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Benvenuti ne "La Casa delle Fate" dove la forza della poesia illumina la terza età

Nicola Viceconti illustra La Casa delle Fate, l’ultima produzione poetica di Cinzia Marulli, presentata nell’ambito della Prima edizione del Festival delle arti “Apollo, Tersicore, Euterpe e le altre”, organizzato da Elisir Letterario e coordinato da Manuela Minelli, che ha avuto luogo presso il “Polmone Pulsante” a Roma, dal 4 al 10 maggio.

 

Riportiamo le riflessioni dello scrittore e sociologo sull’opera.

Perché Nicola Viceconti presenta una raccolta di poesie? Le poesie di Cinzia Marulli ne La casa delle fate trattano la dimensione della terza età, tematica che mi interessa da un punto di vista anche sociologico. I trend demografici dei paesi europei confermano un generale invecchiamento della popolazione e, paradossalmente, una certa “stagnazione” degli interventi socioassistenziali a favore di tale fascia di cittadini. Un argomento che mi ha riportato a un saggio di Sandro Bernardini, che già agli inizi degli anni ’90, illustrava la progressiva configurazione anziana della società italiana, seppure industrialmente progredita. Per evitare l’inevitabile collasso, il sociologo auspicava una riprogrammazione del tempo sociale, ovvero delle politiche del lavoro, del pensionamento e degli interventi di welfare. L’opera in questione porta l’attenzione di chi legge su tali aspetti e su quelli psicosociali degli anziani con la delicatezza dirompente della poesia.

Parliamo della genesi di questa silloge. La Casa delle Fate è frutto di un lavoro svolto dall’autrice in una casa di riposo nella quale era stata ricoverata la madre della poetessa. A mio avviso, Cinzia Marulli, in questa occasione, ha ricoperto il ruolo di osservatrice partecipante, in una vera e propria “esperienza psico-sociologica”. L’iniziativa di creare, infatti, un laboratorio di lettura di poesie, le ha permesso di scoprire dall’interno del gruppo, alcuni aspetti del mondo degli anziani e della struttura che siamo sempre più abituati a considerare, nel nostro immaginario, come un luogo di solitudine e di abbandono da parte dei familiari dei degenti, dimenticando che spesso tali scelte racchiudono situazioni complesse e personali. Il lavoro di Marulli, pertanto, acquisisce una valenza testimoniale attraverso lo strumento della poesia, della possibile riqualificazione di un luogo considerato “parcheggio” della terza età, in uno spazio ricco di nuovi stimoli di condivisione, gioia e partecipazione. Borges esalta la funzione della poesia nell’investigazione della condizione umana, poiché essa “non preclude nulla”. Inoltre, con La casa delle fate si offre la possibilità di celebrare la memoria delle piccole storie personali di vita.

Entriamo nell’opera, parlaci delle poesie e degli elementi costitutivi. Il testo è strutturato in tre parti, l’entrata, l’uscita e il dopo, attraverso le quali l’autrice descrive le proprie emozioni e quelle delle anziane signore. Il primo componimento della raccolta, Si ferma il tempo, enfatizza due dimensioni che riguardano le ospiti della casa: il tempo e la regressione all’infanzia. Il tempo per gli anziani si cristallizza e ciò avviene per indicare in qualche modo il passaggio in un limbo di “perenne attesa”, uno status che troppo spesso riduce l’esistenza della persona alla sospensione della vita per accogliere la morte. Il secondo aspetto, quello della regressione, fa riferimento, da un lato, alla loro frequente propensione a tornare bambini, a cercare qualcuno cui raccontare la propria storia e consolidarne il ricordo; dall’altro l’inversione dei ruoli, con i propri figli, cui è demandato l’accudimento: “Si ferma il tempo/nel percorso che m’avvicina/qui dove la vita passa nell’attesa. Il candore della tua pelle m’accarezza/quella pelle tornata bambina/ora che invochi me/come fossi io tua madre”. A tale proposito, tornano interessanti le parole di Elisabetta Musi, docente all’Università Sacro Cuore di Piacenza: “I bambini per gli anziani rappresentano una sorta di specchio introspettivo attraverso cui prefigurare il futuro”. L’attesa è associata a una sorta di rassegnazione onnipresente, senza però mai rinunciare al ruolo protettivo di madre. Tali concetti sono ribaditi negli ultimi versi della poesia Dove mi hai portato figlia?: “Va bene figlia, io rimarrò qui a morire/tu copriti prima di uscire che prendi freddo.”

Cosa ha colpito la tua sensibilità in quest’opera? Una poesia che mi ha colpito particolarmente è: C’è il camino acceso che illumina. Racchiude con notevole delicatezza tutti gli elementi più volte sottolineati da Marulli nel corso della silloge, come la richiesta di attenzione da parte delle anziane e l’aleggiare costante della morte, con l’appellativo di “signora”, (anche in Bella la fata come una bambola) e la dimensione dell’attesa che la accomuna alla vita (per esempio in È cieco il cammino: “Negli anfratti distanti dove la vita si è fermata a guardare”. Ho trovato felice la scelta lessicale dell’autrice rispetto alle signore anziane che nei componimenti lirici sono definite: bambine, ballerine, fate, bambole, finanche cipressi. Altri aspetti da segnalare, come ha evidenziato Marco Antonio Campos nella postfazione, sono i sentimenti della pietà e del rimorso, della tristezza e, al tempo stesso, aggiungo io, della speranza, in particolare nella terza parte, il dopo, dedicata alla fase dei ricordi successivi al lutto. Il dopo è anche la fase della negazione, quella del rifiuto della morte e con essa della visita al cimitero: “Non ci vengo al cimitero/non mi piace quella lapide bianca e quel loculo dove ti hanno chiusa”. Nel cimitero, “luogo falsamente verde/le ossa sono le uniche cose ad avere un senso” (in I viali), le cose hanno un senso che non corrisponde a quello personale, quando nemmeno il ricordo da defunta ci è sufficiente; “è la tua vita quella che voglio…/…Quelle ossa non mi dicono niente” (in “Ora basta ricordarti”). Secondo me l’elaborazione del lutto prevede una ricostruzione che avviene con piccole azioni e con la ricerca nei pensieri. Mi fa pensare all’invito di una madre eccezionale, che in circostanze diverse ci insegna a “Trasformare il dolore in azione”. Si tratta di Vera Vigevani, una delle madri de Plaza de Mayo, linea fundadora. Da qui, la poesia Ho preso il tuo corredo:

 

Ho preso il tuo corredo

quello che conservavi come un tesoro

nel baule della nonna

l’ho lavato tutto

col sapone profumato

che usavi tu per le cose buone

l’ho steso al sole

e ho atteso che si asciugasse

come quando andavamo al mare

con gli asciugamani zuppi di sale

poi mi sono chiusa in casa per giorni

e ho stirato ogni cosa lentamente

come si gusta un dolce speciale

ché tu lo sai che io sono golosa

ogni volta che passavo il ferro

sui tuoi tessuti

era come accarezzarti di nuovo

quando ho terminato

ho rilavato tutto da capo.

Tra i sogni e i ricordi del dopo mi piace chiudere queste riflessioni, sulla metafora più significativa che la poetessa Cinzia Marulli attribuisce alla madre: “sei stata il carpentiere delle mie radici”.


La casa delle Fate, pubblicata da La vita felice nel 2017, è risultata vincitrice del premio di poesia Casa Museo Alda Merini. Cinzia Marulli: poetessa, attualmente sta traducendo i principali poeti cinesi contemporanei e in particolare i poeti brumosi (Bei Dao, Mang Ke e altri). È curatrice della collezione di quaderni di poesia Le gemme (Ed. Progetto Cultura) e promotrice culturale di rassegne di poesia. Ha partecipato a numerosi festival internazionali di poesia all’estero, in America Latina e in Lussemburgo; le sue liriche sono state tradotte in cinese, greco, inglese, spagnolo e pubblicate in Cina, Bolivia, Colombia, Ecuador, Messico e Spagna. Precedenti pubblicazioni: Agave (Lieto Colle, 2011); Las Mantas de Dios - Le coperte di Dio (Ed. Progetto Cultura, 2013); Percorsi (La Vita Felice, 2016)

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