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 Home page > Tribuna Libera > Il progetto Frankenstein dei Motus: quando l’odio nasce dal rifiuto

Il progetto Frankenstein dei Motus: quando l’odio nasce dal rifiuto

Il progetto Frankenstein del collettivo Motus si configura come una delle più radicali e articolate riletture contemporanee del mito creato da Mary Shelley, trasformando il romanzo del 1818 in un dispositivo critico capace di interrogare le tensioni sociali, politiche ed emotive del presente.

Lontano da una semplice trasposizione teatrale, il lavoro si sviluppa come un vero e proprio percorso stratificato che attraversa linguaggi diversi — teatro, performance, laboratorio e cinema — dando forma a un’indagine complessa sulle dinamiche di relazione, rifiuto e costruzione dell’alterità. Come emerge chiaramente dal dossier del progetto , Motus utilizza la figura della creatura non come elemento fantastico, ma come metafora viva delle marginalità contemporanee, interrogandosi su cosa accade quando l’altro non viene riconosciuto e quando l’ascolto si interrompe.

Il cuore del progetto è il Frankenstein_diptych, composto da Frankenstein (Love story) e Frankenstein (History of hate), due movimenti autonomi ma profondamente interconnessi che esplorano il passaggio dall’amore negato alla violenza generata dal rifiuto. Nel primo capitolo, la scena si addentra nella solitudine radicale della creatura e della sua creatrice, figure ibride e inquiete che cercano relazioni impossibili e riconoscimenti mai concessi; qui il confine tra umano e non umano si fa fragile, attraversato da desiderio, cura e paura. Nel secondo, invece, la narrazione si sposta sulle conseguenze di questa frattura: quando il bisogno di relazione fallisce, ciò che resta è una rabbia che deforma la benevolenza e trasforma la creatura in ciò che la società teme. Come sottolineato anche nel materiale di presentazione , il mostro non nasce tale, ma viene prodotto dallo sguardo altrui, da una comunità incapace di accogliere e riconoscere la differenza.

Questa riflessione si espande ulteriormente nella performance Daemon, nata come elemento di connessione tra i due capitoli del dittico e sviluppata in contesti naturali estremi, come i fiordi norvegesi. Qui il focus si concentra sul momento di trasformazione, su quel “click” che converte l’amore in odio e la cura in violenza, mettendo in luce il carattere processuale e relazionale della costruzione dell’identità. La creatura diventa così una figura in continuo mutamento, attraversata da forze contrastanti e incapace di trovare un equilibrio in un mondo che la respinge.

Accanto alla dimensione performativa, il progetto include anche una forte componente laboratoriale, con attività rivolte sia all’infanzia che agli adulti. Il laboratorio I am alive, pensato per bambini, utilizza il mito di Frankenstein come strumento per riflettere sulla diversità e sul valore del non conforme, trasformando la figura del “mostro” in occasione di scoperta e meraviglia. Parallelamente, il workshop My rage is a silent raving propone un percorso partecipativo che invita a esplorare le proprie zone d’ombra e a dare voce a ciò che spesso resta inascoltato, configurandosi come uno spazio collettivo di cura e consapevolezza.

A coronare questo lungo percorso è il film/documentario [ÒDIO], previsto per il 2026 e vincitore dell’Italian Council 2024, che amplia ulteriormente il raggio d’azione del progetto. Basato su interviste a giovani che hanno vissuto esperienze di violenza e marginalizzazione, il film mette in relazione la figura della creatura con le dinamiche emotive e sociali delle nuove generazioni, mostrando come il passaggio dall’amore all’odio sia spesso il risultato di solitudine, rifiuto e mancanza di riconoscimento . In questo senso, il percorso della creatura — che sviluppa sentimenti contrastanti fino a perdere il controllo — rispecchia il caos emotivo che attraversa molti adolescenti contemporanei, inserendosi in un contesto in cui fenomeni come bullismo e violenza risultano sempre più diffusi.

Nel suo insieme, il progetto Frankenstein si presenta quindi come un’indagine politica e poetica al tempo stesso, capace di attraversare epoche e linguaggi per interrogare una questione centrale: come nasce un mostro? La risposta proposta da Motus è netta e inquietante: il mostro non è un’origine, ma una conseguenza. È il prodotto di una relazione mancata, di uno sguardo che rifiuta, di una società che esclude. In questa prospettiva, la creatura di Mary Shelley continua a vivere non come figura del passato, ma come presenza attuale e necessaria, uno specchio in cui si riflettono le contraddizioni e le fragilità del nostro tempo.

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