvabile. Fra questi senza dubbio i publiredazionali la fanno da padroni. Con questo termine si intende un contenuto pseudo giornalistico ma confezionato, spesso spudoratamente, a favore dell'inserzionista. Sono sempre esistiti, certo, ma prima della crisi la distinzione fra contenuto redazionale e pubblicitario era netta, marcata, permettendo al lettore di distinguere chiaramente i due contenuti.

Molti anni fa ho lavorato per un quotidiano che apriva l'edizione locale nella mia città. Un giorno veniamo avvisati che la giornata successiva ci sarebbe stato uno sciopero nazionale: l'edizione di un'altra città era uscita con una pagina publiredazionale priva della necessaria "A cura della concessionaria di pubblicità". Giornalisti forti, poligrafici forti.

La crisi ha sconvolto le regole: nelle home page anche dei principali quotidiani nazionali è sempre più difficile percepire se "il rimedio miracoloso che i medici non dicono per eliminare le verruche" sia un contenuto redazionale o pubblicitario, visto che la colonna a destra mescola sapientemente il sacro con il profano. Tutto questo non a caso. Spesso queste inserzioni vengono pagate in "pay per click", cioè se il lettore clicca su quel banner. Mescolando le carte moltiplicare i click è certamente più semplice.

Ci si limitasse solo a questo. Leggo qualche mese fa la recensione dell'ultimo film degli Avengers. Un buon prodotto per quel tipo di mercato ma volontariamente e giustamente privo di qualsivoglia pretesa artistica. Di opposto parere la giornalista di turno: regia eccellente, recitazione perfetta, sceneggiatura da Pulitzer, trama avvincente, colonna sonora da hit. Probabilmente abbiamo visto due film differenti.
Ecco, questo è l'aspetto più pericoloso e pernicioso: la commistione integrale fra redazione e pubblicità, lasciando il lettore in completa balia dell'inserzionista di turno.

Dove scriviamo noi? Il Citizen journalism, o giornalismo partecipativo, si sta rapidamente diffondendo in tutto il mondo.

In Francia (fonte Wikipedia) Agoravox è la seconda fonte di informazione, preceduto solo da Le Figaro. Il motivo è quasi lampante: nessuno di noi fonda la propria vita su quanto qui si pubblica. Lo si fa per passione, per voglia, anche per visibilità perché no, ma raramente o quasi mai per denaro. Forse per qualche segnalazione di mostre artistiche o manifestazioni locali, ma la remunerazione sarebbe talmente minima da risultare ridicola.
Forse il futuro dell'informazione siamo noi, liberi da schemi politici o economici.

Chissà se George Orwell, pensando oggi a "1994", sarebbe più spaventato dal comunismo o dal pay per click.

credit photo: freepress.net

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