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In un mondo musicale spesso saturo di annunci e pubblicazioni continue, quattro anni possono sembrare un’eternità. Soprattutto quando si parla di una delle band più influenti e seguite della scena rock internazionale: gli Arctic Monkeys. La lunga attesa, però, è giunta al termine, e lo ha fatto nel modo più significativo possibile. La notizia è trapelata attraverso un post su Instagram dell’organizzazione benefica War Child.
Il ritorno degli Arctic Monkeys non è un evento puramente commerciale o artistico. È un gesto carico di un significato profondo, che trascende la musica. Il nuovo singolo “Opening Night” infatti è il fulmineo apripista di un più ampio progetto di War Child, organizzazione da decenni in prima linea nel sostenere i bambini vittime dei conflitti bellici. L’annuncio promette “ulteriori informazioni sul nostro prossimo progetto per supportare i bambini che vivono in zone di guerra“, posizionando la musica non come fine, ma come potente mezzo per un obiettivo nobile. In un’epoca in cui l’impegno sociale degli artisti è sotto i riflettori, gli Arctic Monkeys scelgono la via della concretezza, mettendo la loro creatività al servizio di una causa urgente.
Questa mossa della band Sheffild rappresenta un caso studio interessante di comunicazione e posizionamento. Dopo The Car, un disco che ha esplorato sonorità più cinematografiche e introspettive allontanandosi parzialmente dal rock garage delle origini, la band guidata dal carismatico Alex Turner si trova a un bivio. Come riconfermare la propria rilevanza senza cedere alla logica dell’album-tour a ciclo continuo?
Staremo a vedere intanto l’attenzione è viva!
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L'articolo Dopo quattro anni di silenzio gli Arctic Monkeys tornano con un buovo singolo per War Child proviene da Freak Out Magazine.
Sette anni di silenzio, di assenza. Un lasso di tempo che nel mondo della musica può sembrare un’eternità, un vuoto da riempire con nuovi miti. Ma per The Twilight Sad, quei sette anni non sono stati un vuoto. Sono stati il tempo necessario per affrontare il tipo di tempesta interiore che non si racconta in una canzonetta di tre minuti. Oggi, quella tempesta ha trovato il suo nome e la sua forma: «It’s The Long Goodbye», sesto album in arrivo il 27 marzo 2026 per Rock Action Records.
Non si tratta solo di un nuovo disco. È un resoconto, un diario sonoro del dolore più umano. Il frontman James Graham lo definisce senza mezzi termini: «Doveva contenere ogni elemento delle emozioni che stavo provando». E quelle emozioni hanno una fonte precisa, una ferita aperta: la malattia e la scomparsa di sua madre, combattute fianco a fianco con una battaglia personale contro l’oscurità della salute mentale. Se i precedenti lavori della band scozzese erano spesso avvolti in metafore dense e nebbie post-punk, qui il velo è squarciato. La luce è cruda, diretta.
«In passato ho usato molte metafore. In questo album ce ne sono meno», ammette James. «È fortemente influenzato dalla mia salute mentale, dal dolore, dalla perdita, e dal bisogno di essere forte anche quando non te la senti. Penso che sia una storia molto umana. Questa è solo la mia versione».
Il primo assaggio di questa nuova, fragile potenza arriva con «Designed To Lose», un brano che è molto più di un semplice “singolo”. È una meditazione sull’impotenza, sulla sensazione di essere programmati per la sconfitta, persino nel modo in cui affrontiamo i lutti. Una melodia che fa male e, al tempo stesso, consola, perché riconosce un sentire universale. È il perfetto biglietto da visita per un lavoro che, pur nascendo da un’esperienza straziantemente personale, si proietta verso chiunque abbia mai perso qualcuno o si sia interrogato sul senso della vita.
La genesi dell’album è un viaggio attraverso paradossi estremi. Nel 2016, James e il chitarrista Andy MacFarlane tornano euforici da un tour trionfale con i The Cure, solo per scoprire la diagnosi di demenza precoce della madre di James. L’80% del materiale nasce in questo limbo, nel contrasto straziante tra le gioie personali (il matrimonio, la paternità) e il declino inesorabile di una figura amata. Nel novembre 2023, un altro tour con i Cure viene interrotto bruscamente dal crollo della salute mentale di James. «E poi mia madre è morta nel gennaio successivo», racconta, in una frase che racchiude un mondo di dolore.
La realizzazione di «It’s The Long Goodbye» è stata quindi un processo lento, terapeutico. Andy ha accumulato idee durante il lockdown, per poi intrecciare suoni e atmosfere con James in uno scambio costante. A vegliare sul processo, un angelo custode d’eccezione: Robert Smith. L’amico di lunga data non solo ha offerto un contributo inestimabile sui demo, ma è salito in studio per aggiungere la sua chitarra in «Waiting For The Phone Call» e «Dead Flowers», e un basso a sei corde in «Back To Fourteen».
Con la formazione storica della band ormai cambiata (solo James e Andy restano al timone), per le sessioni sono stati chiamati David Jeans (Arab Strap) alla batteria e Alex Mackay (team live dei Mogwai) al basso. La produzione, affidata a MacFarlane ai leggendari Battery Studios di Willesden – un luogo intriso di storia dei Cure – con la collaborazione di Andy Savours (My Bloody Valentine) e il mix di Chris Coady (Slowdive), ha dato vita a un suono maestoso e intimo. È il loro capolavoro: un disco che trasforma l’esperienza vissuta in un’onda sonora intensa, dolorosa ma abbracciante.
«Voglio essere una persona con cui ci si può identificare», dice James. «Qualcuno che dà alle persone l’opportunità di dire: beh, non sei solo». In questo sta la forza rivoluzionaria di «It’s The Long Goodbye»: non celebra il dolore, ma lo condivide. Lo trasforma in un atto di comunione.
E dopo averlo inciso, lo porteranno dal vivo, dove il loro legame con il pubblico diventa energia pura. L’Italia li aspetta due volte: il 12 aprile 2026 al Legend Club di Milano per una serata di pura intimità, e il 14 giugno 2026 sul palco del Firenze Rocks, ancora una volta al fianco dei loro mentori e amici, The Cure.
Più che un ritorno, questo è un nuovo inizio. Un lungo addio che, nella sua onestà disarmante, suona come il più sincero dei benvenuti in una nuova, coraggiosa fase artistica. Preparatevi ad ascoltare. E a sentirvi meno soli.
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IT’S THE LONG GOODBYE by The Twilight Sad
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Un disco di cover Sixties potrebbe sembrare strano per un gruppo che ha fatto la storia del punk prima e del goth rock poi, ma in realtà non lo è affatto. E non è neppure una novità per i Damned che, nel lontano 1984, registrarono la colonna sonora fittizia di immaginario film del 1967 sotto lo pseudonimo di Naz Nomad & The Nightmares pubblicando l’album “Give Daddy The Knife Cindy” che conteneva versioni di classici garage come “Nobody But Me” degli Human Beinz, “Action Woman” dei Litter, “I Had Too Much To Dream (Last Night)” degli Electric Prunes o “I Can Only Give You Everything” dei Them.
Anni dopo, più precisamente nel 1993, anche i Ramones dichiararono apertamente il loro amore per la musica dei favolosi anni Sessanta con “Acid Eaters”.
E quindi nessuna sorpresa se il gruppo guidato da Dave Vanian e Captain Sensible, con lo storico batterista Rat Scabies di nuovo dietro ai tamburi, abbia voluto omaggiare la memoria del chitarrista Brian James, scomparso a marzo dell’anno scorso, con un disco di brani provenienti dal decennio più creativo del XX secolo, con l’unica eccezione di una meravigliosa versione di “Gimme Danger” di Iggy & The Stooges, a.d. 1973.
“Not Like Everybody Else” (earMUSIC), questo il titolo del disco, mette in mostra una band in grande spolvero, soprattutto per quanto riguarda le parti vocali. Tutto funziona in questo disco: dalla scelta dei brani al modo in cui i Damned hanno interpretato ogni singola canzone, dando il loro tocco personale pur mantenendo intatto lo spirito di ogni singola composizione.
Se in “Making Time” dei Creation fanno ruggire le chitarre, in “Gimme Danger” avvolgono il pezzo degli Stooges con tastiere fantasiose, come pure in “See Emily Play” dei Pink Floyd di Syd Barrett. Così la canzone che dà il titolo al disco, “I’m Not Like Everybody Else” dei Kinks assume una vena nostalgica, “Heart Full Of Soul” degli Yardbirds perde il suo attacco al fulmicotone per prendere una forma più sinuosa e affascinante, decisamente psichedelica. Fa piacere incontrare nella scaletta un brano di culto come “You Must Be A Witch” dei Lollipop Shoppe del futuro Dead Moon, Fred Cole. E anche “When I Was Young” di Eric Burdon & The Animals, che pure i Ramones vollero omaggiare nel summenzionato “Acid Eaters”.
La chiusura è a effetto con una versione ipercinetica di “The Last Time” dei Rolling Stones, in cui a fare la parte del leone sono la batteria di Rat Scabies e la chitarra dello stesso Brian James: il brano proviene infatti dall’ultima apparizione live del leggendario chitarrista con la sua band, all’Hammersmith Apollo di Londra il 29 ottobre 2022.
Brano il cui titolo appare oggi profetico e rappresenta l’ideale conclusione di questo duplice omaggio – ai Sixties e allo scomparso James – tanto sentito quanto perfettamente a fuoco.
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La notizia è ufficiale: il Consorzio Suonatori Indipendenti torneranno a suonare insieme verso la fine dell’estate 2026. Per una generazione, l’annuncio di un tour dei CSI con Giovanni Lindo Ferretti, (voce) Massimo Zamboni (chitarre), Gianni Maroccolo (basso), Ginevra Di Marco (voce), Francesco Magnelli (tastiere)e Giorgio Canali (chitarre) è più di una semplice data di concerto; è un evento culturale, un punto di sospensione nella narrativa complessa e spesso conflittuale del rock italiano più concettuale e politicizzato.
Questo ritorno avviene a pochi anni di distanza dall’altra grande reunion “impossibile”, quella dei CCCP – Fedeli alla Linea. E il parallelo è inevitabile, non solo per la storia condivisa, ma per le profonde differenze che illuminano due modi antitetici di concepire il ritorno sulla scena.
La reunion dei CCCP, pur trionfale in termini di pubblico ovunque tranne che nella “difficile” Napoli, fu accompagnata da un sottofondo di polemiche. L’operazione fu percepita da una parte della critica e dei puristi come eccessivamente commerciale Era la stessa band, con lo stesso sound militare e glaciale, ma il contesto era mutato, sollevando domande sull’autenticità di un gesto così radicale riproposto in un’epoca diversa.
Ed è qui che il caso CSI promette di delineare un percorso opposto, o quantomeno divergente. Perché se i CCCP erano il manifesto politico diretto, l’agit-prop sonoro, il pugno in faccia, i CSI nacquero proprio come sua evoluzione e, in parte, sua dissoluzione. La politica nei Consorzio non scomparve, ma divenne più sotterranea, atmosferica, legata alla comunità e al territorio (da Marzabotto ad Alba, luoghi cardine del tour 2026). A farsi protagonista, nella scrittura di Ferretti, fu una poesia esistenziale, metafisica, disperata e a tratti luminosa, che parlava di identità, dolore, ricerca spirituale e memoria.

Il suono riflesse questo cambiamento: dall’industrial-post-punk dei CCCP si passò a un rock italiano profondissimo, epico e malinconico, intriso di folk, atmosfere da camera e distorsioni potenti. I primi tre album – “Ko de mondo” (1994), “Linea Gotica” (1996) e “Tabula rasa eletrificata” (1997) – non solo sono incredibilmente belli: sono forse il vertice assoluto del rock italiano di tutti i tempi, dove ogni nota e ogni parola pesano come macigni e volano come poesia.
Il ritrovarsi di Ferretti con Zamboni, Maroccolo e gli altri, nonostante le burrascose separazioni passate, assume quindi un significato diverso rispetto al ritorno dei CCCP. Non è (solo) la riproposizione di un manifesto, ma il tentativo di riabitare un mondo poetico e sonoro più complesso e stratificato. Le location scelte per il tour – parchi archeologici, ville, festival di resistenza culturale – sembrano confermare questa ricerca di un contesto più intimo e simbolico, lontano dagli stadi.
La domanda che attanaglia ogni reunion di band iconiche e “scomode” rimane: può un gesto artistico nato in un preciso contesto storico e umano riacquisire la sua forza originaria, o diventa inevitabilmente una celebrazione nostalgica?
I CCCP hanno risposto con un’operazione potente ma discutibile nella sua forma. I CSI, con le loro canzoni che sono preghiere laiche, poemi in forma di rock, narrazioni di un’Italia profonda, potrebbero offrire una risposta diversa. Forse più fragile, ma forse anche più necessaria.
Il rock italiano avrà quindi due capitoli fondamentali della sua storia contemporaneamente in circolazione. E per una volta, la vera analisi da fare non è quella del CEO di una major, ma quella del lettore di poesia e dell’ascoltatore di coscienze. I biglietti, per chi vorrà partecipare a questo esperimento, aprono le prevendite il 23 gennaio.
TOUR CSI 2026:
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In un’epoca segnata dalla frammentazione e dall’incertezza, la musica può ancora essere un rito collettivo, un luogo di incontro. Will Oldham, con l’artefice Bonnie “Prince” Billy, ha costruito proprio questo: un rifugio acustico e annuncia il suo nuovo capitolo discografico, We Are Together Again, in uscita il 6 marzo per Domino/No Quarter, che si presenta non come una semplice collezione di canzoni, ma come un manifesto sulla forza corale dell’arte.
Più che un seguito de The Purple Bird, quest’opera ne è il germe originario e la naturale conclusione. Le idee nacquero prima della partenza per Nashville e sono state custodite, per poi rifiorire la scorsa primavera in un luogo carico di significato: gli End of an Ear Studios di Louisville, a due passi dal fiume Ohio. Un ritorno alle radici, il primo lavoro così vicino al fiume da There Is No-One What Will Take Care of You del 1993.
Oldham non è tornato solo. Ha radunato una comunità vibrante, un microcosmo dell’anima musicale di Louisville, trasformando lo studio in una casa aperta. Accanto ai fedeli compagni di tour Jacob Duncan (fiati) e Thomas Deakin (un arsenale di strumenti a fiato e corde), trovano posto volti cari come Catherine Irwin, le voci trascinanti delle Duchess (Lacey Guthrie, Tory Fisher, Katie Peabody) e una schiera di collaboratori di lunga data, tra cui il fratello Ned Oldham.
“Questo disco”, riflette Oldham, “mette in luce, in ogni brano, la comunità musicale vitale di Louisville, passata e presente”.
Il primo assaggio, “They Keep Trying To Find You“, arriva con un video coreografato da Abi Elliott, un movimento fisico che anticipa la poetica dell’intero progetto: la ricerca, persino nell’inquietudine, non è mai solitaria.
Prodotto da Oldham insieme a Jim Marlowe, il disco promette di essere un faro per chi crede che la belleza condivisa sia la forma più alta di resistenza. E mentre la critica internazionale ha già incoronato The Purple Bird come uno dei dischi dell’anno, questo nuovo lavoro si prepara a scolpire il suo solco più profondo: non nel marmo, ma nella terra fertile di una comunità che, ancora una volta, si ritrova.
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Tracklisting:
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