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Il 13 settembre 2025 Christer Bothén, classe 1941, ha compiuto 84 anni.
Ed all’età di 84 anni, Bothén ha dato alle stampe “Christer Bothén Donso N’Goni” (edito per la Black Truffle e contenente registrazioni comprese tra il 2019 e il 2023 ) nonché a nome Christer Bothén 3 l’ottimo “L’Invisible” (edito per la Thanatosis Produktion e contenente registrazioni del 2024).
In vero Bothén, superati “gli ottanta”, si era già mostrato piuttosto attivo, prendendo parte nel 2022 allo splendido progetto Ghosted e nel 2023 al riuscito “Echoes” dei Fire! Orchestra; da menzionare poi, sebbene di qualche anno precedente, anche la collaborazione con Sara Lundén per “Love Songs” del 2019, LP meritorio, sospeso tra “cupo” ed “estremo” cantautorato e sperimentazione (di pregio “No One”, “Death”…) di cui si consiglia vivamente l’ascolto).
Che Christer Bothén fosse stato colpito dal “mal d’Africa” è fatto noto tanto che già nel 1984 ne aveva ben esplorato le sonorità con il bel “Trancedance” (realizzato con il Bolon Bata, altro disco che merita l’ascolto), lavoro che però non si limitava a circoscrivere il proprio raggio d’azione al continente nero, orientandsi verso l’ethno jazz (“Trance Dance” e “9 + 10 Moving Pictures For The Ear”) e con uno spettro sonoro proteso fino a lambire i confini della fusion (“Mimouna”) e del reggae (“The Horizon Stroller”).
Con “Christer Bothén Donso N’Goni”, Bothén, invece, si concentra sull’Africa e sul donso n’goni, restituendo un disco dal particolare fascino e a suo modo di “ricerca e scoperta” etnica.
Sul sito della Black Truffle (https://www.blacktrufflerecords.com/ consultato il 9 dicembre 2025) si legge: “The seven pieces of Christer Bothén Donso n’goni offer up a stunning showcase of Bothén’s work on this remarkable instrument, heard entirely unaccompanied, except for the final piece where he is joined on a second Donso n’goni by his student and collaborator, the virtuoso bassist Kansan/Torbjorn Zetterberg, and Marianne N’Lemvo Linden on the metal Karanjang scraper… Six of the seven pieces are traditional, with Bothén contributing the remaining ‘La Baraka’….”.
Nel recensire “V Vetru Noči Šepetajo Trdopadla Zaklinjanja” dei Širom, scrissi: ‘Ho vissuto come “ascolto” la mia “esperienza” con la musica “etnica” (da sempre amata) ponendola in contrapposizione a quella (meno amata) comunemente conosciuta come “world music”; in particolare ricordo quando, nei cassetti dello storico negozio di dischi partenopeo Demos, scoprii da ragazzo i dischi dell’Ocora (Office de Coopération Radiophonique), etichetta francese legata a Radio France specializzata in field recordings di musica etnica. Il primo disco dell’Ocora che acquistai fu “Cameroon: Flutes Of The Mandara Mountains”… e da lì a seguire ogni titolo che riuscissi a trovare, fossero improvvisationi vietnamite, sure del corano, musica sacra tibetana, canti liturgici buddisti… musica dal Gabon, dall’Iran, dall’Ouzbekistan…: una “Pangea” di suoni del mondo dal mondo.’; ebbene “Christer Bothén Donso N’Goni” mi ha riportato alla mente quegli ascolti passati.
– “L’Invisibile”
Nel 2021 a nome Christer Bothén 3 (Bothén: bass clarinet, contrabass clarinet; Vilhelm Bromander: double bass; Konrad Agnas: drums), veniva pubblicato “Omen”, disco diviso in due lunghe “suite” (“Omen/The Spirit Of…” e “Northern Rim/Åhana/77”) entrambe vicine a un certo jazz, free, più “nervoso” e con aperture “pacate”.
Ora con “L’Invisibile” (sempre a nome Christer Bothén 3), Bothen cambia formazione e strumenti; con lui all’inside piano e bass clarinet ci sono Kansan Zetterberg (contrabbasso) e Kjell Nordeson (vibrafono, batteria).
“L’Invisibile”, anch’esso diviso in due “Partie”, partendo da alcune sonorità più “pacate” esplorate in “Omen”, restituisce atmosfere avvolgenti, notturne, fumose e calde, accarezzate dai fraseggi degli strumenti che ora parlano ora sussurrano con un “singolare” unico linguaggio, in cui anche i momenti più “dissonanti” e “free” suonano prevalentemente con morbidezza; solo a metà della “Partie 2” il ritmo aumenta e i fiati iniziano a stridere prima che il tutto collassi con Bothén a pizzicare le corde del pianoforte… per poi ripartire di ritmica e nuovamente collassare in informe materia.
Christer Bothén, raggiunti gli 84 anni, sta mostrando a tutti come la “grande” musica non abbia età!
https://thanatosis.org/
Christer Bothén Donso n’goni by Christer Bothén
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Esistono momenti e “spazi” musicali che ti riconciliano con la vita; così è stato il concerto (organizzato da Wakeupandream) che David Grubbs ha tenuto il 18 gennaio 2026 alla Sala Assoli di Napoli.
Non posso celare la mia partigianeria e il mio “amore” nei confronti di Grubbs che in più occasioni, su queste pagine, ho avuto modo di definire come uno dei “più fulgidi musicisti della fine del primo millennio (e oltre)”… e di quanto sia visceralmente legato, quale passione nata sin dalla gioventù, ai suoi Gastr del Sol.
Tra i concerti di cui ho memoria, un posto speciale lo ha sempre occupato quello del 2002 a Napoli, quando ebbi la possibilità di vedere Grubbs per la prima volta dal vivo. E’ passato (circa) un quarto di secolo, e con la maggiore consapevolezza acquisita in questi venticinque anni, lo spettacolo a cui ho assistito oggi si è vestito di una particolare poetica.
Se nel 2002 Grubbs non era solo sul palco, quanto restituito dal vivo il 18 gennaio 2026 è stata un’esibizione per sola chitarra e (in parte) voce, in cui un’intima (apparente) essenzialità è stata tesa, lirica e complessa espressione musicale.
Nel 2025 Grubbs ha pubblicato “Whistle from Above”, titolando l’articolo ‘“Whistle from Above” : il genio di David Grubbs dà alle stampe l’ennesimo disco di valore‘, e proprio gli umori di “Whistle from Above” hanno caratterizzato l’ambiente sonoro che ha riempito (per gran parte) la serata.
Non a caso, l’apertura del concerto è stata affidata alle tensioni, sospese tra grazia e mestizia, della splendida “Whistle from Above”… e con essa, dallo stesso disco, a seguire “The Snake On Its Tail”, “Poem Arrives Distorted”, “Queen’s Side Eye”, per una chitarra capace di narrare paesaggi da esatta fusione tra il folk di John Fahey e il post-rock anni novanta di cui Grubbs è stato Maestro, il tutto senza rinunciare a sperimentazioni più noise come “Synchro Fade Pluck Stutter Slip”.
Tra esecuzioni di brani “nuovi” (anche “inediti”), Grubbs bilancia il presente con il passato, lo “strumentale” (“Creep Mission” dall’omonimo disco del 2017) con il cantato, affiancando alla chitarra la voce, regalando acquerelli dalle sfumature indie.
E così, quando meno te lo aspetti, parte per sola chitarra e voce quel capolavoro che è “The Seasons Reverse” (da “Camoufleur” del 1998, brano probabilmente con “Blues Subtitled No Sense of Wonder” tra le più belle composizioni a nome Gastr Del Sol), qui reso scarno e “osseo”.
Il momento “cantautorale” prosegue con “Learned Astronomer” (da “Prismrose” del 2016), “Wave Generators” (da “A Guess At The Riddle” del 2004), “Knight Errant” (da “A Guess At The Riddle” del 2004), per culminare nella splendida “Cool Side of the Pillow” (da “Dust & Mirrors” a nome Belfi/Grubbs/Pilia del 2014; brano presente anche in versione estesa come “Cooler Side of the Pillow” su “Instant Opaque Evening” del 2021, a firma The Underflow). .
Il finale è nuovamente dedicato alla chitarra “solista” con un altro gioiello: “How To Hear What’s Less Than Meets The Ear” (da “Prismrose” del 2016)…
A David Grubbs non può non andare il mio ringraziamento, non solo per il segno che ha lasciato nella musica degli ultimi trent’anni, ma per la sua capacità di saper ancora emozionare anche suonando da solo una chitarra come ha fatto una sera di metà gennaio, a Napoli!
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foto di Pietro Previti
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Dopo un’attesa di quasi trent’anni, le icone dell’indiepop britannico Heavenly squarciano il silenzio con un nuovo album e un tour che toccherà anche il Nord America.
Se negli ultimi decenni il nome Heavenly riecheggiava nelle playlist come una reliquia di un’epoca d’oro del pop indipendente, oggi si prepara a riconquistare le classifiche. La band, pietra miliare della scena Sarah Records e faro del sound jangle-pop anni ’90, ha annunciato l’uscita di Highway To Heavenly, il loro primo album inedito dal 1994. La data da cerchiare in rosso sul calendario è il 27 febbraio, pubblicato in piena autonomia attraverso la loro etichetta Skep Wax Records.
Non si tratta di una semplice reunion, ma di un ritorno organico e genuino. In studio, per forgiare queste nuove canzoni, si sono ritrovati i nuclei fondanti della band: Amelia Fletcher (voce), Peter Momtchiloff (chitarra), Cathy Rogers (batteria) e Rob Pursey (basso), affiancati dal batterista attuale Ian Button.
Un assaggio del disco lo abbiamo già avuto con lo scorso singolo “Portland Town”, ma è con “Excuse Me” che gli Heavenly lanciano il vero e proprio proclama del loro ritorno. Il brano è un perfetto concentrato del loro stile inconfondibile: riff di chitarra scintillanti, melodie irresistibili e quel tipico humour romantico e malinconico. La band lo descrive come il racconto di “un amore adolescenziale con la persona più nerd della scuola”, una definizione che cattura perfettamente l’essenza del loro sguardo sul mondo.
Ma il ritorno non sarà confinato solo in studio. Gli Heavenly sono pronti a riconquistare anche il palco con un tour primaverile in Nord America. Ad aprile saranno sulla East Coast e nel Midwest, con una data già iconica al Bowery Ballroom di New York il 18 aprile, in compagnia di Jeanines e degli Swansea Sound (quest’ultimi una sorta di supergruppo che vede Amelia, Rob e Ian suonare insieme a membri di The Pooh Sticks e The Dentists). A maggio, invece, la carovana si sposterà sulla West Coast, toccando San Diego, Los Angeles, San Francisco, Seattle, Portland e Vancouver.
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“ORIN (aspro) Odio la luce del giorno. È come un occhio accusatore! No, abbiamo rinunciato al giorno, in cui vive la gente normale… o meglio, è il giorno che ha rinunciato a noi. Notte perpetua… tenebre della morte anche in vita… questo è l’ambiente che si addice alla colpa!” (da “Il lutto si addice ad Elettra” di Eugene O’Neill – Giulio Einaudi Editore).
Recentemente su queste pagine si è parlato del film “Frankenstein” di Guillermo del Toro; in quell’occasione ci si è anche interrogati sull’opportunità di operare una rilettura dei “classici” della letteratura in una chiave, di volta in volta, “contemporanea”. Si era, infatti, concluso l’articolo scrivendo: ‘Resta però l’interrogativo su quanto sia necessario forzare la mano e cercare di rendere contemporanei “testi” che hanno avuto genesi, ragione e significato precipuo in una data epoca storica, andando anche a riscrivere il “pensiero” del loro autore, essendo forse più meritorio, non solo artisticamente ma anche “concettualmente”, rappresentare l’attualità con una “fonte narrativa” che sia essa stessa per prima attuale.’.
Tale premessa può essere spunto per un’ulteriore osservazione non lontana dall’interrogativo posto, e che perfettamente sposa uno dei grandi classici del teatro del Novecento: “Mourning Becomes Electra” (“Il lutto si addice ad Elettra”) del drammaturgo statunitense Eugene O’Neill.
A stimolare questo mio pensiero è stata la bella rappresentazione dell’opera di O’Neill andata in scena, per il Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, al Teatro Mercadante di Napoli (di cui si consiglia la visione); uno spettacolo che la giusta regia di Davide Livermore e l’intensa ed esatta interpretazione di Elisabetta Pozzi (Christine Mannon) e Linda Gennari (Lavinia Mannon), affiancate dagli ottimi Paolo Pierobon (Ezra Mannon), Marco Foschi (Orin Mannon) e Aldo Ottobrino (Adam Brant) e dai bravi Davide Niccolini (Peter Niles) e Carolina Rapillo (Hazel Niles), hanno reso puro dramma teatrale, liberandolo da ogni “commercializzazione” propria di una “finzione” televisiva mainstream, restituendo al testo la sua funzione e consona collocazione “spaziale”: il palcoscenico.
Per restare in tema con lo spirito “musicale” di Freak Out Magazine, particolare menzione va alle musiche a cura di Daniele D’Angelo che, solo apparentemente “nascoste” in “sottofondo”, hanno accompagnato con una puntuale efficace “narrativa” i dialoghi e i moti dell’anima.

“LAVINIA (senza aprire gli occhi, in tono strano, come parlando a se stessa) I morti! Perché non possono morire, i morti?” (da “Il lutto si addice ad Elettra” di Eugene O’Neill – Giulio Einaudi Editore).
Nel 1931 Eugene O’Neill porta in scena per la prima volta “Mourning Becomes Electra”, dramma composto da tre parti (“Homecoming”, “The Hunted” e “The Haunted”) a loro volta composte da tredici atti.
Partendo dal teatro classico, quello greco, e dall’“Orestea” di Eschilo (anche essa una trilogia di tragedie: Agamennone, Coefore, Eumenidi), O’Neill ne riscrive e ripromuove la drammaticità attualizzandola e rendendola coeva al proprio tempo, sia sotto il profilo “sociale” che “psicologico”, cucendole addosso i panni “borghesi” con “etichetta” made in U.S.A. di una cultura e di una società a cavallo tra l’ottocento (il tutto si svolge al tempo dell’assassinio di Abraham Lincoln e della fine della guerra di secessione) e il novecento (il 1931 ne vide la prima messa in scena); ed è a questo “nuovo mondo” che O’Neill si rivolge, fotografandolo con sapiente immediatezza e introspezione.
Se il fulcro intorno a cui ruota la “tragedia” resta ancorato ai conflittuali rapporti familiari, ciò che Eschilo aveva invece affidato al “divino”, O’Neill lo affida alla nascente psicoanalisi di Sigmund Freud e Carl Gustav Jung (non è un caso che di Freud sia il complesso di Edipo che rivive nell’Orin/Oreste di O’Neill, mentre di Jung sia proprio il complesso di Elettra affine a Lavinia/Elettra).
E così, mentre Agamennone diventa, in una non celata assonanza fonetica anglosassone, Ezra Mannon, il logos e il mito, nella loro contrapposizione, e il Fato e le Furie vengono confinati nella psiche umana e nel suo tormento, ponendo così l’essere umano al centro degli eventi quale primo artefice degli stessi; se per Eschilo c’è una volontà divina salvifica, per O’Neill l’uomo non assolve se stesso all’esito del suo “processo interiore”, assumendo nell’aula della propria coscienza il ruolo di imputato, accusatore e di giudice e come pena il suicidio (di Orin). Le Erinni non mutano in Eumenidi e la vendetta in giustizia. Lavina in O’Neill sembra mediare tra l’Elettra di Sofocle e quella di Eschilo, e il suo silenzio si fa voce per poi diventare lutto e isolamento.
“LAVINIA (la segue con lo sguardo e dice forte, in tono di sfida) Non chiedo perdono né a Dio né a nessun altro! Mi perdono da me! (si appoggia all’indietro e chiude di nuovo gli occhi; amaramente) Spero vi sia un inferno per i buoni, in qualche posto!” (da “Il lutto si addice ad Elettra” di Eugene O’Neill – Giulio Einaudi Editore).
Per tornare alla premessa della nostra trattazione e all’opportunità o meno di rilettura e rivisitazione dei “classici”, a differenza di altri casi, quella operata da O’Neill si è mostrata riuscita e vincente.
“Mourning Becomes Electra”, infatti, sebbene parta dall’Orestea, dalla stessa si allontana, restando Eschilo matrice sì rivelata ma al contempo inchiostro diluito con discrezione tra le pieghe delle pagine.
L’attualizzazione, poi, non appare forzata poiché ben impiantata nel suo (nuovo) tempo.
La scrittura fluida e diretta, coi i suoi dialoghi tesi, che rende fruibile la rappresentazione malgrado il peso delle sue “introspezioni”, la suddivisione in tredici atti e la “trama” viaggiano in equilibrio sul confine che divide il grande dramma teatrale dal popolare feuilleton; ed è proprio nella capacità di bilanciare i due opposti “generi” che O’Neill si è mostrato Maestro.
Va infine detto che la capacità e bravura interpretativa degli attori che sul palco vanno (e andranno) in scena è determinante per dare l’esatto valore del dramma e marcare con spessa linea i suoi contorni (come è successo per la rappresentazione di Davide Livermore a cui si è assistito).
“ORIN E trovo che la luce artificiale è più adatta al mio lavoro… la luce dell’uomo, non quella di Dio… il debole tentativo dell’uomo per comprendere se stesso, di esitere per se stesso, nelle tenebre! È un simbolo della sua vita; una lampada che brucia in una stanza di ombre in attesa!” (da “Il lutto si addice ad Elettra” di Eugene O’Neill – Giulio Einaudi Editore).
https://www.teatrodinapoli.it/evento/il-lutto-si-addice-ad-elettra/
L'articolo “Il lutto si addice ad Elettra” al capezzale di un Teatro ancora Vivo proviene da Freak Out Magazine.
Il talento del folk nordico Ólöf Arnalds torna alla sua lingua originaria e alle sue folk sessions di sole chitarra e voce nel nuovo disco Spira, lanciato dal singolo Tár í morgunsárið”(“Tears at Dawn”) in cui racconta delle difficoltà personali dovute al rifiuto del cattolicesimo da teenager, dopo che con Sudden Elevation (2013) e Palme (2014) era approdata alla lingua inglese, abbandonando il nativo islandese di Við og við del 2006, (Best Alternative Album’ agli Iceland Music Awards, e ‘Record of the Year’ per i principali giornali islandesi e uno dei 100 migliori album del decennio per eMusic) di Innundir Skinni del 2010 e seguendo la scia dell’EP di cover “Ólöf Sings” del 2011.
La cantautrice, erede di una tradizione musicale islandese che da Bjork è arrivata ai giorni nostri con i Sigur Ros e Olafur Arnalds, si muove all’interno di un folk minimalista decisamente traditional, tanto che la sua madrina Bjork è lontana anni luce dal folk-popolare della Olof, più vicino per stile a Joanna Newsom, i primi album solisti di Nico e Vashti Bunyan.
La notizia del nuovo disco è ghiotta anche perchè nel 2015 si era allontanata dalle scene musicali per dedicarsi ad altri progetti: fondatrice dello spazio culturale Mengi a Reykjavík, nuovo lavoro come copywriter, e poi la crescita del figlio e della figliastra, nonché il prosieguo della collaborazione di lunga data con Skúli Sverrisson (nel frattempo diventato suo marito) per esempio su un pezzo inciso con la Icelandic Symphony Orchestra.
Il nuovo disco è prodotto proprio da Skúli Sverrisson, che ha suonato basso e chitarra aggiunta nelle tracce, e la novità è che, ben 19 anni dopo, Olof torna alle sue origini musicali e linguistiche, con una cantata medievale di ballate di sola chitarra e voce nella lingua del suo paese, esattamene come per il disco di esordio, dopo aver attraversato come detto generi musicali, collaborazioni artistiche, ed esperienze sonore di ogni tipo (anche collaborando con Blonde Redhead, David Sylvian, Jon Hassell, Ryuichi Sakamoto, Bill Frisell, Arto Lindsay e Nick Cave per esempio). Inoltre, ancora una volta come per il disco di esordio, Spira è stato tutto inciso nella sua casa di Sundlaugin.
Dell’Islanda, terra natia di cui è innamorata, Ólöf recupera tutto il possibile in questo disco: in Úfinn sjór (“Rough Waters”) persino l’oscurità tipica dell’inverno nordico è esaltata, perché permette la espressione solitaria a luce di candela e “the heart thaws / in a stream of words / in all the colours of the spectrum / like before.”. Così come in Heimurinn núna la ballata tipicamente medievalistica con voce da soprano cerca di recuperare l’energia primigenia della natura selvaggia islandese.
Ma protagonisti del disco non solo solo gli ambienti quanto gli affetti: Stein fyrir stein (“Stone by stone”) è dedicata allo zio che la ha cresciuta dopo la morte del padre, Vorkoma è dedicata invece all’amico Guðrún Eva Mínervudóttir, così come la title track Spira è dedicata alla relazione con suo figlio dopo il divorzio dal suo ex marito, ed è introdotta da uno splendido coro-lamento in pieno stile bardico.
Von um mildi (“Hoping for Grace”), è dedicata al perdono e qui l’esecuzione vocale si fa preghiera pura, proiettando l’ascoltatore in immaginari conventi di brughiera. E’ il momento forse più alto dell’esibizione vocale di Ólöf.
Attraverso il disco e il suo splendido cantato da sirena incantatrice Ólöf percorre i suoi affetti, i suoi ricordi, e si purifica anche da qualche demone interiore (come nel caso del racconto autobiografico e intimo del suo singolo), se alla fine del disco può dirsi Lifandi (“Alive”) riscoprendo il nuovo amore e cantando: “What a wonderful stroke of luck that you should want me” accompagnata, caso unico nel disco, non dalla chitarra ma da un piano e xilofono di note apparentemente oscure, contrastanti con la solarità del testo.
L’intero disco è solare, a dir la verità, per musica e testi, (tranne l’arpeggio e il cantato inquieto di Úfinn sjór che ricorda la tradizionale Lord Randal) e si ha l’impressione lungo tutte le tracce, decisamente monocordi e minimaliste dal punto di vista stilistico, che aria, solarità, serenità, luce, siano gli ingredienti spirituali di questo ritorno all’ispirazione musicale originaria.
Tutto nel disco ispira serenità, ma più di tutto la voce angelica e fatata di Ólöf, che riesce a farsi immaginare musicalmente come un trovatore medievale delle campagne deserte islandesi capitata per caso nell’epoca post-moderna e tecnologica. Niente della musica di Ólöf di questo disco potrebbe immaginarsi composta al giorno d’oggi: una scelta stilistica sicuramente difficile, che alienerà molti dall’ascolto, ma fa di lei oggi una delle più autentiche e rigorose interpreti del possente ritorno del folk nordico.
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L'articolo Ólöf Arnalds: con Spira ritorno alle origini di lingua e musica per l’artista Icelandic proviene da Freak Out Magazine.
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