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La band indie di Liverpool (il leader e vocalist Kieran Shudall, il chitarrista Joe Falconer, e la sessione ritmica di Sam Rourke, e Colin Jones) presenta il secondo capitolo del loro nuovo album Death & Love Pt.2 uscito il 24 ottobre per Lower Third / [PIAS]. Le due parti vanno a comporre l’intero album da 18 tracce.
Formatisi a Liverpool nel maggio 2013, i Circa Waves hanno conquistato l’attenzione della critica sin dagli esordi, col loro debutto del 2015 Young Chasers (trainato dai singoli T-Shirt Weather e Stuck in My Teeth) che ha raggiunto la Top 10 UK e li ha portati in tour, fino al sold-out all’O2 di Londra. Nel 2020 hanno raggiunto il quarto posto in classifica con Sad Happy e sono tornati nel 2023 con Never Going Under..
Uscito a gennaio 2025, Death & Love Pt.1 raccontava un nuovo inizio dopo un momento molto difficile, segnato da un’esperienza di quasi morte. All’inizio del 2023, Kieran riceve una telefonata dai medici: l’arteria principale del cuore è gravemente ostruita. Due giorni dopo, è sul tavolo operatorio, osservando un filo infilarsi nel suo cuore per ripararlo. Ne seguono l’annullamento di molti concerti, terapie, e soprattutto l’inizio di una nuova vita.
“Avevo bisogno di questo disco per elaborare quello che avevo passato. Una lettera per dire a me stesso che sarei rimasto”, spiega Kieran Shudall. “Soprattutto, volevo fare un disco per me, con la musica che amo e, si spera, per far sì che i ragazzi nella loro cameretta prendano in mano una chitarra e credano di poter affrontare il mondo, cazzo”. E molte canzoni erano autobiografiche in senso stretto, e in esse campeggiava l’esperienza del contatto con la morte (raccontato nella dolcissima Hold it Steady, dedicata alla moglie che lo ha affiancato in questa terribile esperienza).
“Ricordo che ero in ospedale, pensando di voler fare un nuovo disco, e volevo un album che ricordasse me [in caso di morte] come un ragazzino. C’erano club a Liverpool chiamati Le Bateau e il Krazyhouse che suonavano The Cure, The Smiths, The Walkmen, Arctic Monkeys, e volevo fare un disco che ricordasse quei tempi. Ho pensato: se deve essere il mio ultimo disco, deve avere la musica che ho sempre amato”.
Ma un solo disco non bastava a contenere tutto ciò che ne è scaturito. “Dopo tutto quello che ho vissuto con il cuore, la scrittura è diventata un vero e proprio sfogo creativo”, racconta Shuddall. “È il periodo in cui ho scritto più canzoni in assoluto, in una frenesia creativa.”
Entrambi gli album ora unificati sono stati prodotti da Shuddall e registrati tra lo studio di un amico a Finsbury Park e i leggendari RAK Studios di Londra, dove al tempo stavano lavorando anche i Green Day e i Muse (“Ho visto Billie Joe Armstrong in bagno!” esclama entusiasta Kieran). Questi due dischi gemelli rappresentano il suono della rinascita dopo un potenziale dramma.
Il nuovo disco, la parte 2, “è la parte più ottimista delle due, [e si sente subito],” dice Shuddall. “È come se il primo disco fosse la fase prima dell’operazione, la paura della morte, mentre questo è il superamento di tutto. Parla di amore, vita, sopravvivenza ed euforia”.
L’album si apre però con Lost In The Fire, un brano che in realtà parla di morte e sangue, e si riferisce a incidenti fra gruppi irish e british (non però di tipo politico alla Sunday Bloody Sunday, per fortuna quei tempi sono finiti dal 1997, anno del trattato di pace), dunque riparte da dove si era interrotta la prima parte e va dritto al punto, con un rock forte, duro, dinamico, cupo, tratto assolutamente non tipico dei Circa Waves. Stick Around è altrettanto dinamica e veloce, grintosa e frizzante, ma è più dolce e più pop, più consona allo stile classico della band.
Con Cherry Bomb, si arriva alla prima novità della parte 2 rispetto alla 1, in termini stilistici: si avverte elettronica, arrangiamenti al computer, per un brano che richiama l’indie alla Strokes, con strofe libere e un ritornello dolce “dedicato a quella persona che farebbe di tutto per te: che litigherebbe per te, ti porterebbe a bere qualcosa quando sei giù, che ti tiene con i piedi per terra e che in generale è un po’ tosta. Tutti abbiamo bisogno di una cherry bomb nella nostra vita.”
Ten outta Ten e Love me for the Weekend ribadisconol’indie pop-rock dei Circa Waves, ispirato chiaramente ai loro precursori Strokes, Arctic Monkeys, Vaccines, Cribs, Antlers, che fin qui si mantiene fresco, dinamico, rapido, di perfetto impatto anche se non fatto di musica densa e profonda ma di chitarre ritmate e semplici.
Sunbeams recupera la novità della part. 2, in termini di loop basi e tastiere, più pronunciate rispetto alla prima parte.
Tramite Old Baloons e la fresca ballata chitarra e voce di Sweet Simple Thing si arriva alla chiusura col valzer psichedelico tra Beatles e Empire Of The Sun di Wave Goodbye, il pezzo più complesso e ambizioso del disco, e anche questa seconda parte dunque si svolge in circa mezz’ora con pezzi veloci, 9 come per la part I, per un totale di 18 pezzi che effettivamente è bene gustare, ora che si può, tutti insieme.
Death & Love Pt.2 infatti completa l’arco narrativo che va dal dolore alla rinascita. Il senso dei Circa Waves è sempre stato quello: essere una boccata d’aria fresca, una via di fuga, una distrazione, senza pretese impegnative.
Il 16 luglio la band ha organizzato a Londra It’s A Matter Of Death & Love, un party di lancio dell’album per i fan presso la Signature Brew di Haggerston. In programma la loro birra Cherry Sour, un cocktail “Cherry Bomb”, un DJ set esplosivo “Death vs Love” curato dalla band, un photo wall, patch “Cherry Bomb” da stirare sui vestiti e una cabina-confessionale “Death & Love” per liberarsi dei propri peccati o lasciar andare il passato.
Il messaggio del disco e di questa promozione è: la vita è fatta di cose semplici, ed è breve e intensa, e la musica dei Circa Waves la riflette, ne è la colonna sonora perfetta.
Niente finzioni, nessuna “pippa” mentale (traducibile in musica in virtuosismi complicati e progressive che i Circa Waves rifiutano come veleno) ma solo lunghe notti, balli, feste e le persone che contano. Questo sembrano raccontare le loro canzoni, che non entreranno nella storia della musica ma sono l’indie pop-rock di cui abbiamo bisogno, con venature di Smiths addirittura nei pezzi migliori come Love me for the We o Sunbeams.
Musica leggera, ma indie e sufficientemente rock per stare accanto alle altre band attuali leader di questo sotto-genere.
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L'articolo Circa Waves: secondo capitolo per il fortunato album “Death And Love” proviene da Freak Out Magazine.
‘Roger se n’era già uscito con un’idea geniale per l’album, quella dell’“assenza”’ (da “Inside Out” di Nick Mason – EPC Editore).
“Wish you were here”… ed eccoci qua, nuovamente a parlare dei Pink Floyd.
Oramai le pubblicazioni della band e dei suoi (ex) membri si susseguono con vertiginosa e incontrollata frequenza… accelerata e aggravata da incombenti “compleanni” e celebrazioni per il traguardo raggiunto del mezzo secolo.
Recente è stata la stampa del celebre “Live At Pompeii” (di cui pure si è parlato), così come i film/concerto di Roger Waters e di David Gilmour (si rimanda alle relative recensioni).
Se poi due anni fa fu la volta dei cinquant’anni di “The Dark Side Of The Moon”, celebrati con “Live at Wembley 1974” (anche esso recensito), ora a raggiungere la più che matura età è “Wish You Were Here”, con la conseguente “stampa” di versioni celebrative in LP, CD, Blu-Ray e Deluxe Box del disco accompagnata da inediti ed extra di varia natura.
Il mio pensiero sui Pink Floyd l’ho espresso ripetutamente su queste pagine, rimarcando come non abbia mai condiviso “l’iperdulia mariana” che li accompagna, sia tra i loro “devoti” fan che tra alcuni “addetti ai lavori” e come ritenga che alcuni loro dischi/composizioni siano fin troppo sopravvalutati/e (penso alla parte in studio di “Ummagumma”, alla “suite” “Atom Heart Mother” e alla “concreta” “Alan’s Psychedelic Breakfast”).
Ho però anche ammesso di essere cresciuto con la loro musica e di essere a essa legato da ricordi ed emozioni forti; sempre in occasione della pubblicazione di “Live at Wembley 1974” scrissi: ‘Avrò avuto non più di 14 anni, lo ricordo perché ero al primo anno delle superiori, quando acquistai The Dark Side of the Moon e, da adolescente, rimasi straniato e affascinato da quelle musiche eleganti e morbide e dai quei testi “profondi” e di una impeccabile poetica, capaci entrambi di svilupparsi con un’evoluzione narrativa da letteratura scritta, produttrice di immagini e di visioni; ancora oggi, quando ascolto i primi minuti del LP, sento e vedo, nei ricordi, quel periodo passato. The Dark Side of the Moon l’ho, poi, “vissuto” dal vivo, interamente, nel 1994, a Roma, nel corso del tour post The Division Bell’.
Ebbene, quelle sensazioni forti dell’adolescenza lo ho provate nuovamente nell’ascoltare la nuova uscita di “Wish You Were Here” (in questa sua versione estesa) che è giusto dire essere un lavoro che non stancherà mai.
Va poi aggiunto che se “The Dark Side Of The Moon” rappresenta a suo modo la perfezione “pop” dei Pink Floyd, “Wish You Were Here” ne esaspera in modo formale e sostanziale l’aspetto sperimentale, diventando punto d’incontro tra le visioni degli anni pre “The Dark Side Of The Moon” e il gusto estetico che proprio il “lato oscuro” aveva mirabilmente messo in luce e inaugurato. Il processo evolutivo/degenerativo troverà in “Animals” la corrente più “progressive” e in “The Wall” l’esaltazione di quella corrente “concept”; l’unico “cruccio”, che in ogni caso non scalfisce l’ottimo operato dei Pink Floyd degli anni compresi tra il 1973-1979, è che se contestualizzati con la scena musicale coeva, Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason sembrano approdare (sebbene con precipuo stile e innegabile pregevole risultato) a soluzioni da altri artisti già ampiamente pensate, scritte e codificate da anni: i Pink Floyd di “The Dark Side Of The Moon”, “Wish You Were Here”, “Animals” e “The Wall” non sono stati precursori ma esatti e giusti “esteti”.
A sostegno di quanto appena osservato, anche senza lasciare la cara vecchia Europa, basterebbe notare come gli Yes nel 1972 avevano pubblicato “Close to the Edge”, nel 1973 i Gong “Flying Teapot”, i King Crimson nel 1973 e nel 1974 rispettivamente i due capolavori “Larks’ Tongues in Aspic” e “Red”, sempre nel 1974 Robert Wyatt aveva dato alle stampe l’eccelso “Rock Bottom” e i Genesis avevano chiuso il periodo Peter Gabriel con il monumentale “The Lamb Lies Down on Broadway”; menzione particolareggiata poi per i Tangerine Dream, con “Zeit” del 1972 e per Klaus Schulze con “Irrlicht” sempre del 1972…
Prima di passare alla disamina di quanto ascoltato per questi celebrati 50 anni, è però opportuno effettuare alcune precisazioni.
Dei vari formati ho preso in considerazione e acquistato il Blu-Ray (Sony Music) poiché unico contenente il materiale più interessate a un prezzo accessibile; il Blue Ray si può dividere in tre blocchi audio e uno video:
Per accontentare gli appassionati più esigenti, va poi detto che la versione Box Deluxe include, in via esclusiva, l’ulteriore LP del “Live At Wembley 1974” (con “Shine On You Crazy Diamond, Pts. 1-6” e “You’ve Got To Be Crazy”, entrambe gia edite nel 2011), oltre a una replica del singolo giapponese 7” di “Have A Cigar” con “Welcome To The Machine” sul lato B, un libro cartonato con fotografie inedite, un fumetto del tour e il poster di Knebworth.
Tralasciando il disco originario (qui con mix in Dolby Atmos realizzato da James Guthrie), procediamo con ordine ad analizzare il materiale extra e con il live.
Va subito detto che alcune delle versioni “demo” e “alternative”, così come per i brani di “Live At Wembley 1974” che anticipano “Animals”, sono già state pubblicate in passato; in particolare nel 2011 è uscita (più di) una versione di “Wish You Were Here” contenente anche la bella “Shine On You Crazy Diamond (Live At Wembley 1974)”, le più che interessanti versioni di “Raving And Drooling (Live At Wembley 1974)” e “You’ve Got To Be Crazy (Live At Wembley 1974)”, “Wine Glasses (From ‘Household Objects’ Project)”, “Have A Cigar (Alternative Version)” e “Wish You Were Here (With Stéphane Grappelli)”.
“Wine Glasses”, che appartiene a registrazioni vicine alla musica concreta che sarebbero dovute confluire nel mai realizzato “‘Household Objects’ Project”, altro non è che “un abbozzo” di ciò che poi evolverà nell’incipit di “Shine On You Crazy Diamond”.
Ascoltando “Wine Glasses” viene ancora di più in mente il parallelismo fatto in passato con Manuel Göttsching laddove scrissi: ‘…invito all’ascolto di “Quasarsphere” (da “Inventions for Electric Guitar” registrato nel 1974) per il suo mondo sonoro così vicino alla ben più celebre “Shine On You Crazy Diamond” dei Pink Floyd’; mondi coevi e vicini per idee sonore ma con destini “commerciali” distanti.
“Have A Cigar Alternate Version” ha la particolarità di avere la voce di Waters e di Gilmour e non di Roy Harper; ad essere sincero quando da ragazzo comprai il disco e lessi che il cantato era stato affidato a Roy Harper mi chiesi subito il perché di tale decisione. Potendo ora ascoltare la versione studio con le voci dei due Pink Floyd resta inevasa la domanda del perché di tale scelta e se la stessa fosse legata alla timbrica/voce/interpretazione (quella della interpretazione è l’ipotesi più accreditata come emerge anche da “Inside Out” – EPC Editore – di Nick Mason che dà appunto questa versione: “Roger non era soddisfatto della sua prestazione vocale” si legge a pagina 185 di “Inside Out”); sta il fatto che concettualmente, dare “terzietà” alla narrazione in ragione anche della tematica del disco avente ad oggetto l’“accusa” al mercato discografico, è stata una soluzione “sensata”; “Have A Cigar Alternate Version” ha poi un diverso e più esteso finale.
Prima si è parlato dell’assonanza tra “Wine Glasses”, “Shine On You Crazy Diamond” e “Quasarsphere” di Manuel Göttsching e della differente sorte che hanno avuto in termini di notorietà le due intuizioni. Analogo discorso lo si può proporre per “Wish You Were Here”: è infatti fatto noto (basta anche fare una veloce ricerca su internet) che “Wish You Were Here” mostri in alcune sue parti similitudini con con “Almost Independence Day” di Van Morrison, composizione inclusa nel suo “Saint Dominic’s Preview” del 1972 (si rimanda all’ascolto per i dettagli e per le valutazioni personali del caso). Ebbene, anche in tale circostanza si palesa come sia grande la capacità dei Pink Floyd nel saper tradurre una buona idea in un linguaggio universale, accessibile a tutti e di successo, dote questa non comune e sicuramente meritoria.
Detto ciò, “Wish You Were Here – Pink Floyd feat. Stéphane Grappelli” è alquanto deludente; malgrado il coinvolgimento del noto musicista, il suo violino “suona” fuori posto e ben si comprende il perché della sua non inclusione nella versione finale.
Ricordo che da ragazzo, parlando con alcuni amici, affascinati dalle tessiture sognanti e “spaziali” dei Pink Floyd, ci chiedevamo come sarebbe stata una “Shine On You Crazy Diamond” tutta strumentale; ebbene ora quella vesione, seppure non nella sua interezza mancando alcune parti anche importanti (come l’inizio), l’ho potuta ascoltare, e sinceramente “Shine On You Crazy Diamond Early Instrumental Version, Rough Mix” è stata anch’essa una delusione. Orfana del cantato è risultata mutilata di una sua caratteristica essenziale; al suo posto si sarebbe invece potuta allegare a tutti i formati la bella versione live del 1974.
Ben più interessanti sono invece “The Machine Song Roger’s Demo” e “The Machine Song Demo #2, Revisited” (che anticipano la futura “Welcome to the Machine”). In particolare, sentendo “The Machine Song Roger’s Demo”, si può cogliere quale fosse l’idea che aveva Waters dei suoi pezzi, idea che poi non si è discostata tanto dalla sua recente lettura di “The Dark Side Of The Moon – Redux”.
Se però da una parte le due demo mostrano dei Pink Floyd più sperimentali e inclini a un certo tipo di elettronica che, in assenza di sovrastrutture, si mostra “grezza”, la definitiva “Welcome to the Machine” certifica come in quegli anni il lavoro in studio del gruppo finisse con il definire un genere e uno stile “confezionato” dietro alle “macchine” ancor prima che con gli strumenti.
Tale discorso vale anche per “Wish You Were Here Take 1” e “Wish You Were Here Pedal Steel Instrumental Mix”. Mentre però la “Take 1” non fa trasparire alcuno spunto interessante (risultando inutile riempitivo con un diverso e non riuscito assolo/tema), la “Pedal Steel” si dimostra come un’ottima possibilità di sviluppo strumentale del brano.
“Shine On You Crazy Diamond Pts. 1-9, New Stereo Mix” consente invece la possibilità di ascoltare Shine On nella sua interezza; c’è da dire che la fusione tra la parte 5 e la parte 6, operata per dare continuità all’ascolto non ha sortito il dovuto effetto.
Di tutto il “pacchetto” offerto, quanto di più “utile” sono parte delle sedici registrazioni live a suo tempo catturate dal bootlegger Mike Millard durante il concerto che i Pink Floyd tennero alla Los Angeles Sports Arena il 26 aprile 1975, e che ora (dopo essere circolate per decenni come bootleg) sono state pubblicate ufficialmente per la prima volta; l’audio live è stato restaurato e rimasterizzato da Steven Wilson.
Ve subito chiarito che la qualità audio, malgrado il lavoro di Wilson, non è impeccabile soprattutto se paragonata agli standard di oggi; ma per chi è cresciuto con i vecchi bootlegs non ne potrà non apprezzare l’atmosfera per un prodotto finale che è comunque soddisfacente.
– I prodromi di “Animals”
Prima si è detto che le versioni “demo”certificano come in quegli anni il lavoro in studio dei Pink Floyd finisse con il definire un genere e uno stile “confezionato” dietro alle “macchine” ancor prima che con gli strumenti.
Tale considerazione si sposa benissimo con l’esecuzione di “Raving And Drooling” e “You’ve Got To Be Crazy” che, nella loro “prima” essenza, non solo si muovono distanti dalle future “Sheep” e “Dogs” (distanti in parte anche nelle liriche), ma evidenziano i “limiti” tecnici che la band spesso aveva nelle performance dal vivo quando, abbandonate visioni più psichedeliche, si concentravano su composizioni più “formali”; in “Raving And Drooling”, come da note di copertina, è presente anche il sassofono di Dick Parry.
Ci aspettiamo invece che per i 50 anni di “Animals” vengano pubblicate, in formato apposito, le registrazioni live del 1974 dei due brani in questione che, benché più giovani di un’anno, sono molto più convincenti di quelle del 1975 (molto bella la parte cantata quasi rap in “You’ve Got To Be Crazy”), in virtù anche della qualità audio superiore che ne definisce il suono e i dettagli colmando i su denunciati “limiti”; probabilmente una definizione maggiore delle versioni del 1975 ne avrebbe fatto apprezzare di più l’esecuzione.
Va in ogni caso detto che è impressionante constatare la quantità di brani pensati e/o composti dai Pink Floyd (e da Waters in particolare) nell’arco temporale dei cinque anni che vanno dal 1973 di “The Dark Side Of The Moon” al 1977 di “Animals”.
– La sezione dedicata a “Wish You Were Here”
Bella è “Shine On You Crazy Diamond (Pts. 1-5)”, in una intensa interpretazione (però priva del sax) che inaugura la sezione dedicata a “Wish You Were Here”, sezione che prosegue con “Have a Cigar” (ovviamente cantata dai Pink Floyd, brano che data la sua anima più “rock” si presta bene all’esecuzione live) e che bene sfocia, senza soluzione di continuità, nel secondo blocco di “Shine On You Crazy Diamond (Pts. 6-9)” che, al pari del primo, si fa apprezzare per l’intensa interpretazione; come detto meritoria era già la versione live del 1974 a Wembley.
– “The Dark Side Of The Moon”
È quindi la volta dell’intera esecuzione live di “The Dark Side Of The Moon” che come di consuetudine non presenta eclatanti elementi nuovi rispetto all’incisione in studio.
Oltre a da alcune variazioni negli assoli, da segnalare “Breathe (In the Air)”, che è caratterizzata da un assolo iniziale di Gilmour, una più “black” e “terrena” “The Great Gig in the Sky”, “Money” e “Any Colour You Like”, portate rispettivamente ad oltre otto minuti; particolarmente significativo è l’aumento di minutaggio di “Any Colour You Like”.
Considerando che solo due anni fa è stato pubblicato il live al Wembley Empire Pool di Londra del 1974, quest’altro ulteriore live dell’intero album registrato a un anno di distanza può apparire anche superfluo.
– “Echoes”
Chiude “Live from the Los Angeles Sports Arena, 1975” una sempre gradita “Echoes” che qui vede la partecipazione “straordinaria” di Dick Parry al sassofono; devo essere sincero… ho dovuto fare più ascolti per valutarne l’opportunità… e ancora ora non sono convinto della piena riuscita dell’inserimento del sax; “Echoes” resta territorio in cui i Pink Floyd riescono dal vivo a muoversi con maggior disinvoltura.
– I Video
Poiché si è analizzato il Blu-Ray, va aggiunto che lo stesso include tre filmati da schermo utilizzati durante il tour del 1975 per l’intro di “Shine On You Crazy Diamond” (video discutibile), “Shine On You Crazy Diamond” (che sembra “monco”) e “Welcome To Machine” (questo il video sicuramente più bello), oltre a un cortometraggio “collage” di Storm Thorgerson.
In conclusione, con questa edizione dei 50 anni di “Wish You Were Here” è stato esaudito il desiderio dei (soli) fan più accaniti.
Sarebbe infatti bastato, come operato per i 50 anni di “The Dark Side Of The Moon”, pubblicare esclusivamente un estratto del “Live From The Los Angeles Sports Arena, 1975”, con i tre brani tratti da “Wish You Were Here”, recuperare ancora una volta la bella versione live di “Shine On You Crazy Diamond” del 1974 e (eventualmente) inserire la sempre gradita “Echoes” (anche se sinceramente quella storica a Pompei risulta totalizzante), le due (non certo irrinunciabili) “anticipazioni” del futuro “Animals” o meglio pubblicare (nuovamente) quelle live del 1974 (sempre che non le si stia mantenendo in caldo per il 2027).
Un ultimo pensiero mi è poi passato per la mente: “Wish You Were Here” è notoriamente il disco dell’“assenza” ma è al contempo anche un concept che muove a suo modo “invettiva” al mondo discografico. Ebbene la campagna e le modalità che hanno accompagnato la pubblicazione di questo suo “cinquantesimo” compleanno sembrano essere “contraddittoriamente” più prossime che distanti dalle logiche del “mercato” musicale e discografico.
https://www.pinkfloyd.com/
L'articolo 50 anni con “Wish You Were Here” dei Pink Floyd: esaudito il desiderio dei (soli) fan più accaniti proviene da Freak Out Magazine.
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