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Ucraina: la chiave di volta della guerra

La storia insegna che sempre, anche durante i conflitti più cruenti, è esistita fra i contendenti quell’area grigia dove si muovevano due tipi di personaggi (che talvolta coincidevano nello stesso individuo con cappello e trench): da una parte le spie (domanda: perché inglesi e americani erano sicuri che Putin avrebbe dato l’ordine di invadere l’Ucraina, mentre tutti gli europei cascavano dalle nuvole? Forse qualcuno ha coltivato fonti affidabili e qualcun altro no?). Dall’altra quei diplomatici di seconda o terza fila, poco appariscenti, ma assai ben introdotti, capaci di tenere aperta la porta del dialogo anche quando ogni contatto sembra essere spezzato irrimediabilmente.

Attraverso questa porta passano le informazioni e le comunicazioni, assolutamente fuori dalla portata del grande pubblico, che solo gli storici riescono a individuare (e non sempre) dopo che gli archivi vengono desecretati. Cioè dopo decenni dai fatti in questione, quando a nessuno, eccezion fatta per gli studiosi, interessa più cosa successe e cosa no in un certo momento della storia.

Una domanda che chiunque si sia occupato di storia recente si è posto, ad esempio, riguarda il mancato uso di un’atomica sulla capitale nordvietnamita da parte americana. Gli Stati Uniti hanno preferito – piuttosto che usare la risolutiva arma nucleare su Hanoi – il lungo conflitto che è costato comunque fra uno e tre milioni di vittime vietnamite (a seconda delle fonti) oltre ai circa 60mila statunitensi e a un’infinità di milioni di dollari dei contribuenti americani.

Per poi finire con la prima e più scottante sconfitta militare della loro storia.

E non è che non avessero provato, a vincere. L’operazione Linebacker fu una campagna di massicci bombardamenti sul Vietnam del Nord, lanciata nel maggio del 1972 dal presidente Richard Nixon e durata fino all’ottobre dello stesso anno. Cinque mesi di bombardamenti devastanti, ma non abbastanza da piegare la resistenza vietnamita. Perché non usare l’atomica per ottenere un risultato definitivo in molto meno tempo?

Una risposta la diede un noto politico democristiano qualche tempo fa: «Perché sarebbe stato un crimine contro l’umanità, l’opinione pubblica interna non lo avrebbe consentito e il presidente che lo avesse autorizzato sarebbe stato messo in stato di impeachment e sarebbe finito in galera. È lo stesso motivo per cui armi nucleari non sono state usate né in Afghanistan né in Iraq. Ci sono nella storia e nella vita dei tabù che è bene non violare, delle linee di confine che è bene non attraversare, dei precedenti che è bene non stabilire».

La risposta è forse un po’ edulcorata, i crimini contro l’umanità sono stati abbondantemente compiuti anche senza usare l’atomica, ma la sostanza è concreta: c’è un tabù reale sull’uso dell’atomica come arma utilizzabile in un conflitto. Perché non vanno costituiti dei precedenti. A cui poi potrebbero aggiungersi dei "seguenti" da parte di altri.

Così quella linea di confine non fu superata benché l’idea di farlo fosse stata proposta già nel 1954 dall’allora segretario di Stato americano John Foster Dulles, quando a combattere in Indocina erano ancora i francesi.

Oggi la questione nucleare si è riproposta brutalmente quando la Russia ha invaso l’Ucraina.

Uno degli opinionisti di successo nel nostro paese, Alessandro Orsini, ha ripetuto a più riprese che Vladimir Putin avrebbe usato l’arma nucleare se fosse stato messo all’angolo: «Se porremo Putin in una condizione disperata, certamente userà la bomba atomica». La conclusione del suo discorso è stata conseguente, per quanto discutibile, con le premesse: «Facciamo vincere la guerra a Putin». Solo che non ci ha detto che cosa significa "vincere" per Putin. Forse per lui significava prendere l'Ucraina e consegnarla, senza battere ciglio, alla prevedibile bielorussizzazione, con tutto quello che è facile immaginare. O forse no, ma senza questa precisazione si tratta solo di aria fritta.

Oggi, a tre mesi dall’inizio del conflitto, possiamo dire due sole cose certe: la Russia ha tentato di occupare la capitale ucraina con l’intento di decapitarne la dirigenza politica e sostituirla con una più “empatica” con Mosca. La motivazione dichiarata era la “denazificazione” del paese, termine che va tradotto con “de-ucrainizzazione" dell’Ucraina; eliminare l’esistenza dell’identità nazionale ucraina per far rientrare il paese nell’area ampia del Russkiy mir, il mondo russo. Putin è stato chiaro su questo: l’Ucraina di fatto non è mai esistita, è stata solo un’invenzione leninista, secondo lui.

L’operazione è vistosamente fallita e la strategia è stata reimpostata. E questa è la seconda cosa certa, al momento. L’obiettivo non è più la conquista di Kiev, ma quella dell’intero Donbass. Cioè delle due province di Lugansk, la cui occupazione (o “liberazione” a seconda dei punti di vista) è stata quasi completata, e di Doneck che è, a oggi, invece occupata (o “liberata”) solo per metà. È qui che sono in corso i combattimenti più duri. Ed è alle pesanti perdite del suo esercito che il presidente Zelensky si è riferito, lasciando intendere che non avrebbero potuto resistere a lungo.

Torna quindi la domanda: quale sarebbe la “condizione disperata” in cui Putin potrebbe usare anche l’atomica?

Non il fallimento dell’obiettivo primario, ormai è certo. L’atomica su Kiev non è stata sganciata e i russi sembrano aver accettato il fatto con una qualche nonchalance. E l’obiettivo secondario, la conquista del Donbass non sembra trovare ostacoli insuperabili. Per dirsela tutta, al nord i russi le hanno prese di brutto, a est le stanno prendendo gli ucraini. Possiamo quindi convenire che l’atomica non è più un’opzione sul tavolo? Crediamo di sì, e naturalmente speriamo di non sbagliare.

A meno che l’obiettivo di Putin non sia il solo Donbass, quanto piuttosto tutta la costa meridionale dell’Ucraina fino a comprendere la storica città di Odessa e la fascia di territorio che collega il Donbass con la Transnistria.

I due obiettivi costituiscono l’ipotesi minima (il Donbass) o quella massima (Donbass più la costa meridionale, Odessa compresa) in discussione al Cremlino, secondo Dimitri Suslov, direttore del Centro studi europei e internazionali presso la Scuola superiore di Economia di Mosca. 

Le colombe si accontenterebbero della prima, i falchi vorrebbero perseguire la seconda.

L’ipotesi minima sembra a portata di mano anche perché la lentezza con cui il presidente Biden ha aperto alla possibilità (ancora in discussione) di fornire agli ucraini armi in grado di fermare l’avanzata russa (lanciarazzi a lungo raggio e altra artiglieria pesante), fa supporre che l’Occidente abbia già maturato la decisione di “concedere” a Putin il raggiungimento dell'obiettivo minore. Evitando così, accuratamente, di stringerlo nell'angolo dove potrebbe diventare pericoloso.

Sono congetture non verificabili al momento, ce lo diranno gli storici fra trenta o quarant’anni casomai, ma l’ipotesi che una diplomazia segreta si muova in quell’area grigia dove ci si accorda su cose non confessabili alla pubblica opinione non è poi così campata in aria.

Le cose cambiano drasticamente se invece si parla dell’“ipotesi massima” ventilata dai falchi.

L’occupazione dell’intera costa meridionale sul Mar Nero, e del principale porto ucraino, quello di Odessa, metterebbe in crisi gravissima non solo l’economia ucraina, già devastata dalla guerra e defraudata di buona parte dell'industrioso Donbass, ma, si dice, l’intero sistema di approvvigionamenti alimentari di buona parte del terzo mondo.

La conseguenza? Un crisi migratoria senza precedenti che si riverserebbe principalmente in Europa, per lo più attraverso Italia e Spagna, che si andrebbe a sommare al risentimento di tutti i paesi dell'est europeo per l'incapacità occidentale di difendere seriamente l'Ucraina dall'orso russo che minaccerebbe anche loro.

Mettendo i paesi europei uno contro l'altro Putin otterrebbe il risultato insperato di far guerra all'Unione europea senza dover sparare nemmeno un colpo. Che poi era quello che voleva sul serio dando inizio all'invasione: far litigare i leader europei fra di loro.

Putin, attraverso il suo sodale bielorusso, Lukashenko, ha già dimostrato l’anno scorso di non farsi scrupoli nell’usare i migranti come arma di destabilizzazione dell’Unione europea, ben conoscendo i contrasti fra i leader (e le opinioni pubbliche) del vecchio continente in merito all’accoglienza. E destabilizzare l’Unione europea è cosa che Putin ha già cercato in tutti i modi di fare negli anni passati finanziando tutte le organizzazioni sovraniste – cioè antiunione – presenti fra le destre e fra le tante formazioni populiste o veterocomuniste europee.

In sintesi, se Putin perseguirà l’ipotesi minimale, l’Occidente farà digerire ai politici ucraini (con quanti e quali sconquassi interni al sistema politico ucraino ed europeo sarà tutto da vedere) la perdita del Donbass, della Crimea e della fascia costiera sul Mare d’Azov, compresa la città martire di Mariupol. Tutto sommato gran parte di quel territorio era già sotto controllo russo da anni e nessuno ha davvero voglia di impiccarsi per qualche chilometro in più o in meno di territorio ormai ampiamente devastato dalla guerra.

Ma se Putin vorrà Odessa, con l’intento di acquisire un’arma potente da giocare contro l’Unione europea (in attesa che Trump torni alla Casa Bianca fra due anni e da lì gli dia una mano a finire il lavoro iniziato nel 2016) la tensione potrebbe davvero raggiungere il livello più incandescente. L'eventuale battaglia di Odessa sarà perciò, con ogni probabilità, la vera chiave di volta del conflitto ucraino.

Perché né Biden, né tantomeno l'Unione europea vorranno ingoiare questo rospo.

Il primo perché è un rospo che porterebbe acqua al mulino di Donald Trump, che sta già scaldando i motori della sua prossima campagna elettorale, la seconda perché ne va della sua stessa esistenza come struttura sovranazionale in (lenta) edificazione.

Tutto precipita, insomma, attorno alla domanda su cui Orsini glissava: che cosa significa "vincere" per Vladimir Putin? Se qualcuno avesse la risposta certa – e non solo qualche ipotesi – saprebbe anche perché nell'Europa del 2022 abbiamo assistito impotenti a questa catastrofe e quale sarà il prossimo futuro che attende i cittadini europei (oltre che gli ucraini).

Foto: manhhai/Flickr

Commenti all'articolo

  • Di paolo (---.---.---.49) 31 maggio 09:50

    Alla prima domanda " perché inglesi e americani ... mentre ..ecc", la risposta è piuttosto facile : perché sono proprio loro che l’hanno provocata, avendo messo in campo, da anni, tutti i mezzi possibili ed immaginabili per indurre Putin ad agire. Zelensky è una loro pedina e l’Ucraina era programmata come una dipendenza USA al confine con la Russia. Aggiungici che la UE è una entità vuota ed inesistente e il gioco è fatto.

    Credo inoltre che ormai sia piuttosto chiaro, che non è la Russia a volere "deucranizzare", bensi’ piuttosto l’Ucraina che vuole "derussizzare". E che il nazionalismo di Zelensky sia del tutto simile, nei piani e nei fatti, al metodo nazista. Non credo ci sia ormai nessuno, sempre escludendo i benemeriti atlantisti tanto al chilo, a dubitarlo. Oltretutto avendo integrato nell’establishment ucraino, composto dal set televisivo, nazisti conclamati. Quelli con la svastica, tanto per capirci.

    Salto a piè pari questa tua comunque apprezzabile ricostruzione, seppur non totalmente condivisibile, alla domanda finale. " Cosa significa vincere per Vladimir Putin". Significa depotenziare economicamente e militarmente l’Ucraina, ovvero ridurla ad una dimensione territoriale e geopolitica non più appetibile per gli USA e i camerieri che la circondano. 

    Piaccia o non piaccia si chiama realpolitik. E se gli orrori a cui assistiamo connotano indubitabilmente Putin come un "bullo", Biden e i suoi predecessori, in primis il premio(ante) Nobel della pace Obama, sono dei "superbulli". E guarda che Orsini non ha glissato, perché, siccome il pareggio non esiste come in un confronto sportivo, dire che Putin (leggi Russia) non può perdere, significa che "deve vincere". Semmai il dubbio è sulla dimensione della vittoria. Dal momento che 6500 testate nucleari incombono sulla testa di tutti e nessuno ( spero ) sia cosi’ folle dal voler provare l’effetto che fa. Ecco perché il guerrafondaio Biden e i suoi camerieri, ben si guardano dallo spingersi oltre ( vedi fornire missili a medio raggio a Zelensky). 

    ciao

  • Di Fabio Della Pergola (---.---.---.66) 31 maggio 11:14
    Fabio Della Pergola

    Con questo commento dimostri due cose: di non aver nemmeno letto un libro sul nazismo. E di non aver letto nemmeno uno dei tanti dscorsi farneticanti di Putin. Il resto viene di conseguenza.

  • Di paolo (---.---.---.49) 31 maggio 13:22

    Era il minimo sindacale che mi aspettavo da te. Sul nazismo no comment, non credo di dovere rendere conto a te. Su Putin invece concordo ma tu lo hai fatto diventare un alibi per vedere solo in una direzione. 

    Non te la prendere, accetta chi dissente dal pensiero unico.

    ciao

  • Di Enzo Salvà (---.---.---.79) 1 giugno 19:18
    Enzo Salvà

    Sì, sulle armi nucleari c’è un tabù ed è un bene. Tutti i tabù, prima o poi, sono destinati a cadere poi magari si ripristinano.

    Orsini proprio non Le va giù ma se il link proposto è esemplificativo, allora è Lei a dover leggere meglio il testo: una domanda provocatoria, o polemica, che assomiglia molto ad un’interruzione precede il lasciar vincere la guerra a Putin e comunque Orsini risponde “se si pone il discorso in quest’ottica …… poi prosegue spiegando la situazione secondo lui. Lei stravolge tutto il senso del discorso e tralascia il seguito. Non va bene, faccia pure il tifo ma non su argomenti simili.

    La questione cosa vuole Putin se vince, perde, fallisce è puro esercizio di fantasia. A voler tenere presente quanto disse un generale italiano: con 200 mila (o giù di lì) uomini Putin non può pensare di prendere l’Ucraina, la Nato in Kosovo usò 600 mila truppe. Allora Putin che voleva fare? e.....

    siamo pronti a lanciare un nuovo gioco: “la sagra delle congetture”, che a breve diventeranno verità rivelate. 

    Sull’accorato appello dei leader occidentali per la situazione alimentare dei paesi poveri: sarebbe un bell’argomento per cominciare a sedersi ad un tavolo e discuterne. Ucraina e Russia, l’Ucraina di più, sono grandi esportatori di grano tenero e mais e fertilizzanti. Se si pretende che l’Ucraina possa esportare e la Russia no, anche un pirla come me capisce che si va ad un nulla di fatto e che l’accorato appello è una misera, squallida messa in scena. 

    Del resto a tutti i paesi forti, occidentali ed orientali, diversi solo nella forma, interessa solo continuare a sfruttare le risorse di quei paesi, se muoiono di fame o emigrano chi ci lavora? ci mandiamo quei farabutti percettori di reddito di cittadinanza che non si piegano a lavorare a 3 euro l’ora per 10 ore 7 su 7 in nero?

    Sa che c’è? la disinformazione è a livelli disgustosi da entrambe le parti, riusciamo anche ad attaccare i poveri nostri, italiani, abbiamo la faccia peggio del cu.o ormai; propaganda della peggior specie, compatti ed allineati: veline del MinCulPop?

    e intanto il macello continua ……

    Un Saluto

    Es.

  • Di Fabio Della Pergola (---.---.---.66) 2 giugno 10:10
    Fabio Della Pergola

    La sagra delle congetture è l’esercizio pubblico più evidente e riguarda chiunque parli del conflitto, dato che nessuno, tranne Vladimir Putin, sta nella testa di Putin Vladimir. Che conquisterà prima o poi tutta l’Ucraina, un pezzo di Ucraina o qualche parte di Ucraina a seconda di quello che gli riuscirà di fare, qualsiasi cosa dica o pensi quello scopritore di acqua calda che risponde al nome di Orsini. Quello che è certo è che quel poco o tanto che riuscirà a prendersi sarà devastato dal conflitto e reso cumulo informe di macerie. Avrà poi i soldi e la capacità di ricostruire? C’è da dubitarne. Ottimo lavoro la "liberazione" portata dai russi...

  • Di Enzo Salvà (---.---.---.79) 2 giugno 11:14
    Enzo Salvà

    Lei si concentra su possibili "futuro", Orsini sul passato ed il presente. Solo con il senno di poi quanto dice ed afferma è "banale", "lo sanno tutti", "e allora dobbiamo far vincere la guerra a Putin?"

    Sarà anche banale ma guardiamo ai 100 giorni trascorsi: c’è stata un escalation della guerra (progressivo uso di armi, sanzioni ecc.)? Sì, c’è stata e lo "sanno tutti" e nessuno sa dove andremo a finire, la domanda è: cosa si è fatto per impedire/mitigare l’escalation che non sia semplicemente evitare uno scontro diretto della e con la NATO. Chi, Cosa, Come, Quando, Perché?

    Orsini se lo domanda e si da una risposta negativa nel suo intervento/opinione, quello che Lei tralascia. Ma a me interessa, perché io sono un cittadino italiano e voglio essere correttamente informato su quanto decidono i miei rappresentanti in Parlamento. E chi mi offre il suo punto di vista ragionato, diverso dal mio, è il benvenuto. Ho sempre votato io, in scienza e coscienza, non per bandiera o panza.

    E mi risulta ampiamente antipatico e frustrante che un Governo, Organo "esecutivo", faccia quello che gli pare in "mio nome" sulla base del fatto che in altre occasioni "si è fatto così". così come non mi sta bene un’Informazione che appare eterodiretta.

    Se per Lei questo è troppo radicale, o peggio putiniano, pazienza, in futuro farò atto di mortificazione, ma qui non stiamo solo scherzando con il fuoco, sembra che ce lo andiamo a cercare.

    E il macello continua,.... e gli storici ci diranno cui prodest scelus, is fecit, forse.

    Un Saluto, 

    Es.

  • Di Enzo Salvà (---.---.---.79) 2 giugno 11:49
    Enzo Salvà

    Dimenticavo: quando scrivo cui prodest ecc mi riferisco anche a tutto quello che ci sta cadendo sulla testa anche in conseguenza di questa guerra che non si vuole affrontare, della quale gli storici ci racconteranno, storia che si ridurrà proprio al versetto del saggio Seneca, 

    da esempio la finanza o più diretto all’Italia il PNRR, pacchetto ambientale e quanto ci viene fatto digerire o già abbiamo sullo stomaco in tema di disinformazione: questo ,

    Un saluto

    Es.

  • Di Guido (---.---.---.186) 2 giugno 12:44

    E’ un vero peccato che sia stata annullata la Lectio Magistralis di Putin nella università di Berlusconi. Ci mancherà un filosofico apporto umanistico

  • Di Fabio Della Pergola (---.---.---.66) 3 giugno 20:23
    Fabio Della Pergola

    Alessandro Orsini (Cartabianca 31 maggio): "Io condivido in pieno la posizione di Salvini....io sono dalla parte di Salvini perché credo che Salvini sia un leader politico coraggioso". Contenti voi...

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