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Catalogna: la maggioranza è separatista?

La richiesta di indipendenza della Catalogna si fonda su trascorsi storici che molti hanno ricordato in queste giornate convulse.

 
Ed anche su motivazioni politiche molto articolate, tanto quanto articolata è stata la storia spagnola dell’ultimo secolo.

Non c’è alcuna ragione di ripercorrere quelle narrazioni. Come non c’è alcuna ragione di negare che - all’interno di un futuribile Unione Europea politica, federale, democratica, aperta e solidale - possa sussistere uno “stato” catalano accanto, a pari diritti e doveri, degli ex stati nazionali o autonomie locali di minoranze etnico-linguistiche. Può benissimo sussistere un’Europa dei popoli o delle "piccole patrie" anziché un’Europa delle nazioni.

Se solo esistesse un’Europa.

La questione invece è proprio che non esiste (tuttora) un’Europa politica e, come ci ricorda Donatella Di Cesare sul Corriere, ad oggi l’Europa stessa è “ostaggio degli Stati-nazione”.

Non era così indispensabile l’intervento di una filosofa di area heidegerrian-anarchista per saperlo, ce ne accorgiamo un giorno sì e uno anche. E siamo ben consapevoli che questo è il punto.

L’Europa è bloccata perché non riesce ad affrontare la difficilissima curvatura spazio-temporale che prevede la cessione di sovranità da parte degli stati-nazione ad un progetto federativo rimasto sospeso. O forse mai iniziato davvero. E in ogni caso boicottato dentro e fuori dei suoi confini.

Ma questo giustifica una qualsiasi opzione sovranista? E, nello specifico, questo giustifica l’indipendentismo catalano?

La questione si porrebbe se si fosse manifestata in qualche modo una schiacciante maggioranza a suo favore, ma, per quello che se ne sa, questa maggioranza latita, non è mai stata dimostrata e la manifestazione unitarista di domenica sembra averlo chiarito.

L’editoriale di El Paìs non ha dubbi: “Fin de la hegemonía. La manifestazione di Barcellona polverizza la storia dell'indipendenza”.

D’altra parte è noto che dopo le manovre del Partito Popolare del 2010, finalizzate ad affossare alcuni tratti della legge sulle autonomie, un referendum popolare consultivo - osteggiato, ma non ostacolato manu militari dal governo spagnolo - fu indetto per il 9 novembre del 2014. I votanti furono il 36% scarso degli aventi diritto (benché il voto fosse stato allargato a sedicenni e residenti stranieri).

Al referendum consultivo sull’indipendenza tenutosi lo stesso anno in Scozia si registrò per il voto il 97% degli aventi diritto, la più alta mai raggiunta nel paese; e la partecipazione effettiva superò l'84%. Ma tutti quelli che oggi accostano la Catalogna alla Scozia, quasi identificandone il percorso politico, glissano stranamente su questo particolare non trascurabile.

Il processo indipendentista catalano continuò negli anni seguenti e alle elezioni del 2015 il 48,7% dei voti e la maggioranza dei seggi andò ai due partiti dichiaratamente separatisti - la Junts pel Sí (62 seggi) composta da Partito Democratico Europeo Catalano (liberali di centrodestra) e Sinistra Repubblicana di Catalogna (socialdemocratici) e la Candidatura d'Unitat Popular (sinistra, 10 seggi).

Grazie a quei 72 deputati (su 153) il parlamento catalano ha votato per chiamare nuovamente i cittadini alle urne, con una domanda esplicita - indipendenza sì- indipendenza no - che sarebbe diventata immediatamente attuativa in caso di vittoria dei sì, senza nemmeno un quorum minimo da raggiungere. Oggi sappiamo che circa il 42% ha votato e che il Sì ha vinto.

Ma non c’è alcuna dimostrazione che la maggioranza dei catalani sia stata davvero convinta dalle argomentazioni favorevoli all’uscita dallo Stato unitario (ed anche, automaticamente, dall’Europa e dall’euro).

È intuibile che l’ostilità del governo spagnolo, i diktat della corte costituzionale, gli arresti di esponenti indipendentisti e, alla fine, l’inaccettabile violenza degli energumeni della Guardia Civil contro donne, ragazzi, anziani possa aver portato, per reazione, molti più catalani (oltre che gran parte dell'opinione pubblica internazionale) a simpatizzare per la causa indipendentista.

Sull’onda dell’indignazione per le violenza subìte - ma non per convincimento ponderato - può darsi che ora i separatisti abbiano agguantato una qualche maggioranza (per quanto non dimostrabile), laddove sarebbe richiesta, per una questione di questa portata, una larga, partecipata, consapevole, matura volontà, espressa dopo dibattiti altrettanto partecipati e ricchi di argomentazioni, in cui i pro e i contro della scelta fossero fatti capire e metabolizzare anche alla nonna della sora Lella.

Qui invece si gioca sulla pelle della gente con manovre politiche di azione-reazione fra due partiti, quello del fronte separatista trasversale guidato da Carles Puigdemont e il PPE (appoggiato peraltro anche dal Partito socialista PSOE nella sua opposizione all'indipendenza) che regge il barcollante governo di Mariano Rajoy.

Il primo provocando una rottura costituzionale e l’altro reagendo con forza ottusa e violenta (violenta in quanto ottusa), verso gente comune - non terroristi e nemmeno facinorosi black bloc - del tutto inaccettabile in una democrazia moderna.

Ma se le violenze delle truppe di Rajoy non sono accettabili, non è accettabile nemmeno che il fronte indipendentista speri di agguantare con forzature volutamente provocatorie, il suo risultato visto che non riesce a convincere il corpo elettorale tramite argomentazioni politiche (o storiche, etnico-culturali, linguistiche eccetera).

Ora, i margini di manovra sono ridottissimi. Né il governo nazionale né quello regionale possono perdere la faccia. Ma la manifestazione contro l’indipendenza di domenica - che ha visto spagnoli e catalani insieme - ha sicuramente messo in difficoltà il fronte indipendentista.

Tradotto in termini volutamente (e scaramanticamente) apocalittici, non sarà più una guerra civile tra Catalogna e Spagna, né tantomeno uno scontro politico tra repubblicani e monarchici, ma un braccio di ferro tutto interno alla regione. Speriamo senza inutili sofferenze.

 

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