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I White Lies (Harry McVeigh, Charles Cave e Jack Lawrence-Brown) hanno lanciato il loro settimo album in studio, Night Light, uscito a novembre 2025 su Play It Again Sam, con il singolo The Middle, dopo aver pubblicato in precedenza Nothing On Me.
Dal debutto nel 2009 con l’acclamato To Lose My Life, i White Lies si sono affermati come una delle principali band britanniche in ambito rinascita New Wave: gli ultimi due tour hanno registrato il tutto esaurito in diverse date alla Brixton Academy e all’Hammersmith Apollo di Londra. Negli ultimi dieci anni, il gruppo ha consolidato il proprio seguito a livello internazionale con tour sold-out in Europa e oltre, tra cui uno spettacolo da 10.000 persone al Pepsi Center di Città del Messico nel 2023. E ora, a 16 anni dal debutto, i White Lies sembrano finalmente convinti della nuova propria identità, firmando uno dei lavori più incisivi della loro carriera, forse il loro secondo disco migliore dopo Friends. Come dichiara McVeigh: “Finalmente sappiamo cosa stiamo facendo.”
Per Night Light, la band di Ealing, London ha adottato un nuovo approccio: perfezionare i brani suonandoli dal vivo prima della registrazione. Ispirati allo show televisivo dal vivo degli anni ’70 The Midnight Special, il trio ha scelto di provare insieme le tracce in sala prove, invertendo così l’ordine tradizionale in cui lo spirito dei brani si scopre solo dopo averli portati in tour. Sempre Harry: “Ho visto queste band di allora suonare in questi show via You Tube, e ho pensato che era fantastico come veniva catturato il momento. Diventò qualcosa che davvero volevamo fare per questo disco, tutti insieme in una stanza, suonare e cercare di catturare l’atmosfera che ne veniva fuori nella registrazione”.
Molte delle canzoni sono nate nell’appartamento londinese di McVeigh, puntando sulla semplicità, sebbene le canzoni siano tra le più strutturate e ricche di sfumature e arrangiamenti nella loro carriera. In studio si è aggiunto il tastierista Seth Evans (proveniente da esperienza con i Black Midi), non solo come supporto ma come vero e proprio collaboratore creativo. Durante le sessioni, la band ha abbracciato una modalità di registrazione dal vivo e condivisa, suonando insieme per catturare un suono diretto ed emotivo. “Ci era stato suggerito da uno dei nostri manager, perché fisicamente in tre dal vivo non riusciamo a fare tutto”, ricorda Lawrence-Brown. “Avevamo bisogno di qualcuno di cui fidarci che avesse anche abilità creativa. Pensavamo fosse troppo cool per noi, ma ha raggiunto lo scopo quasi subito”. La band, trovata l’alchimia col nuovo quasi-membro, si è recata negli studi London’s Church con il produttore Riley MacIntyre (Ezra Collective, Arlo Parks), per registrare tutti insieme in una stanza. “Avevamo fatto sei dischi seduti in poltrona mentre una persona faceva i tagli e le unioni fra le varie piste. Non dico che non sia stato divertente, ma noi amiamo suonare insieme. Perciò anche se ha richiesto extra lavoro in più, siamo contenti della resa finale e ci siamo molto divertiti”, spiega Cave. “Penso sia qualcosa che ogni band dovrebbe fare, ma spesso non si ha la confidenza, è più facile e sicuro procedere per multi-tracce, perché controlli ogni cosa”, aggiunge McVeigh. “Ma noi volevamo spingerci oltre”.
Il disco parte con una sequenza di primi quattro brani che senza dubbio marcano una certa continuità con i precedenti dischi, specie Nothing on Me, che potrebbe star bene in uno qualunque dei primi tre dischi, ma con la novità positiva di contenere freschezza ed energia a differenza di certi momenti dei due dischi precedenti troppo ripetitivi (Juice, Keep Up, e Nothing on Me, pur nel solco dei loro oramai consolidati schemi New Wave, danno nuova vita a un repertorio che in Big TV e As I try to Fall Apart sembrava esaurirsi). All the Best, con i suoi riff muscolari e una venatura glam nei ritornelli, introduce già la nuova veste dei White Lies: più chitarra, meno synth, più struttura alla canzone, evanescente ispirazione alla Peter Gabriel solista.
Ed ecco che al quinto pezzo su nove la band svolta clamorosamente (e con successo): arriva come una bomba la prima grande novità: Everything is ok, una ballata, un lento romantico a cui già White Lies non ci hanno molto abituato, cantata dal cantante in stile Springsteen e con una prevalenza di pianoforte e chitarre rispetto ai soliti sintetizzatori. Una novità sorprendente ed una bella sorpresa, un’inedita forma di esibizione rock romantico della band che coglie impreparati ma in senso positivo, con una splendida esecuzione vocale di Harry che è descritta al meglio dal suo compagno: “L’ho fortemente voluta nel disco, penso sia il pezzo più forte dell’album” dichiara Cave. “Siamo nella band da molto tempo e penso che abbiamo sottostimato le capacità di Harry alla voce. Rispetto a qualunque altra cosa abbiamo fatto, questa canzone mostra al meglio le capacità vocali di Harry”.
Segue Going Nowhere, prima traccia scritta e registrata del disco, segno che le intenzioni di cambiare erano ben chiare alla band: un pezzo centrale della ricerca avviata con Night Light, non a caso piazzato a metà, perché pur nell’ambito della Progressive Wave introduce nelle strofe alcune sonorità ispirate a Neil Young e allo stesso Springsteen, e addirittura nella chiusura del brano si sente un assolo di sassofono solista, raramente impiegato dal trio. “Ha fissato la scena di quel che volevamo fare, è da lì che viene la sensazione anni ’70 che cercavamo” ricorda Mc Veigh.
Si procede poi con un altro lento, Night Light, molto diverso musicalmente da Everything is Ok perché qui loop di batteria, accordi e rifiniture sono più tipici del repertorio della band. Ma torna di nuovo l’inedito modo di cantare di Mc Veigh alla Springsteen, gracchiando e “arrabbiando” la canzone, con ottimo risultato. Del tutto a sorpresa, poi, verso la fine, la canzone si apre a batteria e ritmi rock strumentali alla Editors, fino al coro finale epico e arioso, rivelandosi così uno degli episodi più nuovi e riusciti del disco, di cui non ha caso è la title track.
I Just Wanna Win One Time introduce un’altra novità: schitarrate potenti in intro, per poi recuperare nel pre-ritornello tastiere e ritmi tipici degli esordi della band, ma con sfumature alla Gabriel, fino al ritornello in pieno stile White Lies, riportando il tema musicale del disco all’avvio di Nothing on Me. E nel finale di nuovo tornano anche i sassofoni.
Si arriva al brano per certi versi più sorprendente e luccicante, In the Middle, di nuovo in stile Editors, in cui però la parte finale diventa strumentale, accelera in ritmo, e si evolve altrove, verso la chitarra in stile Edge nei riff e ascendenze di band anni ’70 nel lavoro di atmosfera, creando con un sassofono che sembra flauto sfumature addirittura celtiche. Brano volutamente conclusivo del disco, e insieme singolo di lancio, In The Middle si muove su un ritmo motorik (scelta stilistica in piena tradizione White Lies), con synth pulsanti, basso incalzante e una voce che si innalza, che culmina in un finale travolgente guidato da un’intesa quasi telepatica tra i musicisti. Parlando del brano, la band ha dichiarato: “I versi di In The Middle sono stati scritti su quaderni quasi dieci anni fa, in attesa del momento giusto, che finalmente è arrivato in questo pezzo ipnotico e inarrestabile. È una canzone che parla del muoversi: non necessariamente di voltare pagina, ma di spostarsi verso un luogo emotivo necessario per crescere. È anche un assaggio della nostra evoluzione musicale in questo nuovo album, dove ci siamo lasciati davvero andare, abbracciando un lato più sperimentale negli arrangiamenti”.
Il disco, sebbene non esaltato dalla critica, è invece uno dei dischi più convincenti della band, ed è soprattutto un disco coraggioso: arrivati alla settima produzione i White Lies hanno capito che non potevano solo sterilmente ripetere se stessi, anche perché i toni cupi e dark dei primi due dischi che tanto gli avevano dato successo non erano ripetibili perché ogni band cresce, ogni artista cresce umanamente e professionalmente e come ci hanno insegnato tanti esempi passati non ci si può per troppo tempo crogiolare nel nichilismo, con rischio che esso diventi solo di maniera.
I White Lies non sono incappati mai in questo equivoco, tanto che il loro disco più bello rimane Friends, il terzo disco, dove la solarità e la freschezza i suoni puramente anni ’80 avevano trionfato sulle cupe atmosfere più alla Joy Division dei primi due.album (To Lose My Life e Ritual) mentre decisamente di passaggio è stato l’amorfo Big TV, laddove Five, e il precedente As I Try To Fall Apart, sono stati dischi di conferma del loro talento e contemporaneamente di sperimentazione nella misura in cui gli White Lies hanno cercato di tirare al massimo la potenza e l’energia che poteva venire dalla loro ispirazione originaria, che è pur sempre quella del synth pop e della new Wave anni ’80.
Un ulteriore tentativo di tirare troppo la corda in quel senso avrebbe prodotto un disco stanco senza talento e noioso. Aver voluto cambiare, rafforzando le chitarre, diminuendo il protagonismo dei sintetizzatori, cercando ispirazione altrove rispetto alla dark wave dei primi anni ’80, e specificamente recuperando cantautorato alla Young, Gabriel, Springsteen, è stata una scelta saggia che li mantiene in vita in maniera alla fine splendente e fresca, mostrando una band sicura di sé e artisticamente ispirata. Non resta che godersi la resa live di questo disco potente nel tour europeo del 2026 che il 6 febbraio toccherà (purtroppo soltanto) Milano ai Magazzini Generali, collocazione perfetta perché attualmente i White Lies non sono certo band da concerti planetari negli stadi, e forse non lo saranno mai rispetto ai più famosi Editors e Interpol con cui condividono il titolo di alfieri della rinascita New Wave, ma non sono nemmeno più soltanto quelli che aprono i festival dove gli headliners sono altri. E oggi il pubblico va a sentire loro perché “vuole” le loro canzoni e vuole cantare le loro hits ormai storiche, da To Lose my Life a Take it Out of Me, da Death a There Goes Our Love Again a Bigger Than us, da Is Love a Farewell to the Fairground, Tokyo, Never Alone. E anche se Night Light non è un disco di canzoni scoppiettanti e ammiccanti, c’è da giurare che in questo nuovo disco pezzi come Nothing on Me, Everything is Ok, Going Nowhere, I Just Wanna Win One Time e In the Middle potrebbero aggiungersi presto al repertorio storico che il pubblico cerca da loro.
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“Bare Bones” è il disco “fantasma” dei CUT. Uscito in CD nel 2003 per GammaPop/V2, sparì poco dopo dalla circolazione e non venne più ristampato per via del fallimento di entrambe le etichette che lo produssero all’epoca.
È dunque cosa buona e giusta che torni a essere nuovamente disponibile, per la prima volta in vinile, grazie all’interessamento della label pisana Area Pirata, anche perché si tratta di uno dei migliori lavori della band bolognese.
Se lo mettiamo in prospettiva storica, “Bare Bones” fu il difficile terzo album dei CUT, il primo dopo l’addio della cantante Elena Skoko che lasciò la band dopo l’uscita dell’ottimo “Will U Die 4 Me?” del 2001. Con l’allora inedita formazione a tre, che poi sarebbe diventata la line-up ideale per la band, Ferruccio Quercetti, Carlo Masu e il batterista dell’epoca, Francesco Bolognini, aiutati qui e lì alle parti vocali dalla cantante/attrice Cristina Negrini, tirarono fuori tredici brani in cui dissonanze noise e blues urbano si fondevano a temperature altissime. Prodotto da Juan Luis Carrera della Slowdime Records, che già aveva lavorato con la band sul disco precedente, “Bare Bones” può essere considerato l’album della maturità del terzetto bolognese, quello con cui i CUT spiccarono il volo verso una dimensione internazionale.
Nelle tredici tracce dell’album risalta in maniera evidente l’interplay tra le chitarre che produce geometrie al contempo fantasiose e potenti, mentre la batteria non si limita a dettare tempi e ritmi ma entra in maniera decisiva nelle trame poliedriche del gruppo.
Con “Bare Bones” i CUT provano a replicare in studio la frenesia, il calore, l’eccitazione delle loro torride esibizioni dal vivo e ci riescono con un calderone sonoro in cui l’assalto all’arma bianca di episodi come “Barriers Of Love”, “Animal Lady” o una “Edison” in cui è palese l’influenza della Jon Spencer Blues Explosion viene temperato da una serie di brani maggiormente cerebrali e atmosferici quali l’iniziale “Down To The Limit”, “Head Upside Down (From F To G)”, la fugaziana “On Fire”, l’iperdinamica “My Baby Just Wants To Be Alive” da cui fa capolino lo spiritello di Ian Svenonius.
Quando uscì, ventitré anni or sono, “Bare Bones” fu il disco con cui in molti – a partire dal gruppo stesso – realizzarono che i CUT potevano proporsi all’estero senza timori reverenziali. Cosa che il terzetto – ormai diventato uno dei più eccitanti live-act italiani – iniziò a fare regolarmente, andando in tour per l’Europa, condividendo il palco con pezzi da novanta come Iggy & The Stooges, Mudhoney, Make-Up, Hives, Violent Femmes, oltre a intessere rapporti di collaborazione con personaggi del calibro di Mike Watt, Matt Verta-Ray, Ivan Julian.
Mettere finalmente sul piatto questo disco, è molto di più che un semplice piacere. È un atto di giustizia nei confronti del rock’n’roll.
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Più di un’anno fa, nel recensire “Beyond This Place” di Kenny Barron, scrissi: ‘Feci la conoscenza con la musica di Kenny Barron quando da ragazzo, appena ventenne, acquistai “Night And The City” (del 1998) a firma di Charlie Haden e Kenny Barron’; tale precisazione è necessaria perché, affascinato da quel duo per pianoforte e contrabbasso, decisi di approfondire più nel dettaglio la discografia di Haden, complice anche la bella versione di “Waltz for Ruth” (dello stesso Charlie Haden), presente su “Night And The City”.
Scopri, quindi, che solo l’anno prima Haden con Pat Metheny aveva pubblicato “Beyond the Missouri Sky (Short Stories)”, disco registrato nel 1966, sostanzialmente per sola chitarra e contrabbasso (Metheny oltre alle chitarre acustiche si accreditava anche “all other instruments”; si ascoltino ad esempio gli arrangiamenti di “He’s Gone Away”, “Tears of Rain”, “Spiritual”…) che aveva quale brano d’apertura proprio “Waltz for Ruth”; fu così che il mio mondo musicale si aprì alle sonorità jazz caratterizzate dal vibrare (prevalentemente) delle sole sei e quattro corde.
Nel 2014 Charlie Haden con Jim Hall (sempre per chitarra e contrabbasso) darà alle stampe le registrazioni del live del 2 luglio 1990 al Montreal International Jazz Festival in Canada.
Oggi, a distanza di quasi trent’anni da “Beyond the Missouri Sky (Short Stories)”, la mia attenzione è stata nuovamente attratta da quel mondo con la pubblicazione del bello ed esatto “Memories of Home” (ECM) a firma John Scofield e Dave Holland, registrato nel 2024 e pubblicato quest’anno.
Ci tengo con il chiarire che, ad eccezione dell’utilizzo della sola chitarra e contrabbasso, i lavori sopra citati (“Memories of Home”, “Beyond the Missouri Sky (Short Stories)” e “Charlie Haden/Jim Hall”) sono differenti e per certi versi “distanti” tra loro, data anche la diversa sensibilità dei musicisti coinvolti e, come detto, il seppur marginale utilizzo di “other instruments” in alcuni brani da parte di Metheny.
Messo il vinile sul piatto, perfetta è l’apertura affidata a “Icons at the Fair” (apparsa anche su “Combo 66” del 2018 di Scofield) con la sua introduzione rarefatta ai confini con il folk, prima che l’esecuzione prenda corpo per avvicinarsi a quella originaria proposta in passato da Scofield.
Altra rivisitazione più che riuscita di un “vecchio” brano di Scofield è “Meant to Be” (da “Meant to Be” del 1991), qui “sostenuta” e con il contrabbasso ad aprire la strada alla chitarra.
I giri del vinile aumentano con “Mine Are Blues” (sempre a firma Scofield) che spinge sull’acceleratore prima che “Memorette” ben ricalchi, sebbene con maggior essenzialità, l’idea “manifestata” da Scofield nel 2007 su “This Meets That”.
Bisogna aspettare la chiusura del Side A per il primo brano a firma Holland “Mr. B (Dedicated to Ray Brown)” che mantiene alto il livello con il suo essere un “classico” del jazz.
Girato il vinile, la rilettura tocca a “Not for Nothin’” di Dave Holland (celebre la versione del 2001 in quintetto) che in questa interpretazione scarna mostra tutta la sua bellezza.
La versione proposta di “Easy For You” (di Scofield, presente anche su “What We Do” del 1993) mantiene la sua ambientazione notturna e calda nel suo incedere lento segnando un altro pregevole momento d’ascolto.
Se “You I Love” (di Holland) nella sua esecuzione per “quintetto” (da “Jumpin’ In” del 1984) è un “punto fermo”, non delude nemmeno qui, eseguita in duo.
“Memories Of Home” (di Holland) è esatta nei suoi richiami “folk”, ricchi tra le note di bluegrass, e congeda un lavoro in cui la sapienza e l’esperienza hanno portato “ottimo consiglio”.
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Preparatevi a un rituale. La messa dark dei Depeche Mode sta per cominciare.
Non chiamatela semplicemente una ripresa dal vivo. “M”, l’atteso film concerto dei Depeche Mode che sbarca su Netflix oggi, è molto di più. È un viaggio rituale, un incontro tra il lutto e la celebrazione, incastonato nel cuore pulsante di una città che ha fatto della band un culto secolare.
Immaginate 200.000 fedeli, tre serate esaurite all’Autódromo Hermanos Rodríguez di Città del Messico. È lì, nel 2023, che la macchina da presa del regista pluripremiato Fernando Frías de la Parra ha catturato qualcosa di unico: non solo la potenza del Memento Mori World Tour, ma la sua risonanza profonda con la cultura messicana. La morte, fulcro tematico dell’ultimo album, qui non è un fantasma da scacciare, ma una presenza da abbracciare, cantare, ballare.
“Volevano concentrarsi sullo spettacolo e sul messaggio dell’album“, ha spiegato Frías a NME, “sul ritorno dopo la pandemia e dopo la perdita di Andrew Fletcher“. “M” nasce proprio da quell’assenza. Memento Mori, il quindicesimo album in studio, è il primo senza il fondatore Andy Fletcher, scomparso nel 2022, e il tour è diventato un monumentale atto di resilienza collettiva. “Tutto finirà. Non so quando“, ha confessato Dave Gahan. “Ma dopo che Fletch se n’è andato, abbiamo detto: ‘Cerca di goderti quello che devi fare qui e fai del tuo meglio’“.
La scelta del Messico non è casuale. “I Depeche Mode qui sono una religione“, rivela il regista. “Li trovi alle feste di famiglia che ballano ‘Enjoy The Silence’ e nei mercatini underground che scovano bootleg. Generazioni intere li considerano essenziali“. Questo amore viscerale, questo dialogo tra il synth-pop oscuro e le tradizioni locali, è l’anima del film. Netflix lo descrive come un documento che “esplora il rapporto del Messico con la musica, la mortalità e la tradizione”, incorniciato dalle date sold-out della band.
Dopo l’anteprima al Tribeca Film Festival 2025 e una trionfale distribuzione in oltre 2.500 cinema, “M” completa così il suo percorso, dalla fisicità del disco e del grande schermo all’ubiquità dello streaming. Per gli abbonati di Stati Uniti, Regno Unito ed Europa, sarà l’opportunità di vivere non solo un concerto epico, ma un’esperienza emotiva e culturale unica. Un’immersione in quelle atmosfere di “sexy goth heaven” che lasciano il pubblico “viziato” e in balia di una generosità di hit senza tempo.
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La notte è spesso complice delle rivelazioni potenti. E così, con un verso che evoca un temporale di emozioni – “By midnight came an outburst so much louder than a cloudburst” – Morrissey irrompe nel nuovo anno con un regalo inaspettato: il nuovo singolo ‘Make Up Is A Lie’ che andrà a comporre l’album nuovo dall’omonimo titolo Make-up Is A Lie, che vedrà la luce il 5 marzo, e include una cover dei Roxy Music e una canzone su Lester Bangs.
Il brano singolo, da oggi disponibile sulle piattaforme digitali, è il primo assaggio di un progetto a lungo termine che sta finalmente prendendo forma. Dopo l’annuncio, a dicembre, della firma con la Sire Records (etichetta storica che lo riaccoglie), della pubblicazione della Tracklist e relativo titolo, il cantautore mancuniano ha iniziato a tessere la tela di quello che sarà il suo prossimo album.
Le anticipazioni, come di consueto, sono state criptiche anche se parche e disseminate con precisione quasi teatrale. Il giorno di Natale, attraverso i suoi canali ufficiali, Morrissey ha pubblicato la tracklist del nuovo lavoro, mettendo fine a un equivoco: non si tratta del tanto atteso e rimandato ‘Bonfire Of Teenagers’, ma di un corpus completamente nuovo di canzoni.
Tra i titoli che popolano la lista, spiccano gemme dall’impronta tipicamente morrisseyana: ‘The Monsters Of Pig Alley’, ‘Headache’, e il lapidario ‘You’re Right, It’s Time’. Nomi che promettono il consueto mix di cinismo acuto, osservazione sociale e malinconia poetica che solo l’ex frontman dei The Smiths sa distillare.
Mancano ancora dettagli cruciali: il titolo dell’album e la data di pubblicazione rimangono avvolti nel mistero. Tuttavia, i continui indizi lanciati da Morrissey online questa settimana suggeriscono che l’attesa potrebbe essere vicina alla fine. La strategia di roll-out sembra essere un’opera d’arte in sé, fatta di frammenti e suggestioni, costruendo l’hype senza concedere troppo, fedele alla sua natura di icona indie che sfugge a qualsiasi logica di mercato convenzionale.
‘Make Up Is A Lie’ si presenta come un assaggio stringente e rappresentativo: un inno contro la falsità e la maschera, temi cari all’artista, accompagnato da quel sound che mescola elegantemente rock melodico e atmosfere cupe. È la conferma che, nonostante i silenzi e le polemiche degli ultimi anni, la voce di Morrissey resta un faro inconfondibile e necessario nel panorama musicale.
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L'articolo Dopo la firma per Sire Records, e l’annuncio del titolo del nuovo album Morrissey pubblica il singolo ‘Make Up Is A Lie’. Ascolta proviene da Freak Out Magazine.
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