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Da Camp David a Taba la pace mancata

La pace tra israeliani e palestinesi sempre ormai naufragata: terrorismo, guerra su ampia scala, rifiuto di riconoscere le ragioni, le sofferenze dei due popoli, di fatto hanno chiuso il tentativo del “Processo di Pace di Oslo” avviato del 1993. Il negoziato, inizialmente, carico di speranze, veniva raffigurato con la famosa stretta di mano tra Rabin e Arafat, sotto lo sguardo compiaciuto di Clinton, avvenuta il 13 settembre ’93 a Washington.

La pace di Oslo avrebbe dovuto concludersi con la nascita dello Stato di Palestina e la dichiarazione della fine del conflitto.

A Camp David si svolgeva dall’11 al 26 luglio 2000 l’incontro tra il Presidente Usa, Bill Clinton, in veste di mediatore, il primo ministro israeliano, Ehud Barak, e il presidente dell’ANP, Yasser Arafat. Il vertice era considerato come l’arrivo verso la pace definitiva, ma subito si comprese che le parti erano succubi delle rispettive tensioni. Il Presidente USA si trovava a scadenza del suo secondo mandato, tuttavia le sue capacità di ascolto e di rielaborazione dei problemi sarebbero state notevoli, il premier israeliano si trovava con un governo debole dovuto a una forte opposizione interna e con i sondaggi che confermavano una caduta di popolarità, infine Arafat si trovava a fare i conti con un’opposizione altrettanto forte e con una società palestinese frustata dalla lunghezza dei negoziati.

La base negoziale sulla quale si basavano i colloqui erano i confini del 4 giugno del ’67. Gli israeliani interpretavano come base negoziale la linea di confine del ’67 spostata ad ad est, ovvero tenevano conto delle colonie/insediamenti presenti in Cisgiordania, mentre per i palestinesi quella linea doveva rispettare i confini che furono stabiliti nel 1949 con la linea verde.

Il Presidente Clinton constatando le grandi difficoltà arrivava a proporre la restituzione del 95% del territorio della Cisgiordania, nonché l’intera restituzione della Striscia di Gaza in cambio della rinuncia dei profughi al diritto al ritorno; inoltre, la città di Gerusalemme veniva divisa sia in termini di luoghi religiosi, dove ognuno avrebbe avuto una sovranità, che la restituzione della, quasi totalità, parte araba della città (Gerusalemme Est) per diventare capitale dei palestinesi. Restava il nodo della sovranità sulla Città vecchia e la sovranità effettiva sui luoghi santi.

Tuttavia le parti non raggiungevano l’accordo: per i palestinesi il vertice era viziato dai diktat degli israeliani e americani volto a creare uno staterello spezzettato, mentre gli israeliani credevano di aver dato il massimo. Arafat sarà criticato di non aver fatto controproposte e Barak di aver fatto troppo concessioni mostrando troppa flessibilità. Il summit si sarebbe chiuso con la formula di rito: “Le parti si sono impegnate in discussioni senza precedenti, che toccano le questioni più sensibili che le dividono e per lungo tempo considerate off limits. Secondo il principio operativo per il quale nulla è concordato fin quando tutto non è concordato, esse non sono certo vincolate a nessuna proposta discussa durante il summit. In ogni caso, anche se non è stata raggiunta un’intesa, sono stati registrati passi avanti significativi su questioni cruciali”.

Un altro tentativo, nella speranza di arrivare ad una intesa, veniva fatto a Taba, dove le parti si sarebbero incontrate dal 21 al 27 gennaio 2001. Il Presidente Clinton, dopo Camp David, giocava il tutto per tutto e in un documento, che doveva costituire la base per ulteriori negoziati in un insieme di principi che le parti avrebbero dovuto adattare al trattato finale di pace, tracciò delle linee essenziali.

Clinton comprendeva come il 100% non poteva essere dato a una delle parti, ma solo il compromesso su basi realistiche avrebbe portato ad un accordo. Inoltre, le varie percentuali oscillavano a seconda dei propri punti di vista. Il documento, era così tracciato: 1) Una sovranità dei palestinesi sul 97 % della Cisgiordania con un corridoio di collegamento con la Striscia di Gaza, compensazioni territoriali a favore dei palestinesi nella misura del 3% e restituzione completa, seppur graduale, della Valle del Giordano; 2) Annessione israeliana di una percentuale del 3% in Cisgiordania per i propri insediamenti divisi in tre blocchi; 3) Possibilità dei palestinesi di usare la banchine portuali a Haifa ed Ashdod; 4) Divisione di Gerusalemme in due capitali, Yerushalayim per Israele e Al Quds per la Palestina, e sovranità ebraica su ciò che è ebraico e sovranità palestinese su ciò che è arabo; 5) Divisione di sovranità sui Luoghi Santi: Israele avrebbe avuto una sovranità sul Muro occidentale, mentre i palestinesi avrebbero avuto piena sovranità nell’Haram al-Sharif; 6) Sui profughi si stabiliva che essi avrebbero avuto il diritto di tornare in Palestina, senza esplicitare il diritto al ritorno in Israele. Potevano essere ammessi in Israele in numeri limitati e in casi di ricongiungimenti familiari. Ovviamente vi era una totale libertà al ritorno nello Stato Palestinese. Inoltre, sarebbe stato creato un fondo ad hoc per favorire il loro reinserimento o in alternativa un risarcimento; 7) Lo Stato Palestinese sarebbe stato “non militarizzato” ma avrebbe dovuto possedere una forte polizia, gli armamenti sarebbero stati negoziati con gli israeliani, inoltre, nella Valle del Giordano sarebbe stata schierata una Forza Multinazionale di Pace in sostituzione dell’IDF, mentre Israele avrebbe potuto mantenere 3 stazioni di allarme e avvistamento.

Il documento formalmente veniva accettato, sebbene ci fossero dei distinguo in termini di percentuale da assegnare e compensare, dagli israeliani, mentre per i palestinesi Arafat temporeggiava in quanto pose diverse domande circa le interpretazioni che si potevano dare al documento. Quando il documento era stato presentato, le delegazioni constatarono che se tale piano fosse stato concepito prima forse si sarebbe arrivati alla pace, ma il clima si era irrigidito e, nel frattempo, lo scoppio della seconda Intifada di Al Aqsa e le conseguenti risposte israeliane avevano innescato una spirale di violenza.

Salvatore Falzone 

 

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