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La moda degli esperimenti solisti per chi si è costruito una carriera nelle band non si ferma più e così anche il frontman degli Editors, Tom Smith, ha annunciato il 5 dicembre scorso l’uscita del suo album d’esordio solista, There Is Nothing In The Dark That Isn’t There In The Light, per l’etichetta Play It Again Sam, dopo aver pubblicato a giugno un primo assaggio con Lights Of New York City, e condiviso giorni fa il nuovo brano estratto dal disco, Life Is For Living.
In questo caso non si tratta esclusivamente di un’operazione commerciale, o di facciata, o di pura moda: basta sentire la prima traccia del disco, Deep Dive, o la seconda, How Many Times, per capire che c’era esigenza di esprimersi, per l’eclettico Tom, al di là delle scelte musicali degli ultimi anni degli Editors, che da Violence, fino alle Blanck Mass Sessions, al greatest hits Black Gold per arrivare al possente splendido ultimo disco EBM avevano privilegiato la componente elettronica rispetto alla sessione classica basso-chitarra-batteria.
Per la verità in questo disco solista Tom lascia indietro anche i classici strumenti plug-in del rock: Deep Dive è totalmente chitarra acustica e voce, mentre How Many Times introduce nel finale sessioni di tastiere, archi e batteria, ma pur mantenendo l’impianto acustico, e la terza Endings Are Breaking My Heart è di nuovo un pezzo quasi totalmente acustico, solo chitarra e voce.
Insomma, Tom Smith sembra aver voluto concepire e realizzare il “suo” Nebraska (per citare il caso più famoso di composizione one-solo-man, riportato ai fasti di recente dal film Deliver Me From Nowhere). Anche l’ultimo singolo scelto, Life Is For Living, ha un intro acustico, che poi si apre ad archi e percussioni.
Parlando di questo nuovo singolo, Tom Smith ha dichiarato: “Life is for living, any way you want, life is for living, live it ‘till it’s gone…” Io e Iain [Iain Archer, produttore del disco] ci siamo imbattuti insieme in questa frase, che ci è sembrata un’affermazione potente, capace di restituire la natura onirica e piena di speranza del brano.”
E anche se il singolo evolve nel finale verso una musicalità orchestrale piena di violini e ariosa, che fa esplodere la potente malinconia molto editorsiana del brano, il pezzo resta piuttosto unplugged.
Un solo di chitarra, archi e voce è anche Broken Time, e nell’ascoltatore dunque l’impressione “nebraskiana” si consolida sempre più. Del resto per chi li conosce bene gli Editors non sono del tutto nuovi a pezzi acustici, anche se sono stati in passato per lo più inseriti nei loro b-side e inediti vari.
Ma a questo punto, proprio quando l’ascoltatore sta prendendo confidenza con un disco dalla chiara matrice acustica, a partire dalla sesta traccia l’album svolta piuttosto sorprendentemente: il primo singolo lanciato del disco, Lights Of New York City, comincia con una tromba, (sempre su base di chitarra acustica) e si appoggia ben presto a un pianoforte, ma poco dopo la metà traccia evolve verso una soluzione strumentale da orchestra completa, dove tromba e tastiere, in sfumature waitsiane, sono protagoniste, e la chitarra lascia spazio al piano.
Souls è pienamente una canzone Editors: potrebbe stare con arrangiamenti appena più elettrici in qualsiasi disco degli Editors più recenti, (quelli da Weight of Your Love in poi), specie in un disco come Violence, a cui si avvicina molto per accordi e melodie, e certamente non è un pezzo solo acustico, anche se rimane una ballata.
Certo, non v’è traccia in questi pezzi delle evoluzioni elettro-punk di EBM, operate dagli Editors come band grazie alla collaborazione del Dj e produttore Blanck Mass: ma qualcosa di quello stile, di quella ricerca, affiora nel finale del disco, in Souls appunto ma ancor di più in Northern Line, e in Leave, tutte canzoni in puro stile e musicalità Editors, dove compaiono per la prima volta da protagonista la chitarra elettrica con i suoi riff, e in Leave anche una batteria e un ritmo decisamente rock.
E’ come se nella seconda metà del disco (che poi si conclude tornando all’inizio, con un solo di voce e piano, in Saturday) Tom volesse avvicinarsi di nuovo alla sua band, di cui peraltro è leader e indiscusso autore di brani, avvicinarsi di nuovo allo stile che li contraddistingue, e quasi tranquillizzare l’ascoltatore e i fan ricordando che è nel disco c’è pur sempre il leader e vocalist degli Editors, a suonare.
E tuttavia, siamo di fronte a una prova di maturità nella misura in cui il disco suona complessivamente abbastanza diverso dalla produzione della band, tanto da giustificare la scelta solista. Se non troppo diverso negli accordi, nelle melodie, nella struttura di base armonica dei pezzi, il disco lo è per la scelta degli strumenti impiegati (chitarra acustica, certo, ma anche pianoforte e archi invece di plug basso e batterie).
La spiegazione di ciò che è diverso, ma anche di ciò che al fan degli Editors tornerà musicalmente molto simile, ce la dà proprio Tom in un’intervista a Rolling Stone: «Dopo EBM sentivo la necessità fisiologica di fare qualcosa di completamente diverso, avevo bisogno di spogliarmi. Di tornare alla sorgente di tutto, che per me è una chitarra acustica. Tutte le canzoni degli Editors sono nate così, ma negli anni, con la band, si prendono altre strade. Stavolta volevo restare lì, a quel punto zero».
E chi conosce gli Editors sa che questa confessione è vera e non una trovata: anche le più elettroniche (da Smokers Outside the Hospital Doors, a Papillon a Karma Climb a Nothing a Life is a Fear) nascono con un impianto acustico, e infatti nei concerti non è infrequente ascoltarle in questa veste, veste impiegata nel disco solista che riconcilia Tom con la band e con il loro imprinting più puro, che è quello del rock malinconico stile New Wave.
Qui, nel disco solista, rimanere al punto zero ha semmai significato giocare con alcuni strumenti (fiati, violini, ecc.) dando un impianto più cantautorale all’universo musicale da cui di solito pescano gli Editors, che è classic-rock quando non contaminato da synth.
Perciò, alla fine, l’episodio solista di Smith (a cui si uniscono due dischi fatti in passato in duetto con Anddy Burrows) è una buona e godibile variazione allo schema di base, ma senza rinnegare né la band né il suo passato né la sua ispirazione di base. Una variazione forte radicata in una continuità stabile, per fortuna dei fan.
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Più che “live report” questo è “diario di un incanto”. La terza edizione di Racconti al Femminile ha scelto, non a caso, una delle anime più stratificate e misteriose di Napoli: il Complesso Monumentale di Santa Maria la Nova. Fondato nel XII secolo, scrigno di secoli dove gotico, rinascimento e barocco dialogano in un silenzio vibrante, la venue non è stata un semplice palcoscenico, ma un interlocutore d’eccezione, un membro muto ma potentissimo della artiste in programma. Le sue pietre hanno assorbito, riverberato e magnificato ogni nota, ogni sospiro, in una simbiosi perfetta con lo spirito della rassegna: esplorare e celebrare i linguaggi sonori plasmati dalla creatività femminile.
Dopo le due edizioni passate (realizzate presso il Complesso monumentale di San Domenico Maggiore) che hanno visto sul palco nomi del calibro di Nada, Fatoumata Diawara, Rita Marcotulli e Andrea Motis, il cartellone 2025 ha confermato la sua vocazione alla qualità e alla diversità, proponendo un percorso emozionale attraverso storie, timbri e generi differenti.
Racconti al Femminile 2025 si afferma come un evento straordinario, che travalica i confini cittadini. Più di una semplice rassegna musicale, si è rivelata un’esperienza immersiva, una perfetta sinestesia tra suoni, storia, architettura e arte. Le quattro interpreti, ciascuna portatrice di un mondo espressivo distinto, hanno dialogato in modo straordinario con lo spazio di Santa Maria la Nova, trovando in esso non una semplice cornice ma un’ispirazione viva e partecipe. Hanno così regalato al numeroso e attento pubblico napoletano e non solo un viaggio emozionante attraverso la bellezza, la forza poetica e la ricerca che contraddistinguono la creatività femminile in tutte le sue sfumature.





Ad aprire il cammino è stata la poetessa dei chiaroscuri sonori, l’inglese Beth Orton. La sua voce, un affresco di fragilità e forza, ha trovato nell’eco naturale della chiesa un amplificatore perfetto per la sua poetica fusione di folk ed elettronica distillata. Accompagnata dal chitarrista e cantautore Sam Amidon (anche suo marito), Orton ha costruito un’atmosfera ipnotica e profondamente intima. Chitarre acustiche, tappeti di piano elettrico e loop si sono intrecciati tra le navate, avvolgendo un pubblico folto e attento in una bolla sospesa nel tempo. Lo sguardo della stessa Orton, a tratti, tra una canzone e l’altra, si perdeva verso gli altari dorati e le volte, come a cercare un contatto con la storia che la circondava. Un dialogo silenzioso e commovente.





Il secondo appuntamento ha virato decisamente verso il jazz più puro e viscerale, con la raffinatissima Ada Montellanico. In un omaggio a Billie Holiday che ha evitato ogni facile citazionismo, Montellanico ha guidato il pubblico in un viaggio sospeso tra ricerca armonica e poesia nuda. La sua voce, strumento di intelligenza emotiva unica, ha scolpito ogni frase con una precisione e una profondità che tenevano il fiato sospeso. Il culmine, inevitabile e travolgente, è arrivato con Strange Fruit. In quel momento, la voce di Montellanico, l’orrore della storia racchiuso nel testo e l’aura sacrale del luogo hanno creato un cortocircuito di intensità rara. Un’esecuzione che ha mostrato non solo la sua statura artistica, ma ha trasformato la performance in un atto di memoria collettiva.





Terzo atto, terza sorpresa. Ginevra Di Marco, per molti ancora “la voce dei CSI”, ha dimostrato di essere un’artista completa e potentissima a tutto tondo. Con una voce che sa essere potente come un’onda e soave come un sussurro, ha sciorinato un repertorio che ha attraversato la sua intera carriera. L’apertura è stata un pugno al cuore: Montesole, brano-manifesto dei PGR, ha immediatamente stabilito un patto di intensità con la platea. Ha proseguito con gemme del suo percorso solista, come un commovente Auguri da Kaleidoscope, e ha toccato di nuovo l’epica rock italiana con una versione travolgente di Amandoti dei CCCP. Emozionante la sua interpretazione di Tumbalalaika, il classico tradizionale yiddish, trasformato in un richiamo d’amore universale. Al suo fianco, una band d’eccezione: il tastierista e compagno Francesco Magnelli, il percussionista napoletano Cristiano Della Monica e il chitarrista sodale Andrea Salvadori, a tessere tappeti sonori perfetti per la sua vocalità inconfondibile.





A chiudere il cerchio, portando l’attenzione oltreoceano, è stata la vocalist newyorkese Indra Rios-Moore. Con un trio essenziale di chitarra, contrabbasso e sassofono, ha costruito un concerto che era più una celebrazione spirituale che un semplice set jazz. La sua voce, calda, avvolgente, ricca di una sacralità laica e profonda, ha riempito ogni anfratto della chiesa. Il suo mix di jazz, soul e spirituals ha trovato nella venue una cassa di risonanza ideale. Ma le sorprese maggiori sono arrivate dalle sue scelte di repertorio: due cover che, nelle sue mani, sono diventate inni nuovi. Money dei Pink Floyd, spogliata della sua cinica vena rock e immersa in groove ipnotici, e soprattutto Heroes di David Bowie, trasformata in un inno di resilienza e amore di una potenza emotiva sconvolgente. Un finale di intensa suggestione, che ha lasciato il pubblico in un silenzio carico di gratitudine prima degli applausi scroscianti.
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“Antiheroine“, presentato al Sundance 2026, promette di mostrare la star come non l’abbiamo mai vista, mentre la leggenda del rock annuncia anche il ritorno in studio.
È ufficiale: una delle voci più iconiche, controverse e influenti del rock sta per riprendersi completamente la scena. Al Sundance Film Festival del 2026 andrà in scena “Antiheroine”, il documentario su Courtney Love che racconta la sua storia, finalmente, “senza filtri e senza scuse”. Il progetto arriva in un momento cruciale per l’artista, reduce dall’annuncio di un nuovo album in solitaria, il primo dopo oltre un decennio.
Il film, diretto dalla coppia Edward Lovelace e James Hall (già autori del celebrato The Possibilities Are Endless su Edwyn Collins) e prodotto da Dorothy St. Pictures, si propone come il ritratto definitivo della Love: l’icona del grunge con la band Hole, l’attrice, la scrittrice, la figura che ha plasmato la cultura pop e rock. Ma soprattutto, la donna che, oggi sobria e con una nuova energia creativa, è pronta a guardarsi indietro e avanti con uno sguardo lucido e inedito.
“Antiheroine” è solo uno dei titoli musicali di punta del lineup Sundance 2026, che annovera anche il mockumentary The Moment con Charli XCX e il thriller erotico I Want Your Sex.
La notizia del documentario esplode in tandem con le recenti dichiarazioni della Love sul suo attesissimo ritorno musicale. L’ultimo album in studio, sia con gli Hole (Nobody’s Daughter) che da solista (America’s Sweetheart), risale rispettivamente al 2010 e al 2004. Dopo anni di silenzio discografico, la promessa di nuove musiche accende i fan. In un’intervista dello scorso marzo, Courtney aveva dato aggiornamenti sia sull’album che sulla sua autobiografia, rivelando anche un altro progetto personale di grande impatto: la richiesta di cittadinanza britannica.
“Sono davvero contenta di essere qui. È così bello vivere in Inghilterra. Finalmente otterrò la cittadinanza britannica in sei mesi. La sto richiedendo, ragazzi! Non potrete liberarvi di me!”, aveva dichiarato con il suo inconfondibile stile.
“Antiheroine” si prepara dunque a essere molto più di un documentario: è il prologo di una nuova, intensa fase artistica e personale per Courtney Love. Un ritratto crudo e autentico che fa da preludio al ritorno di una delle ultime vere rockstar, pronta a conquistare di nuovo le nostre playlist e a raccontarsi senza più maschere. La contessa del caos è tornata, e ha parecchie storie da regalarci.
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Dopo tre anni di silenzio discografico, The Afghan Whigs fanno il loro ritorno con un nuovo 7″ che promette di elettrizzare i fan. Il singolo, in uscita nei primi mesi del 2026 per l’etichetta indipendente della band, Shake It Records, è già disponibile in preordine e presenta due cover rielaborate in stile Whigs: “Fake Like” dei Poliça e “Downtown” degli Still Corners.
Non si tratta di semplici reinterpretazioni, ma di una vera e propria trasmutazione sonora. Come rivela il frontman Greg Dulli, entrambi i brani sono nati spontaneamente durante i soundcheck: “Ogni canzone ha una risonanza particolare per me. Ho sentito profondamente i testi, quindi sono scorse via naturalmente ed è stato bello cantarli”. Il risultato è quello tipico, potente e viscerale della band: due gemme oscure e grezze che, pur nel rispetto degli originali, vengono completamente plasmate nell’inconfondibile stile soul-rock dei Whigs.
Ma la vera notizia è dietro l’angolo. Il 2026 segnerà un traguardo storico: i 40 anni di carriera degli Afghan Whigs. La band promette che questo singolo è solo l’antipasto di un anno celebrativo ricco di progetti. “Molti piani sono già in cantiere per la band e saranno annunciati con il nuovo anno”, fanno sapere ufficialmente.
Un ritorno in musica, quindi, che si fonde con la promessa di una celebrazione epocale. Un doppio motivo per tenere d’occhio una delle band più iconiche e influenti degli ultimi decenni, pronta a scrivere un nuovo capitolo della sua leggenda.
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Dopo anni di navigazione in acque burrascose tra label e dispute artistiche, Morrissey sembra aver finalmente trovato un porto sicuro. E non uno qualunque: stiamo parlando di Sire Records, storico marchio americano che ha scritto pagine indelebili della musica alternativa. Lo ha annunciato lui stesso, senza mezzi termini, attraverso i suoi canali ufficiali.
Ma la vera sorpresa non è solo la firma con la Sire. È ciò che ne conseguirà: un nuovo album, pronto a uscire dall’ombra. Il suo titolo, il quattordicesimo da solista, è una frase che suona quasi come un monito, o forse una resa dei conti: “You’re Right, It’s Time”.
Per capire il peso di questo annuncio, bisogna ripercorrere l’ultimo decennio della carriera del cantautore, una serie di rotture discografiche con tanto di polemiche. Dopo l’addio a Capitol/Harvest nel 2014, seguito dal controverso abbandono della BMG nel 2020, e dopo un altro tentativo fallito con Capitol per “Bonfire of Teenagers”, Morrissey si era ritrovato ancora una volta “artista libero”, ma con due album in cassaforte di cui aveva riacquistato i diritti.
Proprio “Bonfire of Teenagers”, l’album che definì “il migliore della mia vita” e che vantava collaborazioni stellari (da Iggy Pop a Flea, passando per una Miley Cyrus poi ritiratasi), era nel limbo. Molti fan avevano sperato che l’approdo a Sire significasse finalmente la sua resurrezione.
Invece, Morrissey ha giocato un jolly inaspettato. Durante un’intervista con la rivista polacca Teraz Rock, Moz ha dichiarato. “Si intitola ‘You’re Right, It’s Time’. Chiunque l’abbia ascoltato pensa che sia il miglior album di Morrissey fino ad oggi”.
Una promessa audace, accompagnata ora dalla tracklist ufficiale, che arriva a suggellare l’accordo con Sire e a scaldare gli animi dell’attesa. La lista delle tracce promette un viaggio nella penna sempre tagliente e nel mondo immaginifico dell’artista. Dai titoli emergono omaggi (il critico leggendario Lester Bangs), riflessioni sociali (“Kerching Kerching” suona come un commento sul denaro), e quella tipica vena poetica sospesa tra malinconia e cinismo.
L’album è stato registrato nel febbraio 2023 presso La Fabrique Studios, Saint-Rémy de Provence, in Francia e prodotto artisticamente dall’americano Joe Chiccarelli, già a lavoro per The White Stripes, The Strokes, Alanis Morissette, Young the Giant, The Shins, Manchester Orchestra, Spoon, My Morning Jacket, Weezer…
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Di seguito la tracklist:
L'articolo Morrissey torna all’attacco: svelata la tracklist di “You’re Right, It’s Time” per la Sire Records proviene da Freak Out Magazine.
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