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Libia: la calda estate italiana

Il vertice del 25 luglio voluto dal Presidente francese Macron ha portato ad una sorta di “riconciliazione“ tra Sarraj, attuale Premier libico del governo di Tripoli riconosciuto dall’Onu, e il Generale Haftar, uomo forte della Cirenaica e uno dei massimi rappresentanti del secondo governo seppur non riconosciuto di Tobrouk. 

Un vertice che è stato bollato come “un’azione francese unilaterale”. D’altronde anche l’intervento nel marzo del 2011 fu, dietro la facciata di cooperazione in ambito NATO e con la Risoluzione ONU 1973 interpretata secondo i propri interessi, fortemente voluto da Sarkozy. La Libia come entità statuale non esiste più, sebbene sin dai tempi del colonnello Gheddafi vi era non uno Stato nazione inteso come in Occidente ma la Jamahiriya ovvero “Stato delle masse”. Secondo Gheddafi il potere era dato nella mani del popolo sovrano mediante i Comitati popolari, nella mente del colonnello il popolo gestiva la cosa pubblica senza partiti o movimenti, ma nei fatti vi era un uomo solo al comando forte di “patti” tra le diverse tribù. Anche lo spazio territoriale libico risente delle storiche fratture dei “confini interni” tra la Tripolitania, la Cirenaica e il Fezzan, mentre il sistema sociale è frazionato in famiglie, clan e tribù che si riversa ampiamente sull’assetto politico diviso in milizie armate, tra le quali anche alcune jihadiste. 

Da giorni il governo italiano ha annunciato una nuova missione di ricognizione e collaborazione con i Guardia coste libici per arginare il traffico di essere umani. Da parte del governo libico le voci che giungono sono di opposizione perché l’operazione italiana, molto ridotta, viene vista come “una violazione della sovranità della Libia”. Il governo Serraj ha chiesto un intervento dell’Onu, dell’Unione Africana e della Lega araba. Inoltre giungono anche le minacce del Generale Haftar di “rappresaglie militari”, se le navi italiane dovessero entrare nelle acque territoriali libiche, e le prese di posizione di Saif Al Islam, il figlio di Gheddafi già candidato a suo tempo alla successione del padre, il quale rispolvera il colonialismo italiano e la resistenza di Al Mukhtar. Roma dal canto suo getta acqua sul fuoco e parla di “dibattito interno“ in seno al dibattito della politica libica. Resta da vedere cosa gli uomini politici libici intendano per “sovranità” visto che il territorio libico è uno dei massimi centri di traffici di essere umani e l’effettiva volontà di un governo sembra essere confinata a spazi molto ristretti e a patti tra le varie milizie paramilitari. Il governo di Sarraj è debole e queste prese di posizione potrebbero rappresentare delle pressioni sul confine italiano (europeo) per giungere ad un riconoscimento di quella parte politica che si sente più forte, ovvero del Generale Haftar il quale ha già da tempo incassato l’appoggio e il riconoscimento della Russia e dell’Egitto.

Foto: AIE/Flickr  

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