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Prima di addentrarci nella descrizione di “On Beacon Hill” (Drag City) è necessario fare un passo indietro nel tempo.
Per chi ama e ha amato il rock più sperimentale, Anthony Moore è un nome più che familiare, non tanto per la sua militanza nei Slapp Happy (gruppo orientato verso un art rock psichedelico) ma perché con gli Slapp Happy, tra il 1974 e il 1975, ha preso parte alle due storiche collaborazioni con gli eccezionali Henry Cow, cristallizzate nei dischi “Desperate Straights” e “In Praise of Learning” (entrambi pubblicati nel 1975 sebbene “Desperate Straights” sia stato registrato nel 1974).
Anni fa, era il 2019, su queste pagine ebbi modo di recensire il concerto che Fred Frith tenne a Napoli all’Ex Asilo Filangieri; in quell’occasione, nell’anticipare l’evento, in relazione al sodalizio Henry Cow/Slapp Happy, si osservò: ‘La collaborazione tra i due ensemble, grazie anche alla spiccata vocazione teatrale degli Slapp Happy, generò un nuovo spazio artistico musicale trasversale e poliedrico che, dopo un esplorativo Desperate Straights (1974), diede alle stampe il capolavoro In Praise Of Learning (1975), miscellanea, in un abbattimento di generi, di musica e “teatro” sospesa tra espressionismo, improvvisazione, elettronica (Moore è vicino al kraut tedesco), rock-cabaret e avanguardia (Lindsay Cooper si dedica a manipolare oboi e fagotti mentre Frith suona anche il violino e lo xilofono), perfettamente sintetizzati nella splendida Beautiful As The Moon Terrible As An Army, brano che è anche l’apertura del tombale live Concerts (1976), registrato in parte in Italia (Ruins il 13 ottobre del 1975 a Udine) e che vede la partecipazione di Robert Wyatt’.
On Beacon Hill by Anthony Moore with AKA & Friends
Va anche detto che gli Slapp Happy, avendo avuto genesi in Germania, nei primi dischi, oltre membri fondatori Anthony Moore, Peter Blegvad e Dagmar Krause, si avvalsero della collaborazione di Gunther Wüsthoff, Werner “Zappi” Diermaier e Jean-Hervé Péron (dei mitici Faust) per “Sort Of” del 1972 e per “Acnalbasac Noom”, registrato nel 1973 ma uscito poi solo nel 1980.
Mentre poi Moore si dedicava a costruire e decostruire con tastiere e chitarra e a “giocare” con le voci e con le “orchestrazioni”, la moglie Dagmar Krause è diventata nota per la sua voce e per la sua passione nel cantare Bertolt Brecht, Kurt Weill e Hanns Eisler (la Krause prenderà parte anche al citato meraviglioso “Concerts” degli Henry Cow in cui fa la sua apparizione anche Robert Wyatt).
La vocazione sperimentale che in quegli anni caratterizzava Moore prende forma anche nei primi suoi lavori solisti (per tutti in l’ottimo “Pieces from the Cloudland Ballroom” del 1971 in cui spicca “l’esercizio” per voci “Jam Jem Jim Jom Jum” ad occupare tutto il lato A del vinile e “A.B.C.D. Gol’Fish” con Werner Diermaier), sperimentazione che negli anni proseguirà fino all’epoca recente (si ascolti ad esempio “Arithmetic in the Dark” del 2019), alternata a belle composizioni più “art-pop-psichedeliche” (come il riuscitissimo “Flying Doesn’t Help” del 1979; da citare brani quali “Judy Get Down”, “Lucia”, per un disco che in chiusura con “Twilight (Uxbridge Road)” si riserva un breve omaggio al kraut).
Se “Pieces from the Cloudland Ballroom” aveva inaugurato il decennio, “Flying Doesn’t Help” lo chiude, per due dischi agli antipodi ma di egual pregio.
Tra le varie attività e pubblicazioni Moore, oltre a collaborare per alcuni testi con i Pink Floyd (era David Gilmour), nel 2000 troverà il tempo di dare alle stampe, nuovamente insieme a Peter Blegvad e Dagmar Krause, il pretenzioso ed operistico “Camera”.
Veniamo ora a “On Beacon Hill”, un disco bello, “intimo” e convincente, con un Anthony Moore (voce, pianoforte e chitarra) che, accompagnato dagli AKA & Friends, si muove tra coordinate che evocano tanto Nick Cave quanto il Roger Waters di “The Final Cut” e “The Pros and Cons of Hitch Hiking”.
Nelle note di copertina gli AKA risultano composti da Anthony Moore, Keith Rodway (keyboards) e Amanda Thompson (voce e keyboards) e i Friends da Tullis Rennie (trombone and electronics), Olie Brice (double bass), Richard Moore (violin) e Haydn Ackerley (guitar).
Messo il vinile sul piatto, “Caught” già definisce un suono e un’atmosfera che avvolge, atmosfera che diventa narrativa in “It’s Fear” e in “The Argument” (che come detto mi hanno ricordato il Roger Waters di “The Final Cat” e di “The Pros and Cons of Hitch Hiking”).
Tirata e “sentita” è “A Man of Custom” con il suo pianoforte e i suoi “disturbi”.
L’ombra di Nick Cave appare invece in “No Parlez” che, nel suo incedere per pianoforte da “preghiera blues” conduce alla rarefatta e onirica “The Blistered Salver”.
“World Service” è altro momento di pregio che porta alla mente Nick Cave con un assolo centrale in stile “Book Of Saturday” dei King Crimson.
L’appena più ariosa “A Different Lie” congeda un lavoro che ha restituito piacevolissimi momenti di ascolto tanto nella scrittura quanto nell’esecuzione.
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È nell’aria il sapore acre di una resurrezione. Xiu Xiu, architetti da oltre due decenni di un’avanguardia musicale spettrale e visceralmente emotiva, annunciano l’arrivo di un nuovo capitolo discografico: “Xiu Mutha Fuckin’ Xiu: Vol. 1”. In uscita il 16 gennaio per Polyvinyl, il progetto non è una semplice raccolta di cover, ma un vero e proprio pellegrinaggio nel cuore delle canzoni che ne hanno plasmato l’immaginario distorto.
Da Talking Heads a GloRilla, da Throbbing Gristle a Robyn, la tracklist si legge come una mappa criptica dell’inconscio collettivo della band. Non ci sono confini di genere, né di epoca: solo la riconoscenza profonda per quelle composizioni che, come Jamie Stewart confessa, «ci hanno smosso».
«L’approccio non è mai stato “come possiamo migliorarle”», spiega Stewart, «ma piuttosto “cosa possiamo imparare da loro?”». Questa umiltà davanti alla maestà della canzone si trasforma, nelle mani degli Xiu Xiu, in un’indagine intima e spesso spiazzante. È un processo di possessione artistica, dove il rispetto diventa dissezione, e la cover un medium per nuovi spiriti.
A anticipare l’atmosfera del disco, due assaggi potentissimi e antitetici: una versione di ‘Cherry Bomb’ delle Runaways e una di ‘Some Things Last A Long Time’ di Daniel Johnston. Se la prima è un inno alla ribellione glam-punk riletto con furia industriale, la seconda è una ferita aperta. Stewart racconta di aver pianto registrandola: «Se c’è mai stata una voce sincera e ferita al mondo, è la sua».
La scelta dei brani racconta una storia parallela: l’oscurità rituale dei Coil (‘Triple Sun’) si accosta alla synth-pop oscena di Soft Cell (‘Sex Dwarf’), l’epica malinconica di Roy Orbison (‘In Dreams’) dialoga con il noise proto-industrial di This Heat (‘SPQR’). È un culto sincretico dove Joan Jett e Screamin’ Jay Hawkins sono venerati allo stesso altare.
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Questa la tracklist:
‘Psycho Killer’ [Talking Heads]
‘Warm Leatherette’ [The Normal / Grace Jones]
‘I Put a Spell on You’ [Screamin’ Jay Hawkins]
‘Hamburger Lady’ [Throbbing Gristle]
‘In Dreams’ [Roy Orbison]
‘Sex Dwarf’ [Soft Cell]
‘Dancing On My Own’ [Robyn]
‘SPQR’ [This Heat]
‘Lick Or Sum’ [GloRilla]
‘Some Things Last A Long Time’ [Daniel Johnston]
‘Triple Sun’ [Coil]
‘Cherry Bomb’ [The Runaways]
L'articolo I Xiu Xiu risvegliano i fantasmi: il Vol. 1 di “Xiu Mutha Fuckin’ Xiu” è un esorcismo in uscita a breve proviene da Freak Out Magazine.
Nel rumore di fondo dell’iperproduzione musicale contemporanea, a volte è necessario un terremoto per ricordare da dove vengono le faglie. Non un semplice annuncio discografico, ma una riattivazione. La pubblicazione di “Industrial Overture. Studio & Live Recordings 1982-1985” per Artoffact Records è esattamente questo: la riapertura di un archivio sonoro che è anche un atto politico, una mappa della resistenza culturale degli anni ’80 britannici. Test Dept non furono mai solo una band; furono un collettivo d’assalto, un esperimento sociale in forma di soundscape, e questa box set da 4 CD ne cristallizza il DNA più puro e incendiario.
Nati nella Londra post-punk e pre-digitalizzata, i Test Dept hanno forgiato l’immaginario stesso della musica industrial, spingendolo ben oltre i confini del suono. La loro non era semplice performance; era archeologia industriale applicata. Con strumenti ricavati da rottami metallici, oggetti recuperati e macchinari riconvertiti, costruivano ritmi che erano colpi di maglio, suoni che erano lamenti di fabbrica dismesse. Guidati allora, come oggi nel loro rinnovato vigore, dal duo fondatore Paul Jamrozy e Graham Cunnington, esploravano senza filtro le ferite del thatcherismo, facendo della musica una trincea.
Industrial Overture by Test Dept
“Industrial Overture” è il primo capitolo di una serie che promette di ripercorrere sistematicamente la loro carriera, ed è un’operazione monumentale. 42 tracce che non sono solo canzoni, ma documenti storici:
la prima ristampa mondiale di “The Unacceptable Face of Freedom” (1983), il debutto in cassetta che era un vero e proprio samizdat sonoro. I capitoli fondamentali “Ecstasy Under Duress” e “Atonal & Hamburg”, tesori introvabili da tre decadi. Un intero CD di sessioni inedite, comprendenti le leggendarie registrazioni per il programma di John Peel, mitico sacerdote della BBC Radio 1.
Numeri che parlano: 26 tracce appaiono per la prima volta su CD e digitale, 12 delle quali assolutamente inedite. Un lavoro di scavo e restauro filologico, curato dalla band stessa e rimasterizzato da Paul Lavigne, che restituisce ogni graffio, ogni rimbombo, ogni urlo.
Ma il contesto è tutto. L’impegno di Test Dept non rimase confinato in studio. Il gesto forse più emblematico fu nel 1984, quando portarono il loro caos organizzato direttamente nelle comunità operaie, esibendosi dal vivo con il Coro degli Scioperanti Minatori del Galles del Sud. Non una semplice collaborazione, ma una fusione di arte e lotta, un atto di solidarietà concreta che definì per sempre la loro etica. Questa spinta alla collaborazione si strutturò nel “The Ministry of Power”, un’organizzazione ombrello per progetti multidisciplinari che univano musica, teatro, cinema e attivismo, realizzando spettacoli colossali in spazi industriali abbandonati.
Oggi, mentre la band torna a calcare festival in Europa con un potente set elettronico che rielabora il passato e sonda il futuro, il loro spirito collaborativo continua. La recente commissione dell’organizzazione A/POLITICAL per l’opera su larga scala “Furnace”, creata in un’ex fonderia in Francia, dimostra che il loro linguaggio è più attuale che mai.
“Industrial Overture” non è quindi una nostalgica operazione-ricordo. È la ristampa di un manifesto. In un’epoca di algoritmi e consenso passivo, ascoltare il tumulto grezzo di questi dischi è un atto di disobbedienza auditiva. Ci ricorda che la musica può essere un martello, un assemblaggio di rottami in qualcosa di potente, e che il rumore di ieri è spesso l’eco profetica del disordine di oggi.
https://testdept.org.uk/
https://www.facebook.com/TestDept.HQ
L'articolo L’archivio ribelle dei Test Dept. Quando l’industrial non era solo un suono, ma un corpo in lotta proviene da Freak Out Magazine.
Nel rumore di fondo dell’iperproduzione musicale contemporanea, a volte è necessario un terremoto per ricordare da dove vengono le faglie. Non un semplice annuncio discografico, ma una riattivazione. La pubblicazione di “Industrial Overture. Studio & Live Recordings 1982-1985” per Artoffact Records è esattamente questo: la riapertura di un archivio sonoro che è anche un atto politico, una mappa della resistenza culturale degli anni ’80 britannici. Test Dept non furono mai solo una band; furono un collettivo d’assalto, un esperimento sociale in forma di soundscape, e questa box set da 4 CD ne cristallizza il DNA più puro e incendiario.
Nati nella Londra post-punk e pre-digitalizzata, i Test Dept hanno forgiato l’immaginario stesso della musica industrial, spingendolo ben oltre i confini del suono. La loro non era semplice performance; era archeologia industriale applicata. Con strumenti ricavati da rottami metallici, oggetti recuperati e macchinari riconvertiti, costruivano ritmi che erano colpi di maglio, suoni che erano lamenti di fabbrica dismesse. Guidati allora, come oggi nel loro rinnovato vigore, dal duo fondatore Paul Jamrozy e Graham Cunnington, esploravano senza filtro le ferite del thatcherismo, facendo della musica una trincea.
Industrial Overture by Test Dept
“Industrial Overture” è il primo capitolo di una serie che promette di ripercorrere sistematicamente la loro carriera, ed è un’operazione monumentale. 42 tracce che non sono solo canzoni, ma documenti storici:
la prima ristampa mondiale di “The Unacceptable Face of Freedom” (1983), il debutto in cassetta che era un vero e proprio samizdat sonoro. I capitoli fondamentali “Ecstasy Under Duress” e “Atonal & Hamburg”, tesori introvabili da tre decadi. Un intero CD di sessioni inedite, comprendenti le leggendarie registrazioni per il programma di John Peel, mitico sacerdote della BBC Radio 1.
Numeri che parlano: 26 tracce appaiono per la prima volta su CD e digitale, 12 delle quali assolutamente inedite. Un lavoro di scavo e restauro filologico, curato dalla band stessa e rimasterizzato da Paul Lavigne, che restituisce ogni graffio, ogni rimbombo, ogni urlo.
Ma il contesto è tutto. L’impegno di Test Dept non rimase confinato in studio. Il gesto forse più emblematico fu nel 1984, quando portarono il loro caos organizzato direttamente nelle comunità operaie, esibendosi dal vivo con il Coro degli Scioperanti Minatori del Galles del Sud. Non una semplice collaborazione, ma una fusione di arte e lotta, un atto di solidarietà concreta che definì per sempre la loro etica. Questa spinta alla collaborazione si strutturò nel “The Ministry of Power”, un’organizzazione ombrello per progetti multidisciplinari che univano musica, teatro, cinema e attivismo, realizzando spettacoli colossali in spazi industriali abbandonati.
Oggi, mentre la band torna a calcare festival in Europa con un potente set elettronico che rielabora il passato e sonda il futuro, il loro spirito collaborativo continua. La recente commissione dell’organizzazione A/POLITICAL per l’opera su larga scala “Furnace”, creata in un’ex fonderia in Francia, dimostra che il loro linguaggio è più attuale che mai.
“Industrial Overture” non è quindi una nostalgica operazione-ricordo. È la ristampa di un manifesto. In un’epoca di algoritmi e consenso passivo, ascoltare il tumulto grezzo di questi dischi è un atto di disobbedienza auditiva. Ci ricorda che la musica può essere un martello, un assemblaggio di rottami in qualcosa di potente, e che il rumore di ieri è spesso l’eco profetica del disordine di oggi.
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Il 20 Febbraio segna una data cruciale per gli amanti del sound transculturale: Altın Gün, la forza trainante dell’Anatolian funk revival, pubblicheranno il loro sesto album in studio, ‘Garip’. Anticipato dal singolo ipnotico ‘Neredesin Sen’, il disco si annuncia come il capitolo più ambizioso e sfaccettato della carriera della band olandese di origini turche, già candidata ai Grammy.
Dopo aver esplorato le venature dream-pop in ‘Yol’ (2021) e consolidato il legame con le radici in ‘Aşk’ (2023), il collettivo fondato dal bassista Jasper Verhulst compie un gesto profondamente radicato e personale: ‘Garip’ è interamente dedicato alle composizioni del gigante della musica folk turca, Neşet Ertaş (1938-2012).
“È la musica con cui sono cresciuto”, racconta Erdinç Eçevit, cantante e virtuoso del bağlama degli Altın Gün. “Mio nonno ascoltava sempre le sue cassette. Ora, immergermi nei suoi testi, che vengono dal cuore e parlano della vita, è un ritorno alle origini”.
La rilettura di canzoni come la celebre ‘Gönul Daği’ – descritta da Eçevit come un blues sull’amore sacro e doloroso dell’Anatolia rurale – è tutt’altro che un esercizio di pura conservazione. Gli Altın Gün le reimmaginano attraverso il loro prisma psichedelico e globale. Il risultato? Un disco dove le intricate melodie del bağlama dialogano con archi arabeschi (curati dalla Stockholm Studio Orchestra), esplosioni di sax, sintetizzatori scintillanti e un groove rock-funk serrato.
‘Neredesin Sen’, il brano di apertura, è un propulsivo indie-dance con una linea di basso contagiosa, mentre ‘Bir Nazar Eyeldim’ chiude l’album in un’atmosfera di ballad elettronica e malinconica. In mezzo, la band tocca anche note prog, vibrazioni West Coast e, in tracce come la fumosa ‘Niğde Bağlari’, preserva quel feeling ipnotico e cavernoso che li ha resi famosi.
“È il nostro album più eclettico”, afferma Verhulst. “Volevamo fare qualcosa di diverso: meno aggressivo, meno pop, meno ovviamente psych-rock. Più semplicemente vibrante”.
‘Garip’ è la prova di una band al massimo della maturità artistica, che non ha più nulla da dimostrare se non la gioia di esplorare, ibridare e far vibrare le tradizioni in un presente globale. Un omaggio sentito che, anziché guardare indietro, spinge il suono degli Altın Gün verso territori ancora più ricchi e variegati.
https://altingunband.com/
https://www.instagram.com/altingunband/
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