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Nel panorama musicale contemporaneo, dove tutto sembra calcolato e prevedibile, arriva una notizia che sa di miracolo discreto. Sam Beam, la mente e il cuore dietro a Iron & Wine, ha annunciato l’uscita di “Hen’s Teeth” (“Denti di Gallina”), un nuovo album che non avrebbe mai dovuto vedere la luce. E invece eccolo qui, un reperto prezioso e inatteso, pronto a schiudersi il prossimo mese.
Definirlo semplicemente un “companion” a Light Verse (il suo acclamato lavoro del 2024) sarebbe riduttivo. Hen’s Teeth è piuttosto la sua eco intima, il laboratorio segreto, il lato B di un disco che ha già conquistato i nostri giradischi. È il frutto di sessioni registrate negli ultimi anni con il produttore e ingegnere Dave Way a Los Angeles, canzoni che rischiavano di rimanere per sempre nel cassetto dei “quasi”.
“Il titolo suggerisce l’impossibile. I denti di gallina non esistono. E questo disco era esattamente così: un dono che non dovrebbe essere qui, ma c’è. Una cosa impossibile, eppure reale”.
Queste le parole di Beam, che racchiudono l’essenza di un progetto nato per caso e custodito con cura. Ad accompagnarlo in questo viaggio, una famiglia musicale d’eccezione: sua figlia Arden alla voce, e poi nomi del calibro di David Garza, Sebastian Steinberg e l’amata formazione Americana I’m With Her, che compare in due brani.
Ad anticipare l’atmosfera dell’album arriva il singolo “In Your Ocean”, accompagnato da un video diretto da Spencer Kelly. Un’immagine potente e domestica: una coppia che combatte con un barattolo di marmellata ostinato. Una metafora perfetta per le tensioni e le delicate battaglie quotidiane che Beam sa cantare come nessun altro.
Con l’annuncio, confermati anche i tour in Nord America e Australasia, a dimostrare che questa “cosa impossibile” è pronta a vivere non solo nei solchi del vinile, ma anche dal vivo, in carne e ossa.
“Hen’s Teeth” non è solo un nuovo capitolo discografico. È la prova che la musica più necessaria a volte nasce ai margini, nei ritagli di tempo, e che la bellezza può fiorire proprio dove meno te l’aspetti. Prepariamoci ad accogliere un piccolo, prezioso miracolo.
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Per decenni sono rimaste nascoste nei B-side, nelle compilation tributo, nelle bonus tracks o semplicemente dimenticate su un hard disk. Sono le reinterpretazioni che i Dandy Warhols hanno registrato nel corso della loro carriera, gemme sparse che finalmente trovano una casa comune. Oggi la band di Portland annuncia “Pin Ups”, un album di cover che è molto più di una semplice raccolta: è un’autobiografia sonora, una mappa delle influenze e degli incontri che hanno definito il loro sound. Uscita fissata per il 20 marzo 2026 via Beat The World Records / Little Cloud Records.
Il progetto nasce da un desiderio a lungo accarezzato. “Parliamo da anni di riunire quante più cover possibili che abbiamo fatto per territori o progetti specifici e di renderle disponibili a tutti. Finalmente sta accadendo”, rivela Zia McCabe. Non si tratta di un album convenzionale, ma di un viaggio nella memoria musicale della band. Ogni traccia scelta – da The Cure a Bob Dylan, dai Gang Of Four ai Beatles, passando per The Clash, The Cramps e The Runaways – è un tassello della loro identità.
Ad accompagnare l’annuncio arriva il primo singolo: una versione inedita e brillante di “Kiss Off” dei Violent Femmes, con Zia McCabe alla voce. Il brano, rimasto “sepolto” per anni, viene ora resuscitato con uno swagger mod e un’energia frizzante tipicamente Dandy. “Non posso credere che questo gioiello sia stato semplicemente abbandonato su un hard drive”, commenta McCabe.
L’approccio del quartetto oscilla tra reverenza e reinvenzione. In “Pin Ups” si passa dalla minaccia surf-tinged di Goo Goo Muck (The Cramps) al power-pop esplosivo di Cherry Bomb (The Runaways), dal calore americano di You Ain’t Going Nowhere (The Byrds) all’urgenza ipnotica di Primary (The Cure). Ogni scelta è personale, come spiega Peter G. Holmström: “Sono alcune delle nostre canzoni preferite, o di band che amiamo, o semplicemente brani che ammiravamo. Alcuni non sono mai stati pubblicati, altri erano nascosti in progetti oscuri, ma tutti hanno significato qualcosa per noi”.
E il significato è spesso anche umano: molti degli artisti reinterpretati sono amici o colleghi con cui i Dandy hanno condiviso esperienze. “Quasi ogni band che omaggiamo qui è composta da amici o artisti con cui abbiamo avuto un rapporto significativo”, conferma Courtney Taylor-Taylor, notando però con un sorriso: “Riguardando tutte le canzoni, però, mi sono accorto che non abbiamo mai incontrato gli artisti degli anni ’60. Strano”.
“Pin Ups” arriva in un momento di forte slancio creativo per la band, dopo l’acclamato “Rockmaker” (2024) e il successivo lavoro sperimentale “Rock ReMaker” (2025), e dopo le due intensissime performance con la Oregon Symphony. “Suonare con la Symphony ha alzato l’asticella di quanto potere emotivo e psicologico si possa raggiungere con la musica dal vivo”, riflette Taylor-Taylor.
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Pin Ups’ Tracklisting
Side One
Cherry Bomb (The Runaways)
What We All Want (Gang Of Four)
Primary (The Cure)
Kiss Off (Violent Femmes)
Goo Goo Muck (The Cramps)
Rain (The Cult)
Side Two
Straight To Hell (The Clash)
Sister Golden Hair (America)
Lay Lady Lay (Bob Dylan)
Ripple (The Grateful Dead)
Easy Chair (The Byrds)
Blackbird (The Beatles)
Side Three
The Beautiful People (Marilyn Manson)
Love Song (The Damned)
Jet Boy (New York Dolls)
She Sells Sanctuary (The Cult)
Inside The Outside (Love And Rockets)
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I Midlake meritano di essere “inscritti” nella storia della musica per (almeno) due distinti motivi: aver pubblicato nel 2006 il meraviglioso “The Trials of Van Occupanther” e aver contribuito nel 2010 alla realizzazione del non meno splendido “Queen of Denmark” di John Grant.
“The Trials of Van Occupanther” si mostrava, infatti, opera di pregio nella sua esatta sintesi tra “folk”, “rock” e “indie”, opera che una mirabile “Roscoe” faceva da giusta sintesi con il suo incipit in odore dell’iconica “(Don’t Fear) The Reaper” dei “Blue Öyster Cult” e che acquerelli d’autore quali “Head Home”, “Young Bride”… contribuivano a renderla unica.
“The Trials of Van Occupanther” rappresentava però per i Midlake anche il punto del non ritorno, per una discografia che nel tempo non riusciva ad avvicinarsi al senso di compiutezza toccato da quel disco, restando negli altri titoli sempre più di un passo indietro.
Da menzionare però “Live at Roundhouse” (del 2023 e contenente registrazioni dal vivo del 2022) che non solo si dimostrava una “buona” raccolta dei loro brani migliori extra “The Trials of Van Occupanther”, ma che presentava anche versioni estese e alternative di alcune loro composizioni come “Noble” o “Head Home”.
Ora con il bel “A Bridge To Far” (Bella Union) i Midlake compiono (invece) un passo avanti, accorciando notevolmente la distanza che li separava da “The Trials of Van Occupanther”, per un disco che si propone come sua “nuova” valida alternativa.
Messo l’LP sul piatto, tra flauti e visioni “pastorali” apre la più che riuscita “Days Gone By” con il suo cambio da delicato progressive anni settanta.
Non meno riuscita è la morbida “A Bridge To Far”, mentre poi i giri aumentano con “The Ghouls” che si lancia come un cavallo in corsa tra selve e boschi.
“Guardians” (con Madison Cunningham alla voce) si eleva fluttuando tra psichedelia e folk sognante.
Chiude un side A di tutto rispetto, “Make Haste” esatta nei suoi contrasti tra il solido riff e i liquidi frammenti sonori.
Girato il vinile la musica (fortunatamente) non cambia e anche “Eyes Full Of Animal” si mostra brano indovinato nel suo incedere.
Giunge quindi “The Calling” (singolo dal piglio “rock” perfetto) che si candida a miglior composizione dell’intero disco, con una linea vocale che si incolla sulla pelle e che rimane impressa nella mente.
Se con “Lion’s Den” tornano sonorità più prossime al folk-rock, “Within/Without” riporta l’ascolto verso territori più da raffinata ballata glam rock.
“The Valley Of Roseless Thorns”, con la sua classicità e pacatezza, congeda elegantemente un lavoro che si è mostrato tra le più belle sorprese del 2025 (e non solo).
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Nell’era del remix e della riscoperta, tre voci distintive della scena musicale indipendente britannica scelgono una strada più intima e audace. Bernard Butler (ex-Suede), Norman Blake (Teenage Fanclub) e James Grant (Love and Money) non sono un supergruppo nel senso tradizionale. Sono archeologi e alchimisti, e il loro nuovo progetto, ‘Murmurs’, in uscita il 27 marzo per 355 Recordings, ne è la prova.
Dopo l’omonimo debutto del 2025, il trio non presenta una collezione di inediti, ma compie un gesto poetico: riportare in vita, trasformandole, gemme dei propri cataloghi personali. È un dialogo a tre voci, un riannodare i fili di carriere parallele in un unico arazzo sonoro.
L’anteprima, ‘Lonely Night’, è un manifesto di questa filosofia. Scritta originariamente da Norman Blake come bonus track per l’album dei Teenage Fanclub ‘Shadows’ (2010), viene qui trasfigurata. L’arrangiamento soulful, la chitarra malinconica e pregna di sentimento di Butler, e le voci intrecciate dei tre, ne estraggono una venatura di desiderio e nostalgia che forse era solo accennata nella versione originale. È la magia di un nuovo sguardo collettivo su un’idea passata.
Ma ‘Murmurs’ non è solo uno sguardo introspettivo. Il trio apre le porte a un ospite speciale: ‘Me & Magdelana’, l’unico brano non firmato dal trio, è una composizione di Ben Gibbard (Death Cab For Cutie), scritta per i Monkees. La sua inclusione è un indizio: il disco è un atto di amore per la canzone in sé, indipendentemente dalla sua origine.
L’uscita, prevista in CD, digitale e in preziose edizioni limitate in vinile cristallo e argento, sarà seguita da un tour primaverile nel Regno Unito. Dal Kendal Brewery (22 aprile) alla Cadogan Hall di Londra (24 aprile), fino al Crookes Social Club di Sheffield (28 aprile), sarà l’occasione di ascoltare dal vivo queste “conversazioni musicali”, dove il passato di ognuno diventa patrimonio comune e materia viva per il presente.
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Il 13 settembre 2025 Christer Bothén, classe 1941, ha compiuto 84 anni.
Ed all’età di 84 anni, Bothén ha dato alle stampe “Christer Bothén Donso N’Goni” (edito per la Black Truffle e contenente registrazioni comprese tra il 2019 e il 2023 ) nonché a nome Christer Bothén 3 l’ottimo “L’Invisible” (edito per la Thanatosis Produktion e contenente registrazioni del 2024).
In vero Bothén, superati “gli ottanta”, si era già mostrato piuttosto attivo, prendendo parte nel 2022 allo splendido progetto Ghosted e nel 2023 al riuscito “Echoes” dei Fire! Orchestra; da menzionare poi, sebbene di qualche anno precedente, anche la collaborazione con Sara Lundén per “Love Songs” del 2019, LP meritorio, sospeso tra “cupo” ed “estremo” cantautorato e sperimentazione (di pregio “No One”, “Death”…) di cui si consiglia vivamente l’ascolto).
Che Christer Bothén fosse stato colpito dal “mal d’Africa” è fatto noto tanto che già nel 1984 ne aveva ben esplorato le sonorità con il bel “Trancedance” (realizzato con il Bolon Bata, altro disco che merita l’ascolto), lavoro che però non si limitava a circoscrivere il proprio raggio d’azione al continente nero, orientandsi verso l’ethno jazz (“Trance Dance” e “9 + 10 Moving Pictures For The Ear”) e con uno spettro sonoro proteso fino a lambire i confini della fusion (“Mimouna”) e del reggae (“The Horizon Stroller”).
Con “Christer Bothén Donso N’Goni”, Bothén, invece, si concentra sull’Africa e sul donso n’goni, restituendo un disco dal particolare fascino e a suo modo di “ricerca e scoperta” etnica.
Sul sito della Black Truffle (https://www.blacktrufflerecords.com/ consultato il 9 dicembre 2025) si legge: “The seven pieces of Christer Bothén Donso n’goni offer up a stunning showcase of Bothén’s work on this remarkable instrument, heard entirely unaccompanied, except for the final piece where he is joined on a second Donso n’goni by his student and collaborator, the virtuoso bassist Kansan/Torbjorn Zetterberg, and Marianne N’Lemvo Linden on the metal Karanjang scraper… Six of the seven pieces are traditional, with Bothén contributing the remaining ‘La Baraka’….”.
Nel recensire “V Vetru Noči Šepetajo Trdopadla Zaklinjanja” dei Širom, scrissi: ‘Ho vissuto come “ascolto” la mia “esperienza” con la musica “etnica” (da sempre amata) ponendola in contrapposizione a quella (meno amata) comunemente conosciuta come “world music”; in particolare ricordo quando, nei cassetti dello storico negozio di dischi partenopeo Demos, scoprii da ragazzo i dischi dell’Ocora (Office de Coopération Radiophonique), etichetta francese legata a Radio France specializzata in field recordings di musica etnica. Il primo disco dell’Ocora che acquistai fu “Cameroon: Flutes Of The Mandara Mountains”… e da lì a seguire ogni titolo che riuscissi a trovare, fossero improvvisationi vietnamite, sure del corano, musica sacra tibetana, canti liturgici buddisti… musica dal Gabon, dall’Iran, dall’Ouzbekistan…: una “Pangea” di suoni del mondo dal mondo.’; ebbene “Christer Bothén Donso N’Goni” mi ha riportato alla mente quegli ascolti passati.
– “L’Invisibile”
Nel 2021 a nome Christer Bothén 3 (Bothén: bass clarinet, contrabass clarinet; Vilhelm Bromander: double bass; Konrad Agnas: drums), veniva pubblicato “Omen”, disco diviso in due lunghe “suite” (“Omen/The Spirit Of…” e “Northern Rim/Åhana/77”) entrambe vicine a un certo jazz, free, più “nervoso” e con aperture “pacate”.
Ora con “L’Invisibile” (sempre a nome Christer Bothén 3), Bothen cambia formazione e strumenti; con lui all’inside piano e bass clarinet ci sono Kansan Zetterberg (contrabbasso) e Kjell Nordeson (vibrafono, batteria).
“L’Invisibile”, anch’esso diviso in due “Partie”, partendo da alcune sonorità più “pacate” esplorate in “Omen”, restituisce atmosfere avvolgenti, notturne, fumose e calde, accarezzate dai fraseggi degli strumenti che ora parlano ora sussurrano con un “singolare” unico linguaggio, in cui anche i momenti più “dissonanti” e “free” suonano prevalentemente con morbidezza; solo a metà della “Partie 2” il ritmo aumenta e i fiati iniziano a stridere prima che il tutto collassi con Bothén a pizzicare le corde del pianoforte… per poi ripartire di ritmica e nuovamente collassare in informe materia.
Christer Bothén, raggiunti gli 84 anni, sta mostrando a tutti come la “grande” musica non abbia età!
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Christer Bothén Donso n’goni by Christer Bothén
L'articolo Christer Bothén: quando la “grande” musica non ha età! proviene da Freak Out Magazine.
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