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 Home page > Tribuna Libera > Vincent Lambert: sentenza dovuta

Vincent Lambert: sentenza dovuta

Il caso Vincent Lambert il ragazzo francese da anni in stato quasi vegetativo in seguito ad incidente automobilistico, ed a cui la Cassazione francese ha disposto la sospensione per l'idratazione e l'alimentazione agita diverse coscienze, ma tali dovrebbero, ad avviso di chi scrive, rimanere al contrario estremamente serene.
La moglie che asserisce che le volontà del marito espressa verbalmente sono quelle di non voler vivere in condizioni di estrema dipendenza, e i genitori che vogliono che non si pone un fine a quella vita che tale non è.
 
Molte persone per loro scelta o condizioni scritte pongono un punto di fine ad un male incurabile, a quelle condizioni estreme di sopravvivenza artificiale, a quelle condizioni che oltre che di non vita, tolgono la dignità e la serenità di avere una morte, una morte assistita, di scegliere, alcuni sono liberi di farlo fino alla fine ovvero per il tempo che rimane ancora disponibile, altri non possono farlo anche se avrebbero desiderato farlo per volontà non espressa in tempo.
 
Per la comunità scientifica a partire dalla Federazione degli ordini dei medici “che ha presentato da tempo al Parlamento un documento, in cui si chiarisce che alimentazione e idratazione artificiale sono terapie che vanno somministrate mediante consenso informato e che vanno sospese quando questo consenso viene meno”. Nessuna sentenza può sancire che la nostra vita non ci appartiene, che non possiamo scegliere, e che per farlo spesso dobbiamo andare oltr'alpe.
 
Non può esistere, né può essere forzato un diritto alla vita a tutti i costi deciso da altri, diritto che per noi non pone alternative per la scelta di un diritto altrettanto legittimo e soggettivo di non restare aggrappati né a quelle macchine che tengano in vita artificialmente quei nostri organi vitali, né ad aspettare una morte che busserà di sicuro, ma quando e come vuole, magari non prima di atroci sofferenze che non sono quelle fisiche anzi.
 
La morte non può comandare la nostra non vita quando questa è diventata tale, non possiamo rimanere a sua disposizione per mesi per anni tra sofferenze fisiche e spirituali in primis di chi è purtroppo afflitto da condizioni estreme. Sofferenze anche e spesso in particolar modo di chi ci sta accanto, di chi ci ama, di chi ci ha amato per una vita e continuerà a farlo con la stessa intensità anche dopo.
 
Resta indispensabile rispetto e consapevolezza per quella vita che non è più tale. Una vita ha il diritto dovere di essere e rimanere tale, di avere requisiti innanzitutto di non permettere sofferenze in cambio. L'accanimento terapeutico per una vita che non esiste più non ha senso, non porta giovamento, non potrà mai portarlo, porterà solo illusione e con questa sofferenza.
 Molte situazioni specifiche del tema in oggetto, per essere capite, dovrebbero far parte del nostro vissuto o della nostra conoscenza diretta o indiretta a casi del genere, spesso sotto i nostri occhi.
 
 Piergiorgio Welby, Eluana Englaro e tanti altri ne sono esempi. Il dolore tante volte non può essere compreso, se non da chi ha provato o è stato partecipe di quello stesso dolore. Quegli insegnamenti religiosi fondati in quod pugnat malis et doloris e contrari a tali decisioni per un diritto di scelta dovrebbero considerare quelle sofferenze e quei dolori in tutti i sensi per chi non può decidere e chi sta vicino in quelle situazioni non più considerate vita biologica. Quella misericordia necessaria non potrà essere attuata se non con molte difficoltà solo da quella scienza che ha deciso in tale senso. Porre fine ad un agonia non è un peccato, non può essere visto come tale, porre fine a una sofferenza può essere un enorme atto d'amore. 
 

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