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L’Unità d’Italia ovvero il 17 marzo della discordia

L’unità nazionale dovrebbe essere un valore fondante di riferimento. Quanti sforzi vengono, di contro, prodotti per demolire il nostro Risorgimento

Il nuovo caso che va montando in questi giorni è quello della polemica sulla festa del 17 marzo, se darle corso o meno, festa concepita per celebrare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Nonostante qualche mal di pancia, sembrava cosa fatta e su questa ricorrenza tutti i notabili si erano o favorevolmente espressi o obtorto collo adeguati.

Ma ecco che la presidente confindustriale Emma Marcegaglia lancia il suo grido di dolore rispetto alle attuali condizioni economiche difficili del Paese, contro proponendo che si festeggi lavorando, per la serie “Stakanov in confronto era un lavativo".

Certo che la Marcegaglia, alla quale adesso si è unita il Ministro Gelmini, abbia dato la stura a quella rabbia che i leghisti avevano fin qui represso, per evitare problemi ulteriori con gli alleati del PDL, specie quelli di estrazione AN. Ma se lo dice la Marcegaglia, allora si può osare. Alla Lega non pare vero di avere questo assist per osteggiare quel concetto di nazione e di unità che sta cercando di minare ormai da tempo ed è evidente che la festa lavorando, oltre che essere una contraddizione in termini, non è che un mero espediente strumentale alla disgregazione ulteriore del Paese.

Come nella fede religiosa per la quale non si vive di solo pane, anche una nazione non vive di sola materialità ma necessita anche di simbologie e ricorrenze per coltivare la memoria della propria storia, tramandarla ai posteri, evitare di ripetere gli errori commessi, riscoprire il civismo sul quale si fonda la convivenza della propria gente. Ma quello che raccogliamo oggi, anche in quest’ambito, non sono che i frutti malati di una semina che una classe di governo inadeguata al ruolo ha prodotto nel corso degli anni.

L’unità nazionale dovrebbe essere un valore fondante di riferimento sia dal lato storico e culturale che come elemento propulsore per coltivare o risvegliare quei valori civili in cui una nazione trova la sua ragion d’essere e la forza di progettare il proprio futuro. Ma forse è giusto questo che non si vuole, probabilmente si persegue con rigore scientifico la sedazione di qualsivoglia moto di sensibilità civica, in una squallida e subdola azione di convincimento che nulla meriti d’essere vissuto e coltivato che non sia il culto dell’immagine e del facile arricchimento.

Credo che i nostri Padri fondatori, quegli eroi risorgimentali ai quali abbiamo dedicato piazze, vie e strade e qualche opera pubblica, si stiano rivoltando non da ora nelle loro tombe, nel constatare quanto rischiano di risultare vani il loro impegno ed i loro sacrifici per fare dell’Italia un paese unito, con un popolo che non fosse più “ un volgo disperso che nome non ha “ di manzoniana memoria.
Quanti sforzi vengono, infatti, prodotti non tanto per rivisitare criticamente alcune pagine del nostro Risorgimento, ma per demolirlo completamente!

Il processo di unificazione d'Italia, con le battaglie risorgimentali che comportarono la sconfitta del regno delle due Sicilie prima e dell'Austria, poi, con la terza guerra d'Indipendenza, iniziò ben prima di quella che alcuni hanno chiamato la "conquista" forzata del sud da parte dei piemontesi e si concluse dopo la spedizione dei Mille.

In estrema sintesi, basti pensare ai moti del 1820/21 (Santorre di Santarosa, Federico Confalonieri, Silvio Pellico, Pietro Maroncelli), le entusiastiche adesioni al programma della Giovane Italia che si ebbero soprattutto tra i giovani di molte regioni italiane, organizzando negli anni una serie di insurrezioni. E poi i moti del 1830/31 (Ciro Menotti), il tentativo d'invasione della Savoia e il moto di Genova del 1834, la Repubblica Romana capeggiata da Mazzini con Aurelio Saffi e Carlo Armellini, cui parteciparono anche Giuseppe Garibaldi e l’ideatore del nostro inno nazionale Goffredo Mameli, soppressa dalla reazione francese e pontificia nel 1849.

Ancora: la prima guerra d'Indipendenza e le Cinque giornate di Milano, le Dieci Giornate di Brescia, la rivolta anti-austriaca di Venezia (1848), la battaglia di Curtatone e Montanara dove giovani volontari (toscani e napoletani), male equipaggiati ed armati, non addestrati fronteggiarono per un intero giorno uno dei più potenti e meglio armati eserciti europei, dimostrando tutto il loro valore e tutta la loro fede nella nascente nazione italiana e la forza delle idee che li sorreggevano.

E poi le repressioni che ne seguirono (es. Martiri di Belfiore), la spedizione di Sapri, la seconda guerra d'Indipendenza (1859), la spedizione dei Mille, garibaldina non sabauda, la terza guerra d'Indipendenza (1866), la presa di Roma (1870) e, per finire, la prima guerra mondiale (1915/1918), considerata anche come quarta guerra d'Indipendenza.

Si trattò, quindi, di un processo lungo, con partecipazione popolare,molto più complesso di quella " conquista " sabauda con la quale una certa corrente revisionista vorrebbe liquidare il nostro Risorgimento. Nessuno che abbia un minimo di onestà intellettuale, storico o no che sia, può negare che fu anche lotta di popolo, che in esso si profusero ideali veri, spirito di sacrificio fino all’ eroismo, per conseguire quell'unità nazionale che per secoli era stato un sogno vanamente inseguito. Che poi, come in tutti i processi rivoluzionari, ci siano state luci ed ombre, questo è inevitabile, con episodi brutali come la repressione garibaldina a Bronte, gli opportunismi, gli intrallazzi ed i giochi politici che si accompagnano a qualunque grande rivolgimento della storia. Ma attenzione: non buttiamo via il bambino con l'acqua sporca.

E' così facendo che ci stiamo giocando, con il nostro pressapochismo e lo scarso senso civico, oltre al sentimento di unità nazionale, anche la dignità ed il rispetto da parte degli altri paesi. La pessima immagine che ci stiamo guadagnando in questo periodo, fatto di risse politiche, scandali a luci rosse, discredito delle istituzioni, rischia di riproporre il nostro Paese secondo la definizione che ne diede il principe Klemens Von Metternich ministro dell’impero Austro-Ungarico: «L'Italia non è che un'espressione geografica».

Commenti all'articolo

  • Di (---.---.---.245) 14 febbraio 2011 21:39

    Il tempo ha dato ragione a Metternich..direi. poi, come si fa a sostenere che l’invasione del sud fu opera solo di Garibaldi, che il popolo partecipò in massa ( i falsi plebisciti dovrebbero insegnare qualcosa) che l’assedio di Gaeta fu opera di sconosciuti e che i Savoia non centravano niente. Il regno delle due sicilie fu invaso senza dichiarazione di guerra, senza una causa belli ( hai presente la questione Kuwait Saddam?) ..ecco l’Italia è nata cosi’, Interessi sovranazionali..il grido di dolore che da tante regioni d’italia...bla bla bla..furono pronunciate dal Savoia dopo aver ricevuto a colloquio il fior fior fiore dei picciotti sicilani interessati a mangiarsi la Sicilia..L’unità è un ideale? Mah....

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