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 Home page > Tribuna Libera > 27 gennaio, sapete già che Giornata è

27 gennaio, sapete già che Giornata è

È una ricorrenza internazionale, designata da una risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2005 a commemorare le vittime dell'Olocausto.

Risoluzione recepita in Italia dalla legge 211 del 20 luglio 2000 che istituisce la giornata «al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».

Il 27 gennaio del 1945 le truppe dell’Armata Rossa arrivarono ai cancelli di una struttura da cui le truppe naziste erano già fuggite da dieci giorni. I cancelli che furono aperti, liberandone i reclusi, erano quelli del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

Anche se, a parere di molti (me compreso), sarebbe opportuno estendere la motivazione della legge al fine di includere nella commemorazione anche tutte le altre vittime della persecuzione nazista, il 27 gennaio è la Giornata della Memoria di ciò che è successo negli anni intercorsi tra l’emanazione delle leggi razziali (tedesche nel 1935 e italiane nel '38) e la fine dello sterminio nazista del popolo ebraico.

Ma sappiamo che il puro e semplice ricordo, seppur indispensabile, potrebbe non essere sufficiente a contrastare nuove derive antisemite e potrebbe anzi provocare “stanchezza” nell’opinione pubblica o, addirittura, l’effetto opposto suscitando nuovo astio nei confronti degli ebrei. Come sembra che stia succedendo.

Problematiche già evidenziate dalla stessa comunità ebraica negli anni passati, ma che – secondo la più recente indagine dell’istituto di ricerca Swg, condotta in collaborazione con la redazione dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (dal cui quotidiano traggo queste notizie) ­– ha segnato quest'anno una decisa inversione di tendenza. In parallelo forse “alla crescita della percezione che il pericolo dell’antisemitismo stia aumentando”.

Resta indiscutibile il fatto che il puro e semplice ricordo non è sufficiente. È invece necessario continuare la ricerca – ai molti livelli multidisciplinari e con i molti strumenti necessari – per comprendere appieno le motivazioni più profonde che hanno causato quella tragedia.

Perché la risposta alla domanda che si impone – “perché ciò che oggi ricordiamo è avvenuto?” – non è ancora stata data fino a soddisfare completamente i quesiti storici.

Anche dire “ricordiamo perché non accada più” è altrettanto indispensabile, se non altro per distinguersi dalla fredda indifferenza di qualcuno, ma nello stesso modo non è sufficiente.

Il motivo è semplice: se non si arriva al fondo di quello che è stato, se non lo si capisce appieno, se non ne sviscera la struttura portante e se non se ne affrontano gli aspetti psicopatologici che lo hanno reso fattibile, la possibilità che si ripeta – magari in altre forme e con altri protagonisti – non è affatto esclusa. Non è possibile essere certi di averla eliminata per sempre dalla storia umana.

Sappiamo dalla cronaca che certi virus mutano in determinate circostanze e si ripresentano più pericolosi che mai quando meno ci si aspetta.

E anche se oggi non c’è nulla che faccia pensare a un ritorno di quei tempi (almeno in Europa, anche se i conflitti balcanici degli anni ’90 ne hanno riesumato taluni aspetti di brutalità) – tempi in cui i partiti antisemiti raggiungevano posizioni di potere e varavano leggi suffragate dalla pseudoscienza razzista – certe avvisaglie più recenti non possono essere davvero sottovalutate.

Tanto più non basta “ricordare” quello che è stato, per essere certi che ciò che è stato non si ripeta. Come ha scritto David Bidussa in un suo saggio “quando rimarremo soli a raccontare l’orrore della Shoah, non basterà dire “maipPiú” né rifugiarsi tra le convenzioni della retorica. Serviranno gli strumenti della storia e la capacità di superare i riti consolatori della memoria”.

È per questo che gli storici sono tuttora impegnati non solo a ricostruire i fatti accaduti con sempre maggior dovizia di particolari, ma anche a comprendere sempre meglio come sia stata possibile una costruzione delirante come quella hitleriana (e dei tanti conniventi) nel cuore di un continente che si considerava il più culturalmente evoluto della storia mondiale.

Il mio contributo su queste tematiche, nei limiti delle mie capacità, si è concretizzato in un libro: Dall'impuro al peccaminoso, edito da Licosia nel 2018.

In questo lavoro ho tentato di affrontare le diversità antropologiche tra la tradizione occidentale (greco-romana cristianizzata) e quelle che ho definito “semitiche”, per indicare insieme ebraismo e islam (di cui ho evidenziato le similitudini, ma non, in questo caso, le diversità che pure esistono), prendendo a prestito il termine dalla linguistica, pur con qualche approssimazione (è definito semitico anche l’amarico parlato in Etiopia, che ha una tradizione religiosa copta, di derivazione cristiana quindi non sovrapponibile a quella ebraica o a quella islamica).

Questa ricerca sull’antropologia, veicolata da tradizioni diverse – quello che gli esseri umani di ciascuna tradizione pensano (e ancor più pensavano prima che, forse, una certa omologazione postbellica s’imponesse) di se stessi, del femminile, del rapporto uomo-donna, della corporeità, della sessualità, della nascita, del mondo onirico e così via – non poteva essere sviluppata se non con l’ausilio fondamentale di una teoria che permettesse di definire esattamente l’essenza dell’essere umano e della realtà della sua nascita, dell’identità e immagine femminile, del mondo onirico, del non cosciente, del senso del rapporto fra esseri umani diversi. È la Teoria della nascita che lo psichiatra Massimo Fagioli ha proposto nei suoi libri fin dal 1972.

Insieme ad essa ho potuto arricchire il testo sfruttando l'esegesi assolutamente originale di un grande biblista veneziano, Carlo Enzo, scomparso giusto un anno fa, di cui va ricordata, assieme ai suoi libri estremamente interessanti per quanto non di facile lettura, l'intervista che gli fece Antonio Gnoli su Repubblica. Da cui si può capire la particolare lettura del testo biblico che ne emerge.

Si possono individuare nelle differenze antropologiche alcune contrapposizioni fra le tradizioni culturali citate che, insieme ovviamente alle diversità teologiche più note, hanno determinato nei secoli un’iniziale dialettica, anche aspra, divenuta nel tempo sempre più dura, segno di una vera e propria inconciliabilità sulle idee fondamentali, che non ha preso poi la via di una convivenza possibile, per quanto problematica, fra culture profondamente diverse, ma quella dell'intransigenza e del contrasto sempre più accentuato, fino a diventare questione, delirantemente determinata dall'ideologia razzista, di vita mea-mors tua.

Non era ineluttabile che accadesse, ma è ciò che è accaduto. Ed ha significato la morte per gli uni e la macchia indelebile dello sterminio per gli altri.

Riflettere su questi temi non è esaustivo, molte domande sono ancora aperte e la ricerca non può certo dirsi terminata. Ma senza di essa, la semplice memoria potrebbe rivelarsi davvero solo vuota retorica.

Su ibs.it, amazon.it, feltrinelli.it, mondadoristore.it, hoepli.it, libreriauniversitaria.it etc.

Foto di Peter Tóth da Pixabay 

Commenti all'articolo

  • Di Persio Flacco (---.---.---.225) 28 gennaio 00:16

    Per comprendere la causa della Shoah occorre comprendere il nazismo, e per comprendere il nazismo occorre studiare il suo manifesto ideologico: il Mein Kampf. E’ in quel prolisso mattone che è scritta la causa. Per quanto possa apparire incredibile, le cervellotiche tesi esposte in quel libro sono diventate legge imperativa per la Germania e per la quasi totalità dei suoi cittadini posti sotto la dittatura di Hitler.

    Ne consegue che, affinché il "Mai più" non sia vuota retorica, occorre diffondere la conoscenza del nazismo, e dunque del suo manifesto ideologico.

    Questo purtroppo implicherebbe che i semi del nazismo possano essere riconosciuti anche in realtà nominalmente assai distanti dal Nazismo, per questo si preferisce la vuota retorica.

  • Di Fabio Della Pergola (---.---.---.107) 28 gennaio 01:58
    Fabio Della Pergola

    Sinceramente elencare due banalità non è utile né a conoscere il nazismo né a conoscere altro.

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