Sono una blogger in copy left da molti anni e mi piace impegnare parte del mio tempo nel giornalismo partecipativo, usando il cestino-come mezzo- per raccogliere quelle piccole e preziose cronache di vita, spesso sotto traccia.
Le 82 capre di Agitu Ideo Gudeta sono state divise tra vari allevatori. Ciascuno prenderà in affidamento, a proprie spese, parte del gregge dell’allevatrice di origini etiopi barbaramente uccisa lo scorso 29 dicembre. Lo scrive su Facebook Beatrice Zott, anche lei allevatrice di capre, 19enne, a cui il gregge era stato affidato dal Comune di Frassilongo in attesa del da farsi. https://www.youtube.com/watch?v=ky-2oj-Aqpk
"Ci si affeziona in così poco tempo È stato triste vederle su un camion e vederle separare... Auguro agli animali il meglio, ai capretti la giusta e curata attenzione, auguro che trovino qualcuno che si affezioni che provi entusiasmo quando le vede con la pancia tonda, sazie".
L’affidamento è stato proposto alla stessa Zott, che però scrive di aver rifiutato per questioni economiche. "A mie spese non avrei potuto Spero di rivederle sulle montagne e sui pascoli della valle dei Mocheni, dove sono nate, dove anche loro hanno oggi lasciato un pezzo di cuore".
Negli ultimi giorno si sono presentati due grandi problemi. Il primo riguarda lo stato di salute delle capre: circa il 60% delle esemplari sono gravide , circostanza che potrebbe portare il gregge a superare le 100 unità a fronte di una stalla troppo piccola. In secondo luogo le basse temperature hanno fatto gelare l’acqua che alimenta la stalla.
La Federazione Allevatori spiega che d’intesa con la famiglia di Agitu, ha affidato temporaneamente le capre ad allevatori della stessa Valle dei Mocheni, di Lavarone, Vallarsa e Brentonico , per un periodo di sei mesi. I centomila euro: la raccolta fondi è stata curata dall’associazione Amici dell’Etiopia, il
referente è Zebenay Jabe Daka, a quanto risulta, non era stato informato del trasferimento del gregge, e solo nella giornata di
oggi ha avuto un contatto con gli avvocati della famiglia di Agitu.
Dall’associazione sottolineano che quella somma servirebbe proprio a portare avanti l’attività, ma che manca una decisione
sul da farsi da parte della famiglia che, tra le tante ipotesi, starebbe valutando quella di far venire in Italia uno dei fratelli minori di Agitu proprio per proseguire l’attività.
Il sindaco di Trento, Franco Ianeselli, ha spiegato che gli “oltre 100 mila euro donati non sono ancora stati toccati per il
motivo che ad oggi sono indisponibili, visto che la raccolta fondi è ancora aperta. A breve, dopo la sua formalizzazione, si riunirà il comitato – costituito dal presidente del Consiglio
comunale Paolo Piccoli, dall’amica di Agitu Elisabetta Nardelli e da un familiare – che avrà non solo il compito di decidere per
quali progetti impiegare la cifra, ma anche il dovere di rendicontare fino all’ultimo euro.
Da ultimo: Agitu alla Casa delle Donne di Milano.Giovedì 18 febbraio 2021, ore 18
Pascoli e libertà, omaggio a Agitu Ideo Gudeta e a tutte le Pastore del mondo
Giovedì 18 febbraio 2021, ore 18 - Per il nostro omaggio ad Agitu, uccisa dalla violenza di un uomo il 29 dicembre 2020, evochiamo il mondo delle pastore, un universo femminile al quale Agitu apparteneva per scelta e vocazione. Con Anna Kauber, paesaggista e regista di ‘In questo mondo’, Greta Semplici, ricercatrice, Beatrice Zott e Mariantonietta Scalera, pastore. Coordina Isabella Balena.
Giovedì 18 febbraio 2021, ore 18 - Per il nostro omaggio a Agitu, uccisa dalla violenza di un uomo il 29 dicembre 2020, evochiamo il mondo delle pastore, un universo femminile al quale Agitu apparteneva per scelta e vocazione. Con Anna Kauber, paesaggista e regista di ‘In questo mondo’, Greta Semplici, ricercatrice, Beatrice Zott e Mariantonietta Scalera, pastore. Coordina Isabella Balena.
L’aggiornamento più recente 21.1.2021"...in quell’isola, che diede i natali alla poetessa Saffo, si muore, o
si sopravvive in modo indegno, o si assiste a violenze e soprusi nel
silenzio generale.Spariscono bimbe e bimbi, ci si prostituisce per 5 euro, governano i
clan, si soffre senza protezione alcuna di diritti elementari: la Grecia
è stata lasciata sola a portare un peso che meriterebbe invece, in
virtù della sua eccezionalità, il sostegno di tutti gli Stati membri. Ma
se già negli anni scorsi in pochi se ne sono occupati, figuriamoci oggi
con la crisi sanitaria e quella economica che premono sulle cancellerie
europee.La decisione europea di concludere un accordo milionario con la Turchia di Erdogan
per tenere segregati su suolo turco 5 milioni di siriani ha avuto come
appendice anche il lazzaretto di Lesbo, che non deve essere scoperto
oggi visto che è lì, nella sua drammatica e tragica interezza, ormai da
anni.E’ stato un errore consentire che a Lesbo, a fronte di una capienza da
3000 ospiti, ne vivessero poi 12mila; è stato un errore da parte dell’Ue
dimenticarsene e scaricare su Atene la gestione; è stato un errore non immaginare soluzioni alternative, come hotspot sulla terraferma da un lato e pressioni su Ankara
dall’altro. La sola presa atto di una contingenza allucinante come
quella in cui si trovano i bimbi a Lesbo non è purtroppo sufficiente né a
sopire sofferenze e drammi, né a costruire quel ponte tra politica e
solidarietà che oggi appare crollato...https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/01/22/lesbo-la-grecia-e-stata-lasciata-sola-i-migranti-meritano-piu-di-una-generica-solidarieta/6074697/
ultime notizie dicembre 2020: "In Grecia nel “nuovo” campo di Kara Tepe oltre 7mila persone vulnerabili
sono costrette a vivere in condizioni disumane. Succede anche
sull’isola di Samos. I trasferimenti sulla terraferma e le richieste di
protezione procedono a rilento... Dopo l’incendio le persone sono state trasferite nel nuovo
campo profughi di Kara Tepe, costruito su un ex poligono di tiro di
fronte al mar Egeo dal governo greco, sostenuto dalla Commissione
europea. “Oggi ci vivono almeno 7.300 persone e almeno la metà sono
bambini. Non sono ancora stati raggiunti gli standard minimi
d’accoglienza. I bagni e le docce sono insufficienti. Manca un sistema
di drenaggio e le tende si allagano a ogni pioggia, oltre a non essere
adatte alle temperature invernali, all’umidità e al vento che soffia dal
mare”, spiega Maranghino. “L’elettricità è fornita solo alcune ore
della giornata e non c’è illuminazione. Una mancanza grave perché non
consente di stare al sicuro con gravi conseguenze per le donne”.Gli effetti della dichiarazione congiunta Ue-Turchia del 2015 secondo
cui i migranti sbarcati sulle isole del mar Egeo devono fare domanda di
asilo sul luogo e lì devono attendere l’esito della richiesta: Le
procedure possono durare anni e fino all’ottenimento della risposta, e
durante l’eventuale ricorso per un diniego, ai richiedenti asilo non è
permesso trasferirsi sulla terraferma. L’impropriamente detto “accordo”
con la Turchia (marzo 2016) ha limitato gli arrivi in Grecia e sulle
isole ma non li ha interrotti completamente: nel 2020, secondo Unhcr, le persone arrivate a Lesbo sono state 4.609. https://altreconomia.it/dopo-lincendio-di-moria-a-lesbo-continua-la-crisi-del-sistema-di-asilo/
A proposito di VACCINI la confusione è grande, qui dove abito in provincia di Viterbo sapevamo che " Il sistema sarà attivo da lunedì 1° Febbraio. In attivazione il portale della Regione Lazio per prenotazione della vaccinazione anti covid-19 http://prenotavaccino-covid.regione.lazio.it"
Sono partite, dopo un iniziale disguido, le prenotazioni online sul
sito per prenotare nel Lazio le vaccinazioni anti Covid per gli over 80.
Nei primi 7 minuti 2200 prenotati. Scrive l’ Ansa
Se provate a collegarvi, il sistema non risponde. Fermo restando che chi ha una patologia con invalidità per problemi respiratori e non ha meno di 55 anni e più di 80, non sa che pesci prendere, come la sottoscritta. O meglio, quale vaccino, da chi , dove e come per non parlare del quando...
curioso, leggo questo commento e allora leggo anche il post,cerco i lfilm su you tube e trovo il trailer...il film è del 2016, il post del 2017. Forse mi sono svegliata o addormentata nel frattempo?No, accade, ed è piacevole...grazie all’autore e a chi ha commentato https://www.youtube.com/watch?v=gsVoD0pTge0
SONO PASSATI TRE ANNI ESATTI da quando scrissi per loro,per i loro ruggiti d’oro ecco oggi cosa RE-pubblica Antonio Rezza ed io aggiorno:
QUARANTENA. IL TEATRO IN STREAMING: MENTRE LA SINISTRA CAMBIA NARICE, LA DESTRA CAMBIA CANALE
di Antonio Rezza
Quando dalla quarantena spuntavano i primi provvedimenti sul
reintegro dei lavoratori di ogni settore e non faceva capolino alcun
accenno sul teatro, sullo spettacolo dal vivo, sugli assembramenti
musicali e sul supremo interesse collettivo, all’inizio anch’io,
nella mia approssimazione, ho fatto ricorso alla retorica della difesa
dei più deboli, di coloro che, chiudendo i luoghi d’incontro, avrebbero
sofferto maggiormente. In principio si è sempre timorosi e si
cerca nella condizione altrui un supporto per manifestare e dissentire.
La mente umana è nata per deludere. Andando avanti, il dilemma è
divenuto esistenziale; dopo un paio di mesi mi sono accorto che il
governo dei mandriani non proferiva parola alcuna a difesa della libera
espressione, dell’interpretazione, della sacralità dello spazio teatrale
che è vecchio come la tradizione orale e immortale come il pregiudizio.
Questo silenzio autoritario delle così dette istituzioni fa capire
come l’arte si sia lasciata comperare da chi impone. Senza giri di
parole. Il governo, non c’è parola che ne rappresenti meglio
l’esercizio, come se i sottoposti fossero bestie e il governante il
pastore che le indirizza dove vuole un altro, è stato chiaro da
principio: i teatri resteranno chiusi fino a tempo indefinito. Così i
musei e ogni luogo di possibile incontro e di eventuale occupazione.
Dopo di che continui proclami a tutela di ogni classe sociale,
elemosine di Stato agli indigenti e compassione a buon mercato
difficilmente razionale, perché anche il commercio resta in
ostaggio del cautelato allarme. Chi decide non ha speso una parola nei
confronti del talento; in un paese dove il primo profitto è l’arte del
passato e dove la curiosità degli stranieri è stuzzicata dalle opere dei
defunti talentuosi, i vivi di oggi che saranno i morti di domani, non
vengono neppure nominati; gli stessi vivi che involontariamente
porteranno profitto a chi vivrà in futuro, sono abbandonati come animali
in autostrada. I morti godono privilegi che i vivi del presente non
otterranno se non morendo adesso. Si è parlato a malapena delle
riaperture delle pinacoteche, io parlo a nome mio e di tutti quelli che
prima di stare insieme son rimasti soli: le gallerie hanno le opere di
chi ha avuto il privilegio di trapassare prima. Ma su chi si esprime
adesso, indipendentemente dal valore artistico, nemmeno un’allusione,
trattati come sozzura, come fantasmi, più infetti dello stesso virus,
monatti senza portafoglio, affossati dalla dimenticanza e dal distacco. E
scrivo questo non certo per ispirare tenerezza. Quando in televisione
ho visto i parrucchieri protestare, i baristi reclamare, i tolettatori
per cani rivendicare la propria economia, ho capito che uno dei paesi
più ricchi di storia dell’arte è il luogo che meno merita i favori dei
geni trascorsi.
Il mondo del teatro è troppo colluso con i finanziamenti per
rivendicare la posizione estrema di chi si lamenta, la paura foraggia la
cautela, potrebbero arrivare meno soldi domani, è meglio stare in
silenzio e attendere che riaprano le chiese, se si attivano i luoghi di
culto possiamo spalancare anche le sale. Il teatro si è affidato a Dio
pur di non scoprire il fianco trafitto. Lo Stato ha imbavagliato
la cultura con il denaro e adesso non la riconosce, come ogni puttana
posseduta dal pappone che la sottomette. La distanza sociale, termine
fascista e ottuso, toglie a me l’emozione del palco e non c’è somma che
possa risarcirmi. Qualcuno accetterà di esibirsi in teatri semi
vuoti con la scusa di medicare le ferite a chi resiste, e mentre io
penso alle lesioni mie, c’è chi millanta lo sdoganamento dello
spettacolo dal vivo nelle reti a pagamento. E nel frattempo i ministri
della cultura propongono un nuovo modo di fare regia, con i personaggi
staccati di due metri, finalmente lo Stato corona il suo sogno
attraverso il virus, lo Stato diventa Ronconi, assurge a drammaturgo, dà
le direttive per una regia senza rischi. E’ come se io riscrivessi la
legge di bilancio che non è sicuramente nelle mie competenze. Nessuno
può entrare nel gesto artistico e decidere cosa fa l’autore, è ovvio che
questo già accada attraverso i sovvenzionamenti ministeriali, ma lì
almeno i soldi camuffano l’arroganza del padrone.
Ma venire comandati addirittura senza emolumenti, con la riduzione delle
sale e con il fremito svanito, è veramente sconveniente. E intanto la
Regione da il via alle riaperture dei set cinematografici, le star
potranno interagire ed essere a contatto, la pellicola non contagia, il
teatro sì, a nessun regista di cinema viene imposto di girare una scena
senza baci, ma in teatro gli attori devono parlare con il viso rivolto
dalla parte opposta, sul proscenio il bacillo non perdona. E gli attori
della celluloide, anche quelli che inneggiano col pugno alzato sulle
passerelle veneziane, stanno in silenzio, blindati nella loro roccaforte
che garantisce immunità. A questo punto inviterei gli interpreti del
grande schermo, che spesso per ripulirsi l’anima si affidano alla prosa,
a non salire più su un palcoscenico oppure a rinunciare al privilegio
infausto di potersi esprimere quando ad altri è precluso.
Inventiamo un altro modo di fare la regia, proclamano i ministri
dell’altrui cultura, riscriviamo le regole della messa in scena
attraverso criteri che prevedano la malattia. E il teatro prezzolato
abbassa la testa perché così conviene, le corporazioni si rifugiano
nella fatalità, le prove degli spettacoli sono bandite, quando arriverà
il benestare sulla riapertura, tutti di corsa a provare in dieci giorni
per approntare lo spettacoluccio parrocchiale in grado di assicurare le
famose sovvenzioni. Quindi dopo un anno di virus e morte ci aspetteranno
due anni di brutti spettacoli mal provati e peggio realizzati. Certo il
tolettatore ha più diritti, tra cinquant’anni si scriverà come
tolettava bene. Verranno dall’universo a vedere le tolettate nei musei,
il parrucchiere farà i colpi di sole al passato e del futuro rimarrà la
chioma in lontananza di chi scappava per paura di perdere lo scalpo. E
poi i ristoratori, i bar, i lavasecco, gli ottici, i fornai, i
meccanici, le baby sitter, ognuno tutelato dall’ipocrisia mentre a chi
va su un palco non è concessa neanche quella.
La cosa più beffarda è stata il non aver diritto alla menzogna del
governo, non ai soldi ma almeno alla bugia. Chi non mente su di te è
perché non ti prevede, non ha coscienza del tuo turbamento e ti sotterra
con l’indifferenza. E allora come sfuggire a questa persecuzione
silenziosa? Rinunciando alla cattiva compagnia. Che vuoi che me
ne faccia dell’appoggio di chi ha svenduto il teatro allo Stato in
cambio dell’elemosina ministeriale? Come può aiutarmi chi ha smesso di
comporre per diventare il commercialista di se stesso onde giustificare
le entrate che il dicastero favorisce? A che mi serve il sostegno di chi
va nei centri di accoglienza a fare uno spettacolo contro le mafie e
poi gestisce il suo teatro con la politica degli scambi che
rappresentano la mafia istituzionale? Che ausilio posso ottenere da chi
sale su un palco e si mette a leggere affossando il senso dell’azione
scenica e sfruttando un sistema produttivo che istiga alla pigrizia e
alla lettura di chi è morto?
L’artista che legge scava la fossa tra sé e chi morendo gli ha inflitto
l’esercizio, tu leggi un morto che lo Stato protegge non in quanto
artista ma in quanto trapassato. La scelta è dolorosa: allearmi con
tutti quelli che simulano cultura pur di rivendicarne l’esistenza,
coalizzarmi con i miei nemici per ottenere un ritorno alla normalità
(che poi sarebbe il venire sopportato da coloro che ho appoggiato)
oppure fare scempio di ciò che mi circonda e protestare per causa
personale? A costo di angosciarmi ancor di più, io manifesto per il mio
interesse e non volendo vado in soccorso di chi non merita conforto.
Qui non si tratta di proteggere i più deboli, qui si difende l’idea unitaria e imparziale del privilegio non concesso. Gli
autori del teatro dovrebbero rinunciare al finanziamento statale delle
loro opere, mai come stavolta. Si chiama obiezione di coscienza e una
volta funzionava. Il ministero deve tenere in vita le sale e pagare il
personale, ma non può stipendiare l’artista per il suo operato, e non
deve elargire fondi straordinari per comprare il silenzio. Oggi ancor di più, visto che l’arte non è stata riconosciuta in nessun editto di governo. E
l’artista sappia resistere alle lusinghe di chi non lo contempla perché
di proprietà. Quando avevo qualche dubbio mi domandavo “Artaud avrebbe
mai chiesto i soldi allo Stato?” la risposta è no, e allora il problema
non si pone. Tutti devono avere il coraggio di ribellarsi a chi
li rifocilla ma non li identifica. Mai come ora. Mai come domani. Se il
cinema è più ricco non merita per questo corsie preferenziali, non
riconoscere l’esistenza del teatro mette in difficoltà me come individuo
e non una cooperativa di indecisi ed erogati. Chi vuole stare al mio
fianco lo facesse con il suo, a due passi di distanza, rispettando le
regole fasulle che fanno un isolato ogni tre metri. Difendiamo la nostra individualità come pratica ascetica e di
condotta elementare. Contro manipoli di consociati che si mettono in
offerta, al pari di animali randagi alla deriva. Io voglio che lo Stato
riconosca la mia esistenza di vivo che crea opere originali e che
identifichi tutti quelli che faranno la storia irripetibile dell’arte.
Non soldi ma gratitudine e umiltà di protocollo di fronte a chi si
esprime con virtù. E sono tanti ancora in vita, sono gli stessi
che sento in silenzioso affanno indecisi se affossarsi o affondare con i
compari di cordata. Io esigo il rispetto della mia ossessione, non
toletto i cani ma faccio quello che mi piace, non chiedo soldi al
ministro che mi è debitore, farò scuola da defunto ai miei
contemporanei. Ma avrò tempo per forzare il condotto, la morte è più
lunga della vita e il mio bastone è intriso di saggezza. Tutti dovremmo avere il coraggio di non andare in scena con la
riduzione delle sale. Io voglio l’emozione intatta, l’eccitazione che il
dipartimento fa fatica a comperare. Per chi si è già venduto
in bocca al lupo e in culo alla balena. Anche se la parte della balena
la sta facendo il drammaturgo. Mi consola sapere che i cani hanno avuto
più attenzioni, l’artista non è nemmeno una bestia, io che per anni ho
pensato di essere il miglior amico dell’uomo, scopro di non essere
neppure un terranova, mi si toglie la possibilità, mi si strappa il
diritto alla fedeltà intellettuale e mi si scippa dalle palle anche il
padrone.
E intanto si affacciano proposte assurde, spostare gli
spettacoli sulle reti televisive, luogo contaminato dove chi non piega
la schiena viene fatto fuori, come se l’etere fosse il paradiso
dell’imparzialità, portare in casa ciò che è mansueto, fare del teatro
una fiera domestica che fa la cacca all’aperto, rendere l’attore un
eunuco che entra nei salotti senza nemmeno far toletta.
Declassare la tecnica a ricreazione per gente che appassisce nella
propria abitazione, in segregazione agevolata, fare dell’arte la badante
dello spirito, il naufrago delle emozioni, spremere il drammaturgo dal
sofà, col telecomando nella mano e la caccola nell’altra. Pulirsi il
naso mentre il teatro entra nell’alloggio come un senzatetto. Esse esse o
non esse esse, questo è il problema, i ghetti sono appena aperti,
stavolta non si brucia né si muore con il gas. Sarà la famiglia il
topicida del domani. Case di concentramento dove ognuno è kapò. Con la
dispensa piena e lo stesso dito che scaccolava poco prima a premere sul
telecomando perché inizia lo spettacolo teatrale. Sarà una lettura fatta
da un attore assai affermato. Poggio la caccoletta e sprofondo sul
divano. Si apre il sipario. Bisogna lottare per una riapertura senza
vincoli, magari tutti vicini con le maschere e i guanti fino al collo,
se proprio vogliamo esagerare. Ma tutti insieme, perché esibirsi per una
persona sì e due no cancella la storia e frammenta l’energia. Il teatro
è antico come Dio. Ed in più esiste. Mentre intanto la caccoletta nella
mano sinistra s’indurisce. Che non lo sappia mai la destra.