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Polly Jean Harvey ha condiviso l’annuncio di un nuovo, embrionale, ciclo creativo. Dopo aver chiuso il lungo e celebrato tour di ‘I Inside the Old Year Dying’ nella primavera del 2025, l’artista non si è concessa un vero riposo, ma è tornata immediatamente al lavoro di scrittura partendo da zero a conferma che la sua linfa artistica scorre potente. La Harvey ha infatti rivelato di essere già immersa nella scrittura di nuove canzoni per il suo prossimo album e di nuove poesie per un futuro libro, descrivendo il processo con parole che ne illuminano l’eterna, affascinante, lotta con la musa ispiratrice.
Questo significa che nel 2026 potremmo ascoltare un nuovo disco? È troppo presto per dirlo con certezza, ma sicuro che movimento. Per un’artista della sua statura, per la quale ogni opera è un mondo compiuto e un viaggio verso territori inesplorati, l’avvio della scrittura è il momento germinale, il vero inizio. Dopo l’immersione nei miti rurali e nel folklore del suo Dorset con l’ultimo lavoro, è elettrizzante immaginare verso quali nuovi paesaggi sonori e poetici ci condurrà.
A completare il quadro, una playlist personale di brani che l’hanno “ispirata e rafforzata” nell’anno passato, un gesto che fa intravedere le correnti sotterranee che alimentano la sua creatività. Un passaggio di testimone ideale: dal portare la musica vissuta dal vivo in tour, al nutrirsi di nuove influenze per forgiare il futuro.
La dichiarazione integrale di PJ Harvey:
“Il 2025 ha visto la conclusione del tour di ‘I Inside the Old Year Dying’ in Australia e Giappone a marzo. Il tour di due anni è stata un’esperienza meravigliosa di cui far parte, e ho enormemente apprezzato poter dare vita alla musica in un’esperienza condivisa.
Da allora ho scritto canzoni per il mio prossimo album e poesie per il mio prossimo libro, un processo che mi sorprende e mi sfida sempre, ma di cui mi rendo conto di essere innamorata e a cui mi dedico con passione.
Ecco una playlist della musica che ho ascoltato quest’anno e che ho trovato fonte di ispirazione e forza.
Vi auguro un anno felice e sereno, e vi ringrazio per il vostro supporto.”
L’attesa, ora, assume una forma nuova. Non più il silenzio dopo il concerto, ma il brusio fecondo dello studio, il fruscio delle pagine, il primo accenno di una melodia che cerca la sua strada. Il prossimo capitolo di PJ Harvey è già in movimento.
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Esistono nella memoria ricordi che rimangono impressi; molti di questi per me sono associati a dischi acquistati da adolescente. Tempo fa ricordai il mio primo “incontro” con “The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd; ora, nei ricordi, è il tempo dei Queen.
Avevo 14 anni ed erano i giorni che anticipavano il natale del 1991. Solo un mese prima, il 24 novembre 1991, era morto Freddie Mercury e, a seguito di quella triste notizia, mi avvicinai al mondo dei Queen. Alcuni amici mi avevano parlato con entusiasmo di “Innuendo” (pubblicato proprio nel 1991) e in particolare dell’assolo di chitarra flamenco che caratterizzava il pezzo eponimo (solo in seguito appresi che vedeva la partecipazione di Steve Howe; in effetti, a ben leggere, nelle note di copertina del disco era riportato: “Additional Wandering Minstrel Spanish Guitar – Somewhere In The Middle – by Steve Howe”), mentre (non ricordo chi) mi aveva invece prestato un’audiocassetta di “Live Magic” (live del 1986).
Mi feci quindi regalare per natale le due compilation “Greatest Hits I” e “Greatest Hits II” (quest’ultima appena uscita): inevitabilmente la mia giovane attenzione cadde su “Bohemian Rhapsody”.
Fu così che passate le feste, con l’odore di muschio del presepe ancora forte in casa (che come da tradizione partenopea eravamo soliti “costruire” con il sughero, grazie anche a un mio caro zio, fratello di mia madre, che con pazienza paterna ci istruiva e ci instradava tramandandoci tale arte), decisi di comprare dei Queen “A Night At Opera”: ed è all’acquisto di questo disco che è in particolare legato il mio ricordo.
Mi feci accompagnare da mia madre in auto presso un quartiere di Napoli, poco distante da dove abitavo, che all’epoca era ricco di negozi di dischi; ho ancora nelle orecchie la sua voce che mi ammoniva perché spendevo tutti i miei soldi in “musica”, cosa che era per lei un’esagerazione: sono passati 35 da quando ho iniziato a coltivare questo mio perdurante “vizio” e spero che mia madre se ne sia fatta finalmente una ragione.
Stranamente, più della musica racchiusa in “A Night At Opera”, ho nella mente le foto allegate alle grafiche del disco (che ritraevano i Queen sul palco dal vivo, tra fumi arancioni e con “strani” costumi), istantanee che mi affascinarono a prima vista, catapultandomi idealmente in quell’universo “glam-hard-rock” che era proprio dei Queen della prima metà degli anni settanta.
Ad “A Night At The Opera” (del 1975) seguirono, nell’immediato, dapprima il successivo “A Day at the Races” (del 1976) e poi, riavvolgendo il nastro, “Queen” (del 1973), “Queen II” e “Sheer Heart Attack” (entrambi del 1974).
Ho voluto fare tale “rimando” poiché dagli archivi (proprio di quegli anni) i Queen (nello specifico Brian May) hanno annunciato che in occasione della ristampa di “Queen II” verrà pubblicato anche l’inedito “Not For Sale (Polar Bear)” registrato nel 1974, di cui è stata trasmessa una prima versione ancora in “progress”.
– dal 1973 al 1976: il periodo di maggiore interesse
Sebbene i Queen che hanno infiammato le piazze, le arene e gli stadi siano stati quelli degli anni ottanta, con il culmine raggiunto nel 1985, con la oramai storica esibizione al Live Aid, per lo scrivente il loro periodo più creativo e interessante è quello compreso tra il 1973 e il 1976 quando con spontaneità fondevano glam rock, rigurgiti proto-metal, esemplificazioni progressive, e gusto art-rock.
Diversamente da altri gruppi, fulminanti sin dal disco d’esordio, i Queen nell’arco di quattro anni (dal 1973 al 1976) e di cinque dischi compirono una parabola ascendente.
“Queen” (del 1973) è al contempo “acerbo” ma con “sofisticazioni” in studio (uso di sovraincisioni) e già presenta quegli elementi romantico-barocchi che caratterizzeranno la loro produzione nella prima metà degli anni settanta. “Keep Yourself Alive”, “Doing All Right” (dei tempi degli Smile di Tim Staffell, Brian May e Roger Taylor), “Liar”, “Son and Daughter” ben ne rappresentano il gusto e lo spirito.
“Queen II” (del 1974) affina le intuizioni di “Queen”, e presenta una maggiore propensione verso soluzioni anche progressive; continua il lavoro in studio di sovraincisioni (in particolare delle voci) e i brani si fanno più complessi (“The March of the Black Queen”, “The Fairy Feller’s Master-Stroke”, “Ogre Battle” per tutte). Se questo premia su disco, penalizza dal vivo, non essendo sempre riproducibile live tutto il loro repertorio; ricordo quando comprai “Live Killers” (contenente registrazioni live del 1979) lo strano effetto che mi fece sentire “Bohemian Rhapsody” con la sua parte “orchestrale” suonare come in filodiffusione. Chiude “Queen II”, “Seven Seas of Rhye” qui cantata dopo che una versione solo strumentale era stata proposta sul precedente “Queen”.
Il 1974 è anche l’anno di “Sheer Heart Attack” (che resta il disco dei Queen che preferisco) essendo quello che opera una maggiore e più equilibrata fusione del loro stile, restando saldo su coordinate hard rock e glam rock; la componente progressive e barocca è più contenuta e la struttura dei brani si snellisce in favore di un “formato canzone” più funzionale. “Brighton Rock”, “Killer Queen”, “Now I’m Here”, “Stone Cold Crazy”… sono destinati a entrare nella loro storia, mentre le sonorità di “Bring Back That Leroy Brown” introducevano (in parte) la futura “notte all’opera”; ricordo poi che mi piaceva ascoltare molto la delicata “Lily of the Valley” così come da “Queen II” “Nevermore”.
Il triennio 1974/1975/1976 rappresenta tanto l’apice creativo dei Queen quanto l’esaurimento di quella volontà di non essere “assorbiti” dalle logiche del mercato “mainstream” e l’inizio di una parabola decrescente.
Se il 1974 era stato l’anno in crescendo di “Queen II” e poi di “Sheer Heart Attack”, il 1975 è l’anno della consacrazione con “A Night At The Opera” e la sua vena “art” fatta di rock duro, operetta, vaudeville, folk… (su di cui negli anni si sono spese pagine e pagine e che pertanto è inutile ripetersi anche in tale sede essendo indiscutibilmente un disco di valore), mentre il 1976, con l’onesto “A Day At The Races” (“Somebody to Love” resta tra le loro migliori composizioni), iniziava a presentare i primi segni di cedimento, andando comunque a chiudere un’epoca per i Queen, se non da considerarsi la più “celebre”, sicuramente da ritenersi la più interessante.
Prima si è parlato di come dal vivo i Queen spesso fossero costretti a non riproporre integralmente alcuni loro brani dato il particolare lavoro fatto in studio; indicativo è infatti ascoltare i live del tempo quali “Live At The Rainbow ’74” o quello registrato all’Hammersmith Odeon il 24 dicembre del 1975. Di questi live (pubblicati ufficialmente rispettivamente solo nel 2014 e nel 2015) ho un particolare ricordo poiché trovai da ragazzo una versione “bootleg” di un concerto di quel periodo e da subito mi colpì il medley operato tra “Bohemian Rhapsody”, “Killer Queen” e “The March of the Black Queen” (“Bohemian Rhapsody” e “The March of the Black Queen” epurate dalle parti “complesse”), soprattutto rapportandolo alla già citata versione di “Bohemian Rhapsody” di “Live Killers” (un valido confronto lo si può effettuare sentendo “A Night At The Odeon” del 24 dicembre 1975). Restano queste ottime testimonianze della capacità dei Queen e di Mercury di essere da sempre dei grandi trascinatori nelle loro performance dal vivo.
Tornando ai ricordi di ragazzo e ai primi anni novanta, non posso non menzionare “Queen at the Beeb” contenente le registrazioni del 5 febbraio e del 3 dicembre del 1973 tenute per il programma radiofonico “Sound of the 70s”.
Quello che avverrà a partire da “News of the World” (del 1977), come suggerisce il titolo stesso, è una progressiva apertura al “mondo”, con dischi (non sempre nel loro insieme entusiasmanti, e spesso più che mediocri: si pensi a “Hot Space” del 1982) contenenti brani “radiofonici” e di immediata presa; lo stesso citato “Hot Space” vantava la presenza della storica “Under Pressure” (con David Bowie).
E così, tra una “We Are the Champions”, una “Another One Bites the Dust”, una “Radio Ga Ga”, una “Who Wants to Live Forever”, una “I Want It All”, una “The Show Must Go On” … erano le singole canzoni scritte per un pubblico sempre meno “esigente” e AOR a dare un senso alla loro discografia a cui facevano da sponda brani “minori” di sicura presa: “We Will Rock You”, “Don’t Stop Me Now”, “Crazy Little Thing Called Love”, “I Want to Break Free”, “One Vision”…
Interessanti sono invece le registrazioni dal vivo degli anni ottanta tra cui il già citato “Live Magic”, il “Live at Wembley ’86” oltre ovviamente all’esibizione al Live Aid. Ciò che accadrà dopo la morte di Freddie Mercury, partendo dal postumo “Made in Heaven” del 1995, fino a giungere alle varie raccolte, ai live e alle collaborazione tra cui quella con Adam Lambert è “sterile” argomento che non merita approfondimento. Voglio solo infine ricordare il “The Freddie Mercury Tribute Concert” che si tenne il 20 aprile 1992 al Wembley Stadium per la grande attesa legata a tale evento, visti i nomi e le voci coinvolte, e la “curiosità” di sentire le canzoni dei Queen cantate da una voce che non fosse quella di Mercury…
Siamo quindi giunti a “Not For Sale (Polar Bear)” (di cui Brian May ha concesso un ascolto in anteprima di una sua versione ancora in progress) che altro non è che è una composizione degli Smile recuperata poi dai Queen nel 1974; risalendo quindi al tale anno va a collocarsi nel cuore della produzione dei Queen di maggior interesse e di cui si è parlato nel presente articolo, per un brano che sinceramente non ha colpito più di tanto… e che nella versione (ancora “grezza”) proposta evidenzia come il lavoro in studio che i Queen operavano in quegli anni fosse fondamentale per definire un “suono” e uno “stile”.
Come già ci si è interrogati più volte dinanzi a simili operazioni di “recupero”, permane l’interrogativo di quanto queste operazioni siano realmente utili ai fini strettamente “musicali”, se servano a soddisfare la curiosità dei fan più accaniti o a essere “pretesto” per riproporre sul mercato dischi di un tempo oramai passato.
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Nel silenzio cosmico che separa un’onda sonora dall’altra, Peter Gabriel non smette di ascoltare il ritmo dell’universo. Dopo il progetto i/o, concepito come un dialogo interiore ed esteriore, pubblicato nel corso del 2023 al ritmo delle fasi lunari, l’artista britannico annuncia il suo nuovo, ambizioso capitolo: o\i. Non un semplice seguito, ma il rovescio speculare di un’unica medaglia, un ciclo che si chiude per aprirsi a nuove dimensioni.
Il primo assaggio di questo viaggio si chiama “Been Undone”, pubblicato in perfetta sincronia con la prima luna piena dell’anno. Una scelta non casuale, ma parte di un calendario celeste che Gabriel ha eletto a metronomo creativo: ogni brano del nuovo album sarà presentato in due versioni antitetiche – una “Dark-Side Mix” e una “Bright-Side Mix” – rispettivamente in corrispondenza di ogni plenilunio e di ogni luna nuova. Un doppio flusso di coscienza che, mese dopo mese, porterà alla rivelazione completa dell’album alla fine del 2026.
Ma cosa significa o\i? In un messaggio personale Gabriel ne svela la poetica: se i/o rappresentava “l’interno che trova una nuova via d’uscita”, o\i è “l’esterno che trova una nuova via d’entrata”. Un ribaltamento di prospettiva, un invito a percepire il mondo non come spettatori separati, ma come parte integrante di un tutto.
“Gli artisti hanno il ruolo di guardare nella nebbia e, quando intravedono qualcosa, di alzare uno specchio”, scrive Gabriel, riflettendo sul futuro che ci attende. “Scivoliamo verso un periodo di transizione senza precedenti, guidato da tre onde: l’intelligenza artificiale, il quantum computing e le interfacce cervello-computer. Noi non siamo, e non siamo mai stati, esseri esclusivamente auto-determinanti e indipendenti a cui è stato consegnato il mondo. Siamo qualcos’altro: parte della natura, parte di tutto”.
È in questo spazio di connessione che si colloca o\i, progetto che assorbirà anche alcune delle esplorazioni legate al “brain project” a cui Gabriel lavora da anni, mescolandole a brani nati semplicemente “per la gioia di farli”. Una ricerca tra tecnologia e umanità, tra l’individuo e il cosmo, che si fa subito tangibile con la copertina del singolo “Been Undone”, affidata all’artista visiva Janaina Mello Landini – immagine che anticipa già l’estetica di questa nuova, lunare avventura.
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C’era un momento, non troppo lontano, in cui Trent Reznor sembrava aver perso la fede. In un’intervista del dicembre 2024, il leader dei Nine Inch Nails si scagliava contro un’industria musicale trasformata, dove la tecnologia aveva “deciso” il valore dell’arte e la musica era spesso relegata a “qualcosa che accade in sottofondo”. Un quadro cupo che faceva temere per il futuro del progetto.
Oggi, quel futuro è più luminoso che mai. La scintilla che ha riacceso il fuoco creativo di Reznor è stata l’esperienza live del monumentale tour “Peel It Back”, che ha riportato la band al centro dell’attenzione in tutta la sua potenza industrial. A confermarlo è lo stesso Reznor in una nuova, esclusiva conversazione.
“Stiamo lavorando a nuove cose e siamo entusiasti di farlo“, rivela Reznor. “Stiamo dando priorità al lavoro sui Nine Inch Nails rispetto a qualsiasi altra proposta esterna. Non posso dire molto di più, ma la differenza tra ora e un anno fa è che la miccia è stata accesa e il desiderio è tornato, forte“.
Un rinnovato slancio alimentato non solo dal tour, ma anche dal recente lavoro sulla colonna sonora di TRON: Ares, che ha rinvigorito l’approccio sonoro della band. L’anno di disincanto è stato superato, sostituito da un focus chiaro e determinato.
Mentre i fan aspettano nuovi brani, i NIN non si fermano: a febbraio partirà un nuovo capitolo nordamericano del tour “Peel It Back”, e ad aprile la band si esibirà al Coachella sotto lo pseudonimo “Nine Inch Noize” (insieme ad Alexander Ridha aka Boys Noize, promettendo una performance sperimentale e unica.
Il messaggio è chiaro: dopo aver “pelato” via gli strati del disinganno, i Nine Inch Nails sono tornati al loro nucleo creativo, carichi di un’energia che promette di travolgere ancora. La nuova musica è ufficialmente in cima alla lista.
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La moda degli esperimenti solisti per chi si è costruito una carriera nelle band non si ferma più e così anche il frontman degli Editors, Tom Smith, ha annunciato il 5 dicembre scorso l’uscita del suo album d’esordio solista, There Is Nothing In The Dark That Isn’t There In The Light, per l’etichetta Play It Again Sam, dopo aver pubblicato a giugno un primo assaggio con Lights Of New York City, e condiviso giorni fa il nuovo brano estratto dal disco, Life Is For Living.
In questo caso non si tratta esclusivamente di un’operazione commerciale, o di facciata, o di pura moda: basta sentire la prima traccia del disco, Deep Dive, o la seconda, How Many Times, per capire che c’era esigenza di esprimersi, per l’eclettico Tom, al di là delle scelte musicali degli ultimi anni degli Editors, che da Violence, fino alle Blanck Mass Sessions, al greatest hits Black Gold per arrivare al possente splendido ultimo disco EBM avevano privilegiato la componente elettronica rispetto alla sessione classica basso-chitarra-batteria.
Per la verità in questo disco solista Tom lascia indietro anche i classici strumenti plug-in del rock: Deep Dive è totalmente chitarra acustica e voce, mentre How Many Times introduce nel finale sessioni di tastiere, archi e batteria, ma pur mantenendo l’impianto acustico, e la terza Endings Are Breaking My Heart è di nuovo un pezzo quasi totalmente acustico, solo chitarra e voce.
Insomma, Tom Smith sembra aver voluto concepire e realizzare il “suo” Nebraska (per citare il caso più famoso di composizione one-solo-man, riportato ai fasti di recente dal film Deliver Me From Nowhere). Anche l’ultimo singolo scelto, Life Is For Living, ha un intro acustico, che poi si apre ad archi e percussioni.
Parlando di questo nuovo singolo, Tom Smith ha dichiarato: “Life is for living, any way you want, life is for living, live it ‘till it’s gone…” Io e Iain [Iain Archer, produttore del disco] ci siamo imbattuti insieme in questa frase, che ci è sembrata un’affermazione potente, capace di restituire la natura onirica e piena di speranza del brano.”
E anche se il singolo evolve nel finale verso una musicalità orchestrale piena di violini e ariosa, che fa esplodere la potente malinconia molto editorsiana del brano, il pezzo resta piuttosto unplugged.
Un solo di chitarra, archi e voce è anche Broken Time, e nell’ascoltatore dunque l’impressione “nebraskiana” si consolida sempre più. Del resto per chi li conosce bene gli Editors non sono del tutto nuovi a pezzi acustici, anche se sono stati in passato per lo più inseriti nei loro b-side e inediti vari.
Ma a questo punto, proprio quando l’ascoltatore sta prendendo confidenza con un disco dalla chiara matrice acustica, a partire dalla sesta traccia l’album svolta piuttosto sorprendentemente: il primo singolo lanciato del disco, Lights Of New York City, comincia con una tromba, (sempre su base di chitarra acustica) e si appoggia ben presto a un pianoforte, ma poco dopo la metà traccia evolve verso una soluzione strumentale da orchestra completa, dove tromba e tastiere, in sfumature waitsiane, sono protagoniste, e la chitarra lascia spazio al piano.
Souls è pienamente una canzone Editors: potrebbe stare con arrangiamenti appena più elettrici in qualsiasi disco degli Editors più recenti, (quelli da Weight of Your Love in poi), specie in un disco come Violence, a cui si avvicina molto per accordi e melodie, e certamente non è un pezzo solo acustico, anche se rimane una ballata.
Certo, non v’è traccia in questi pezzi delle evoluzioni elettro-punk di EBM, operate dagli Editors come band grazie alla collaborazione del Dj e produttore Blanck Mass: ma qualcosa di quello stile, di quella ricerca, affiora nel finale del disco, in Souls appunto ma ancor di più in Northern Line, e in Leave, tutte canzoni in puro stile e musicalità Editors, dove compaiono per la prima volta da protagonista la chitarra elettrica con i suoi riff, e in Leave anche una batteria e un ritmo decisamente rock.
E’ come se nella seconda metà del disco (che poi si conclude tornando all’inizio, con un solo di voce e piano, in Saturday) Tom volesse avvicinarsi di nuovo alla sua band, di cui peraltro è leader e indiscusso autore di brani, avvicinarsi di nuovo allo stile che li contraddistingue, e quasi tranquillizzare l’ascoltatore e i fan ricordando che è nel disco c’è pur sempre il leader e vocalist degli Editors, a suonare.
E tuttavia, siamo di fronte a una prova di maturità nella misura in cui il disco suona complessivamente abbastanza diverso dalla produzione della band, tanto da giustificare la scelta solista. Se non troppo diverso negli accordi, nelle melodie, nella struttura di base armonica dei pezzi, il disco lo è per la scelta degli strumenti impiegati (chitarra acustica, certo, ma anche pianoforte e archi invece di plug basso e batterie).
La spiegazione di ciò che è diverso, ma anche di ciò che al fan degli Editors tornerà musicalmente molto simile, ce la dà proprio Tom in un’intervista a Rolling Stone: «Dopo EBM sentivo la necessità fisiologica di fare qualcosa di completamente diverso, avevo bisogno di spogliarmi. Di tornare alla sorgente di tutto, che per me è una chitarra acustica. Tutte le canzoni degli Editors sono nate così, ma negli anni, con la band, si prendono altre strade. Stavolta volevo restare lì, a quel punto zero».
E chi conosce gli Editors sa che questa confessione è vera e non una trovata: anche le più elettroniche (da Smokers Outside the Hospital Doors, a Papillon a Karma Climb a Nothing a Life is a Fear) nascono con un impianto acustico, e infatti nei concerti non è infrequente ascoltarle in questa veste, veste impiegata nel disco solista che riconcilia Tom con la band e con il loro imprinting più puro, che è quello del rock malinconico stile New Wave.
Qui, nel disco solista, rimanere al punto zero ha semmai significato giocare con alcuni strumenti (fiati, violini, ecc.) dando un impianto più cantautorale all’universo musicale da cui di solito pescano gli Editors, che è classic-rock quando non contaminato da synth.
Perciò, alla fine, l’episodio solista di Smith (a cui si uniscono due dischi fatti in passato in duetto con Anddy Burrows) è una buona e godibile variazione allo schema di base, ma senza rinnegare né la band né il suo passato né la sua ispirazione di base. Una variazione forte radicata in una continuità stabile, per fortuna dei fan.
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