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Israele-Palestina: il necessario cambio di paradigma

Era il 2004 quando uscì un libro che evidenziava la necessità della nonviolenza come “unica opzione in grado di promuovere un cambiamento reale”.

Era firmato da tre esponenti della sinistra radicale italiana fra i quali spiccava il nome di Fausto Bertinotti. L’uomo era quel che era, ma saltuariamente una cosa giusta ogni tanto la diceva.

Lui probabilmente pensava a mettere fine all’ipotesi di una rivoluzione comunista, cioè alla “prassi delle armi”. Non lo so, perché non ho letto il libro.

Nello stesso tempo però trovavo intrigante il titolo, “Nonviolenza. Le ragioni del pacifismo”, così come erano intriganti anche certi richiami ai grandi delle lotte nonviolente, Gandhi e Mandela.

E a Marco Pannella (che si richiamava ad Aldo Capitini, il fondatore del pacifismo italiano) o, per finire, allo psichiatra Massimo Fagioli – sostenitore di una "rivoluzione del pensiero", senza armi – che, non a caso, fu vicino al leader di Rifondazione comunista proprio nella fase della sua "rivoluzione nonviolenta".

Se c’è un ambito in cui la prassi di stampo gandhiano è quanto mai urgente e tassativamente necessaria è proprio quello del movimento di indipendenza palestinese. Che non ha alcuna possibilità di sconfiggere sul campo un avversario enormemente più forte sia dal punto di vista militare che – e forse soprattutto – da quello politico.

Oggi i palestinesi non sono solo abbandonati dall’Occidente – che dalla sua ha evidenti e comprensibili sensi di colpa verso il mondo ebraico, oltre che il ricordo degli attentati (clamorosi quelli di Monaco, all’aeroporto di Fiumicino, alla sinagoga di Roma o all’Achille Lauro) con cui i palestinesi, dimostrando una totale ottusità strategica, si alienarono le residue simpatie europee e americane – ma sono anche abbandonati dalla maggior parte dei leader arabi che hanno altro di cui occuparsi; ad esempio dell’espansionismo turco e iraniano, contro il quale prediligono un accordo con Israele ben più che con Hamas.

Sembra invece che non sia stata compresa la lezione gandhiana, capace di sconfiggere, proprio negli anni che videro le prime sconfitte arabe contro il neonato stato di Israele, un impero britannico che era sì alla fine della sua parabola storica, ma pur sempre una potenza mondiale percorsa da fremiti muscolari. Né quella di Nelson Mandela che ottenne la fine dello stato di apartheid in Sudafrica solo nel momento in cui il suo movimento, abbandonando la lotta armata, adottò una prassi non violenta che gli assicurò l’appoggio mondiale e l'accettazione di un accordo da parte di de Klerk. Due "deboli" che riuscirono a rovesciare la propria debolezza in forza (politica, non militare) capace di ottenere risultati.

E così, non imparando niente dalla storia, Hamas, in evidente concorrenza con la moderata, ma inetta e, si dice, corrotta dirigenza dell’ANP, ricorre sempre a nuove tattiche militari – dagli attentati suicidi all’intifada dei coltelli, dai primi razzi artigianali al più sofisticato tentativo di “saturazione” dei missili antimissile israeliani, dai primi tunnel di infiltrazione larghi un metro e lunghi qualche centinaia a una vera e propria città sotterranea di chilometri sotto Gaza al riparo delle case civili che la sovrastano – ma non accenna a elaborare una strategia minimamente diversa da quella del confronto militare.

Qui non si tratta di capire – e nemmeno di discutere – le tante ragioni storiche degli uni o degli altri e, specularmente, dei mille torti subìti da questi o da quelli. Infilarsi in discorsi di questo tipo si è sempre rivelata un’enorme perdita di tempo capace solo di trasferire nel dibattito la stessa forma mentale delle tifoserie di calcio che si ammazzerebbero per un fallo o un rigore non concesso. Diatribe assolutamente inutili.

Si tratta invece di immaginare quel mutamento di paradigma che il più debole dei due contendenti dovrebbe tassativamente (e urgentemente) elaborare per uscire da una situazione di stallo dalla quale non sembra più in grado di uscire. Anche per facilitare la crescita di spazio politico di un eventuale de Klerk israeliano, al momento annichilito dallo strapotere dei contrapposti fautori del confronto muscolare.

Oggi invece riesce solo a chiamare in piazza qualche decina di migliaia di manifestanti in tutto il mondo (cioè niente) – perlopiù già delirantemente convinti a priori che Israele non abbia alcun diritto di esistere – che sono irrilevanti sul piano politico oltre che sostanzialmente indifferenti alla sorte reale del popolo palestinese. Esaltare una "resistenza" che non è in grado di cambiare i rapporti di forza sul terreno, significa solo condannare a un suicidio continuo proprio quel popolo per il quale si scende in piazza. Oltre che procurare vittime, distruzione e un irrigidimento sempre più determinato in un avversario più forte.

Come dicevano gli autori del libro citato la nonviolenza è l'“unica opzione in grado di promuovere un cambiamento reale”. Sarebbe bello che questo messaggio venisse finalmente capito.

Foto di hosny salah da Pixabay 

Commenti all'articolo

  • Di Truman Burbank (---.---.---.6) 20 maggio 10:38
    Truman Burbank

    Disapprovo completamente. La non violenza è una strategia che non sempre è utilizzabile. 

    Giusto per ricordare un esempio, gli ebrei nella Germania di Hitler non compirono alcun atto violento.

    E gli zingari, più volte massacrati, non sono mai stati violenti.

  • Di Truman Burbank (---.---.---.6) 20 maggio 10:42
    Truman Burbank

    Mi piace ricordare l’antica sapienza del Qohelet:

    Nella vita dell’uomo, per ogni cosa c’è il suo momento,
    per tutto c’è un’occasione opportuna.
    Tempo di nascere, tempo di morire,
    tempo di piantare, tempo di sradicare,
    tempo di uccidere, tempo di curare,
    tempo di demolire, tempo di costruire,
    tempo di piangere, tempo di ridere,
    tempo di lutto, tempo di baldoria,
    tempo di gettar via le pietre,
    tempo di raccogliere le pietre,
    tempo di abbracciare, tempo di staccarsi,
    tempo di cercare, tempo di perdere,
    tempo di conservare, tempo di buttar via,
    tempo di strappare, tempo di cucire,
    tempo di tacere, tempo di parlare,
    tempo di amare, tempo di odiare,
    tempo di guerra, tempo di pace.

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