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Un annuncio a bassa frequenza, ma dirompente. Dopo il silenzio magnetico seguito all’ingresso nel leggendario roster della Sub Pop, i sommi sacerdoti del drone metal, i Sunn O))), spezzano l’attesa. Il 3 aprile vedrà la luce il loro nuovo, monumentale lavoro, semplicemente battezzato “Sunn O)))”. Non un semplice album, ma una dichiarazione d’intenti, una mappa geologica del loro universo sonoro, incisa per la prima volta sotto l’egida del celebre marchio di Seattle.
Il processo creativo ha radici profonde, letteralmente. Le registrazioni ai Bear Creek Studios, nel verde dello Stato di Washington, non sono state un mero fatto tecnico, ma un rito d’immersione. Come racconta Stephen O’Malley, le ampie finestre dello studio sui boschi hanno trasformato la session in un’esperienza organica: escursioni, tempo trascorso tra gli alberi, la natura diventata parte integrante della trance compositiva. Un elemento che promette di permeare le stesse fondamenta delle nuove distese sonore.
Al fianco di O’Malley e del compagno di axe Greg Anderson, figura Brad Wood, produttore dal pedigree illustre (Hum, Sunny Day Real Estate), scelto per plasmare questa nuova colata di lava sonora. Ma è la sintesi tra i due fondatori a restare il nucleo pulsante. Anderson descrive un legame in “costante movimento”, un flusso imprevedibile “in avanti, all’indietro, di lato”. È questa dinamica fluida, questo viaggio senza una vera destinazione, a tenere viva la fiamma dopo decenni di oscuri monumenti alle sei corde.
Un assaggio di questo viaggio è già tra noi: “Glory Black”, il mastodontico brano di chiusura di dieci minuti, è stato infatti rilasciato. Un inno che esemplifica la poetica della band: un’implosione da “nana bianca” di pesantezza che si trasfigura in una bellezza austera, quasi liturgica. Un arco emotivo che promette epicità.
E dopo l’ascesa in studio, la discesa tra i fedeli: i Sunn O))) hanno annunciato un tour primaverile che toccherà templi del rock come Phoenix, Austin, New Orleans, Atlanta, Philly, Montreal e Chicago. Una lista che, significativamente, per ora esclude New York City, ma che lascia intravedere altre date misteriose in attesa di essere svelate.
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L'articolo I Sunn O))) svelano un nuovo, omonimo, album nato nel cuore dei boschi proviene da Freak Out Magazine.
Quest’anno i CUT compiono trent’anni. Per l’occasione, la band bolognese ha da poco iniziato un tour in giro per l’Italia e prossimamente suonerà anche in Gran Bretagna, dove negli anni ha coltivato un nutrito e fedele seguito. Da pochi giorni ha anche ristampato, per Area Pirata, in vinile, il disco del 2003 “Bare Bones”. Quello che segue è un estratto di una lunga e piacevole chiacchierata con Ferruccio Quercetti, chitarrista e voce che da trent’anni, insieme a Carlo Masu, anch’egli chitarra e voce; diede inizio a una delle più longeve esperienze rock dell’indie italiano. La band è completata da Tony Booza alla batteria e alle percussioni.
Siete carichi per questo nuovo tour?
Sì, molto. Noi abbiamo attraversato tante fasi della musica in generale e della scena indipendente in particolare dal ’96 in poi e ci accorgiamo che 30 anni sono un piccolo traguardo. Che poi noi l’abbiamo raggiunto quasi senza volerlo, nel senso che per gran parte della nostra esistenza siamo stati talmente impegnati a sopravvivere, a tenere insieme la band a causa delle mille vicissitudini che ci hanno caratterizzato fin dagli esordi, con i cambi di formazione, che il tempo passava e non ci accorgevamo neanche che gli anni cominciavano ad affastellarsi e noi avevamo soltanto in mente di far uscire il prossimo disco. Quindi questa quotidiana lotta per la sopravvivenza faceva sì che ci fosse sempre un altro traguardo, ma non in termini temporali, in termini proprio di concreta realizzazione di cose che volevamo fare, sentivamo il bisogno di fare. Ci eravamo sempre spinti in avanti, finché ci siamo guardati indietro e ci siamo resi conto che sono passati 30 anni. A me sembra che siamo nati ieri! Quando penso alle carriere di band tipo i Clash, che sono vissuti dal ’76 all’’85 se vogliamo contare anche la fase di “Cut the Crap”. Ma diciamo fino all’’83, perché io li considero fino all’abbandono di Mick Jones, quindi con “Combat Rock”. Sì, appunto, pensa che i Clash hanno condensato tutto questo in sette, otto anni. Sono pochi i gruppi che durano 30 anni, no? Noi ci siamo arrivati per due motivi. Primo, perché io sono nato nella provincia abruzzese, negli anni ’80, in cui già il semplice fatto di suonare, riuscire a creare, a mettere insieme una band era un traguardo pazzesco. Avevo solo la musica come outlet, per esprimere le mie sensazioni, le mie emozioni e tutti i turbamenti. Secondo, era difficile trovare semplicemente qualcuno con cui suonare e fare la tua musica. Era un’impresa. Quindi quando a Bologna sono riuscito a creare una band, penso che questo valga anche per Carlo (che è l’unico membro storico rimasto insieme a me di quella formazione dalla prima prova del gennaio ‘96) che comunque girava, riusciva a fare concerti, dischi, per me era una cosa grandiosa e così non ho più mollato. Quando riesci a trovare la cosa che hai desiderato così tanto, la perseveranza viene quasi da sé. Questo per dire che sì, siamo molto carichi, anche se in fondo abbiamo utilizzato questa cosa dei 30 anni non tanto per autocelebrarci, ma per la prima volta per guardare indietro, cosa che non abbiamo mai fatto, proprio perché abbiamo sempre guardato in avanti. Questo non vuol dire che adesso guarderemo solo indietro, vuol dire semplicemente che per una volta abbiamo detto “mettiamo un punto, caspita, sono 30 anni, fermiamoci un attimo a pensarci e godiamoceli” facendo un bel tour e cercando di mettere insieme anche tutti i contatti che abbiamo avuto nel corso degli anni, le collaborazioni; molte date le facciamo in locali dove ci sono amici. Per esempio a Bologna suoneremo al Covo, dove siamo nati. Lì c’era la sala prove, dove ci siamo visti per la prima volta e per i primi anni abbiamo provato lì dentro. Quindi il party dei 30 anni lo facciamo lì. È un modo anche per ricollegare certi fili, è un’occasione per rivedere tanti amici. Per noi questo tour è un po’ un ripercorrere la nostra storia e cercare anche di proiettarci in avanti, finché l’entusiasmo che abbiamo ci sostiene.
Rispetto alla durata di una band, restando in ambito indie, in Italia al momento chi è longevo come voi o più di voi?
Julie’s Haircut, che sono di uno o due anni più vecchi di noi. Poi ci sono i Not Moving, anche se loro si sono fermati. Non vorrei fare torto a nessuno.
Nella Gamma Pop (etichetta fondata proprio dai CUT nella seconda metà degli anni ’90) non c’era anche un membro dei Julie’s Haircut?
Loro ci hanno sempre aiutato. Con i Julie’s Haircut c’è un rapporto amicale, storico. Pensa che in una delle prime edizioni del Meeting delle Etichette Indipendenti, noi eravamo appena nati e credo che avessimo fatto soltanto la compilation “Metal Machine Muzak”, che presentammo, se non ricordo male, a questa manifestazione. Li abbiamo conosciuti lì, perché due di loro erano DJ di Radio Antenna 1, una radio storica, leggendaria, fantastica del modenese. Erano Laura, la bassista, e Nicola, il chitarrista. Ci intervistarono e ci diedero un loro demo e da lì ci gasammo perché era una band con una capacità compositiva ed una freschezza pazzesche. Sembrava realmente di ascoltare qualcosa che usciva in termini di rock contemporaneo, paragonabile ai Pavement, ai Teenage Fanclub, ai Cure, ai Sonic Youth, ai Pixies e con un approccio anche un po’ più rollingstoniano, quindi anche con tanto classic rock, ma rivisitato alla loro maniera. Infatti, producemmo subito il loro primo 7’, poi i loro primi due album e una serie di singoli ed EP. Loro furono i primi che pubblicammo, ma ci aiutarono anche nella gestione della stessa etichetta, perché erano già un po’ capaci di utilizzare il web. All’inizio la cosa era così, chi sapeva fare qualcosa dava una mano, quindi c’è sempre stato un mutuo aiuto e un supporto, come avvenne anche con i membri di altre band.

Racconti gli inizi dei CUT?
All’inizio della nostra storia, abbiamo avuto un periodo molto turbolento. All’inizio eravamo in sei. I CUT sono nati dopo che sono tornato dall’Erasmus che ho fatto in Inghilterra. Avevo una gran voglia di avere per la prima volta una vera e propria band, quindi iniziai a sondare un po’ il terreno. Carlo lavorava alla Phonoteca, che era un circolo culturale, in cui c’era un interscambio di CD tra i soci ed era diventato un punto di riferimento a Bologna. Ci si incontrava lì spesso per chiacchierare di musica, ho visto mille band nascere e formarsi fra quelle quattro mura. Con Carlo ci eravamo conosciuti prima che io partissi per l’Inghilterra perché eravamo amici dei Three Second Kiss. Io ero molto amico di Sergio, Carlo era molto amico di Massimo. E io avevo un piccolo progetto insieme a un amico tedesco, Marcus Bauck, detto Bitti, di Berlino, con cui feci il mio primo demo. Lui mi ha spinto a pubblicare per la prima volta le mie canzoni, a farle sentire a qualcuno. Io ero timidissimo, senza di lui probabilmente non sarei qui. Con lui, avendo questa conoscenza con Sergio, Sergio ci propose di aprire un loro concerto. Nel frattempo, Massimo, il bassista dei Three Second Kiss, che era amico di Carlo, aveva proposto a Carlo di aprirgli lo stesso concerto. E quindi ci ritrovammo a suonare tutti nella stessa serata. Carlo faceva delle cose da solo, in acustico. Ci conoscemmo lì. Poi io partii per il Regno Unito, tornai dopo un anno, dopo un anno a Brighton, con la ferma intenzione, questa volta, di formare una band, volevo riprendere un po’ i pezzi fatti con Bitti. Stavo scrivendo sempre di più. Quindi misi insieme questa formazione un po’ così, ma ci mancava il bassista, inoltre conoscevo Luisella che avrebbe suonato la chitarra ed Elena, che era una mia compagna di corsi all’università. Trovammo questo batterista, mi sembra di ricordare tramite Carlo, che era l’ex batterista di un gruppo di Pesaro. Facemmo questa prima prova. Ci mancava il bassista, io chiesi a Carlo: “Carlo, hai voglia di venire stasera, facciamo la prima prova, vieni al Covo?”. E Carlo si presentò col basso, dopo aver detto “Ah, non lo so, adesso vedo, se riesco a venire”. E sì, arrivò. E praticamente è l’unico rimasto di quella prima formazione.
Come sono i rapporti con gli ex membri dei CUT?
All’inizio ci sono state varie entrate, uscite, soprattutto tantissimi batteristi, ne abbiamo persi per strada tanti. Le prime defezioni sono state un po’ animate. Eravamo giovani, eravamo molto irruenti. Poi abbiamo imparato a conoscerci dentro al gruppo. Spesso i gruppi si formano tra amici, noi invece non eravamo amici. Con Carlo ci conoscevamo un po’, così, ma abbiamo dovuto imparare a conoscerci dentro la band. All’inizio ci sono state varie fasi, infatti con alcune delle prime persone con le quali abbiamo suonato, non sempre ci siamo lasciati bene. Poi piano piano ci siamo un po’ assestati. Abbiamo sempre avuto questo problema endemico del batterista. Verso il 2002, 2003, dopo che se n’è andata Elena, siamo diventati un trio. Siamo rimasti io, Carlo e Francesco Bolognini, che è stato il nostro batterista per 10 anni. In quel momento le cose sono un po’ cambiate, nel senso che abbiamo avuto un approccio differente, perché se da un lato è rimasta l’intensità, dall’altra siamo riusciti a viverla in maniera meno viscerale. Dal punto di vista anche delle relazioni interne al gruppo. Dal 2017 abbiamo trovato finalmente una stabilità, con Tony, il batterista, che suona anche in altri progetti e che conosciamo da una vita. È un amico da tanti anni, e finalmente con lui, adesso siamo tranquilli e speriamo che duri il più possibile.
Hai qualche aneddoto da raccontare?
Gli aneddoti più spettacolari sono quelli legati ai tour. Abbiamo fatto questo tour in Lituania, Lettonia, Repubblica Ceca e Polonia nel 2009, che è stato pazzesco, in cui c’è stata anche una sparatoria, fuori da un locale a Kaunas, che è la seconda città della Lituania dopo Vilnius. In questo locale, che era in pieno centro, si svolgeva un piccolo festival in cui eravamo, non so perché, gli headliners. Arrivammo il pomeriggio, c’era una pletora di band hardcore che suonavano, prima di noi c’era un gruppo polacco, mentre suonava questa band, con il locale pieno di gente, io e Francesco, batterista dell’epoca, uscimmo per fumare. A un certo punto si avvicinarono dei personaggi alla cassa e cominciarono a discutere animatamente, finché non scoppiò una rissa. Contemporaneamente stavano arrivando dalle stradine laterali dei personaggi con i caschi e le mazze e scoppiò un casino. Noi schivammo le botte, restando attaccati al muro e riuscimmo a rientrare dentro il locale. Alcuni di quelli del locale, accorgendosi di ciò che stava succedendo fuori uscirono e la rissa divenne una battaglia per strada. Quando rientrammo il cantante della band polacca, facendo stage diving, si slogò un ginocchio. Quindi c’era anche questa situazione di questo ragazzo che aveva il ginocchio in mano e che urlava. A un certo punto, in mezzo a questo casino, si sentirono dei colpi di pistola. Lì ho capito cosa vuol dire avere la sensazione di sentire il sangue che si gela nelle vene. Dopo questi colpi di pistola, mi ricordo che uno degli organizzatori, un ragazzo alto, biondo con i dreadlocks, rientrò piegato in due. Io per 5 minuti pensai che gli avessero sparato, delle ragazze lo aiutarono a riprendersi, ma in realtà gli avevano spruzzato dello spray al peperoncino. E mi avvicinai a lui, visto che la situazione si era calmata, e gli dissi: “Guarda, dopo quello che è successo non so se è il caso di suonare”. E lui fa: “No, no, Punk-rock, Lituania, voi suonare?”. E io “Ok. Suoniamo, suoniamo”. Abbiamo suonato ed è stato bellissimo, anche perché erano riusciti a respingere questi assalitori che poi scoprimmo essere dei fascisti, dei tifosi della squadra locale, che ce l’avevano con questi ragazzi che erano dell’area anarco-punk. Spesso li provocavano quando facevano queste iniziative, solo che quella sera è degenerata. Non ricordo mai di aver visto una rissa così militarizzata. Loro contenti, perché erano riusciti a respingerli. Poi capii che i colpi di pistola erano stati sparati da una scacciacani di uno dei ragazzi che era lì, che se la portava proprio perché sapeva che c’era il rischio degli scontri. Aveva sparato in aria, i fascisti si spaventarono e scapparono. Quindi abbiamo suonato ed è stato bellissimo, perché facevano le piramidi umane. Sembrava di suonare per una tribù che aveva appena vinto una battaglia. Anche le ragazze esultavano eccitate! Per me è stato un concerto fantastico, bellissimo, ma in alcuni momenti pensavo, “Adesso moriamo qua, entra uno armato e ci ammazza tutti, finisce qua la nostra vita.”
Però immagino che sia stata una serata intensa in cui avete vissuto emozioni e sensazioni forti ed estreme.
Sì, è stato pazzesco. Poi è stato bello, perché abbiamo avuto un senso di liberazione. Incredibile! Solo che rimaneva sempre un po’ la paura, perché quando stavamo smontando, temevamo che questi tornassero, perché la gente se n’era andata, per cui eravamo rimasti noi e pochi altri ragazzi. Solo che a quel punto è subentrato il vero padrone del locale, che ci fa: “Non vi preoccupate, che se tornano…!” e tira fuori una pistola, tipo una 44 Magnum, vera, stavolta. In quel momento, mi sono sentito molto più sicuro (risate).
A proposito di quegli anni, voi da subito avete cominciato a girare anche fuori dall’Italia?
Sì, perché Elena, che è croata, aveva dei contatti. Abbiamo suonato in Croazia, Polonia, Slovenia, Slovacchia, Austria. Tuttavia, il nostro rapporto più intenso con l’estero è stato con l’Inghilterra, grazie ai Settelfish, un gruppo di Bologna, che sono tra i nostri più cari amici. Quando eravamo ragazzini venivano a vedere i nostri concerti. Ebbero una rapida crescita come band, perché già col loro secondo album sono passati su Deep Elm, etichetta rispettata e amata che li ha fatti girare in Usa ed Europa. In occasione di uno di questi tour nel 2008, ci hanno voluto portare con loro, così abbiamo fatto un paio di date in Francia e poi un lungo tour inglese. A qualcuno dei promoter siamo piaciuti e siamo rimasti in contatto. Da lì, a parte i primi due anni che abbiamo fatto fatica a tornare, dal 2010, 2011, siamo tornati praticamente tutti gli anni, anche due o tre volte all’anno. Lì abbiamo costruito il nostro piccolo seguito. È bello tornarci, nonostante adesso sia il paese forse più complicato.
Tant’è vero che ci avete fatto un live “The Battle of Britain”?
Sì nel 2011. È bello tornarci perché nonostante i cachet siano molto bassi e l’ospitalità sia molto più scarna di quella che troviamo in Italia, è bello perché loro sono veramente un pubblico fedele. Considera che non avevamo distribuzione internazionale, né i video o i brani che passavano in radio, quindi quando nel 2010 suonammo a Sheffield, si avvicinarono dei ragazzi, che ci dissero “Siamo contenti che siete tornati, vi abbiamo visto due anni fa. Quando abbiamo visto i vostri nomi siamo tornati”.
Voi siete andati avanti senza agenzie di booking, senza promozione, e come si fa a resistere in questo modo e soprattutto, come si fa ad avere successo nel mondo indie?
Adesso abbiamo un’agenzia, stiamo collaborando con dei ragazzi. Il tour manager l’abbiamo avuto ogni tanto, occasionalmente, come in quel famoso tour in est Europa, Enrico di Locusta è venuto con noi, ci ha aiutato. Però noi non abbiamo mai goduto di chissà quali supporti. All’inizio grazie a Gamma Pop abbiamo riscontrato l’interessamento di qualche agenzia, ma sempre in maniera bonaria, nel complesso abbiamo fatto praticamente sempre tutto da soli. Mi pesa solo perché, avendo un altro lavoro e avendo cominciato ad avere anche una certa età, faccio fatica a trovare le energie per riuscire, tutte le volte, a scrivere una mail, rispondere a un messaggio, a interpellare il locale, perché ci vuole tanta energia per mettere il gruppo on the road. Noi adesso ci appoggiamo ad altre realtà, solo per questo motivo. A noi sarebbe piaciuto sempre soltanto fare dischi e concerti. Poi ci siamo ritrovati nella condizione di dover sopperire a tante carenze strutturali, perché attorno a noi non c’erano delle strutture che ci potevano supportare, quindi l’abbiamo fatto senza problemi, perché era tanta la voglia di andare in giro a suonare e far conoscere la nostra musica, confrontarci con altre persone che la pensavano come noi, o che vivevano la musica nella nostra stessa maniera.
Avete avuto e avete successo, nel senso che avete girato e siete comunque apprezzati. Oggi è cambiato totalmente il mondo della musica, dei concerti, nonostante tutto siete andati avanti. Cosa diresti, quindi, a un ventenne, un quindicenne che ama il rock and roll?
Per noi il veicolo espressivo della band era l’unico che avevamo a disposizione. Da adolescente, quando vivevo ancora a Giulianova morivo dalla voglia di suonare, di avere un gruppo e riuscire a comunicare quelle stesse emozioni, per sfogare le mie in primis, ma poi anche per restituirle a qualcun altro. Le stesse emozioni che provavo quando ascoltavo gli Hüsker Dü, The Replacements. Abbiamo in qualche modo covato questo desiderio per così tanto tempo. Lo stesso Carlo viene da Tempio Pausania, in Sardegna. Siamo cresciuti lontano da dove avvenivano le cose, quindi per molto tempo abbiamo letteralmente anelato. Quando riuscivo a trovarmi in una situazione in cui vedevo qualche punk, qualche dark, qualcuno che era vicino alla mia cultura, a quello che leggevo su Rockerilla. A un ragazzo di oggi non saprei cosa dire, perché gli strumenti della contemporaneità, li utilizzo per fini pratici, non come stile di vita, perché per fortuna, o per contingenza, o per sfortuna, ho sviluppato la mia passione per la musica al di fuori di questi strumenti. La passione per la musica è nata da un vinile messo su un piatto, solo nella stanza con questo disco e ti esplode il cervello. Oppure quando andavo al concerto e solo vedere come erano fatti i musicisti, perché non avevo la possibilità di vedere una foto o un video, era già un’emozione. Questo era il mio rapporto con la musica. Adesso questi strumenti mi consentono di soddisfare delle curiosità che ho sempre avuto. Tutto questo si trova sul web, io me lo godo tantissimo. Non so cosa tutto questo possa significare per un ragazzo che invece si ritrova già tutto, non riesco a mettermi nei suoi panni. Per me ogni disco era una conquista, anche solo arrivare a poter arrivare nel posto dove c’era un determinato disco era una conquista. Quando poi sono riuscito nel mio piccolo a essere io quello che faceva quel disco, e poi magari c’è un ragazzo che se lo ascoltava da qualche parte, per me è stato il top e da allora mi sono detto: “io non la mollo questa cosa”, perché è la cosa che mi ha dato e mi dà tante emozioni e soddisfazioni, che il successo per me è riuscire ad andare a suonare in giro per il mondo. Ci sono delle persone che non conosci, che abitano dall’altra parte del mondo, come io abitavo in un’altra parte del mondo rispetto agli Hüsker Dü, e che vengono a vedere il tuo concerto. Per me quello è il successo. Io già l’ho raggiunto nel mio modo di fare musica. È ovvio che condizioni migliori farebbero piacere, viaggiare comodi, prendere qualche soldino in più per poter poi magari fare un disco, però se non ci sono pazienza. Quello che conta è che siamo qua, suoniamo, facciamo la nostra musica, come pare a noi, incontriamo persone che hanno lo stesso approccio nostro a queste cose, e c’è un interscambio che senza il quale io non so come vivrei. Questa è la mia esperienza, non so se può essere trasferita a un ragazzo. Per me, il successo è essere riuscito a mettere insieme una band che è in grado di fare dei dischi senza che nessuno ci rompa le scatole, cioè, facendo esattamente quello che vogliamo fare. Le uniche persone da cui dobbiamo rendere conto sono gli altri membri della band, perché giustamente condividono i loro sforzi, condividono l’impegno.
Alla luce di quello che hai detto finora, quanto di questo approccio è dovuto alla passione e quanto a un’indole ideologica, nel senso di approccio all’indipendenza?
Ho sempre amato anche musica che non era necessariamente indipendente. Si può fare bellissima musica anche con un fine meramente commerciale. Tante cose che noi amiamo del passato sono state messe in circolazione per un mero fine commerciale, però sono belle, magari non dagli artisti stessi, ma dalla struttura che era loro intorno. Le motivazioni sono fondamentali. Uno può stare anche sull’etichetta più indipendente del mondo, ma se non ha niente a che vedere con quello che io considero la bellezza di fare musica e di stare in questo mondo, allora tanto vale che provi a entrare direttamente nel circuito del mainstream. Secondo me la bellezza sta nella voglia di incontrare persone che hanno il tuo stesso approccio, di girare il mondo e incontrare uno che che abita a Helsinki, con cui si condividono sensibilità, emozioni. Poi c’è una cosa che purtroppo si è diffusa molto anche nel nostro circuito, che è il bisogno di consenso, di like, per quello che si fa. Quello che volevo fare con la mia musica non era piacere alla gente, ma era comunicare qualcosa a qualcuno. Io non sapevo chi era questo qualcuno. Non è che mi interessava avere un riscontro di popolarità, ma non mi è mai interessato, anche perché ero convinto che la musica che mi piaceva, non sarebbe mai stata popolare. Io mi sentivo un reietto, nel mio contesto, nella mia classe. Potevo dire: “anche Morrissey si sente così, anche Michael Stipe dei R.E.M, anche Nick Cave, quindi, quello che io provo non è una cosa da sfigati, ma è qualcosa che trova un riscontro, c’è una comunità là fuori di persone, non so dove, nel mondo, che in qualche modo mi può accogliere, di cui posso far parte, e con cui parlo un linguaggio comune, che è quello del rock and roll”. Questo per me è il discorso fondamentale. Poi, gli strumenti attraverso i quali tu raggiungi questo discorso, possono essere diversi. Se adesso metto “Exile On Main Street” dei Rolling Stones, piango tutta la sera per l’emozione, però quello è un disco fatto da una mega band che girava col jet privato. D’altro canto, ci sono 250 gruppi indipendenti che si capisce fin da subito che c’è più una fascinazione formale per certi aspetti, piuttosto che una vera necessità di comunicare. E non ci vuole molto per capirlo. Una cosa che ha inquinato le acque nel nostro mondo è quando certe band dicono: “Non abbiamo avuto riscontro con i nostri primi due singoli, ci sciogliamo”. Noi non abbiamo mai ragionato così, se l’avessimo fatto, saremmo durati due settimane, noi eravamo talmente convinti che nessuna etichetta ci avrebbe mai cagato, che ne abbiamo creato una. Il divertimento che non troviamo là fuori, ce lo facciamo noi, per noi, sperando di incontrare qualcuno sulla base della musica. L’indole e la necessità sono complementari, estremamente intrecciati. Sono cresciuto in certi anni, in cui si credeva nelle etichette indipendenti, c’erano la Dischord o la Touch’n’Go e ritrovo la mia attitudine nei dischi prodotti da queste molto più che nei prodotti del giro mainstream. Questo non vuol dire che nel mainstream uno non possa mettere sul disco una cosa veramente sentita, molto di più di tante realtà, che sono nominalmente indipendenti, ma che partono con dei presupposti in cui non mi ritrovo. I social hanno sdoganato un approccio che a noi non ha mai interessato, vale a dire quello che una cosa non conta se è seguita da poche persone. Non capisco quando si dice “il rock è morto, siamo in quattro gatti ad ascoltarlo”. Negli anni ’80 ho visto i Died Pretty, una band strepitosa, che aveva appena fatto il capolavoro, suonare, dalle mie parti davanti a sette, otto persone, facendo un concerto della madonna, fregandosene del fatto che eravamo in sette o otto. Loro stavano facendo quello che si sentivano di fare. Il fatto che ci sia un pubblico esiguo non deve inficiare le motivazioni che ti portano a fare la musica, la tua voglia di farla. Piacerebbe a tutti che più persone possibili ascoltassero quello che facciamo. Non me ne frega di fare la rockstar. Io ho fatto musica perché sentivo un bisogno fottuto di comunicare il mio malessere a persone che capivano quello che provavo. Basta. L’ho fatto, ho messo su una band, ho fatto dei dischi, sono andato in giro a suonare, continuo a farlo. E questo è l’unico motivo per cui lo faccio. Questa musica ha sempre rappresentato un rifugio per i reietti, per chi, in qualche modo, si sentiva “out of step” come dicevano i Minor Threat.
Quello che dici è l’archetipo del rock. Il rock si è rinnovato, per esempio, grazie al punk che rifiutava il prog e le mega produzioni degli stessi Rolling Stones, e tanti altri, questa è l’origine, del rock.
Forse adesso è difficile anche parlare di underground, potenzialmente siamo tutti overground, semplicemente perché chiunque nel mondo può sentire la nostra musica, ma questo non vuol dire che lo faranno. Quando Kurt Cobain nei suoi diari, più volte dice “Ma io adesso suono per le persone che mi odiavano quando andavo al liceo, perché ero come ero”, e questa cosa lo faceva star male, io lo capisco. Quello che lui dice essenzialmente è “Ma queste persone che adesso vengono nei nostri concerti, in massa, perché ci vengono? Perché hanno fatto un percorso e hanno capito che sono stati degli stronzi a bullizzare un ragazzino come ero quando avevo 14 anni, o lo fanno perché i media dicono che fa figo andare ascoltarci adesso?”. Questo è il problema! La nostra musica presupponeva un percorso. Quello che m’ha segnato, che mi fa stare qua, è questo percorso. Tante volte ho maledetto questo percorso di vita e ho pensato che sarebbe più figo abitare a New York e andare tutti i giorni a vedere i Sonic Youth, invece di arrabattarmi per vedere mezzo concerto. Però se io non avessi fatto questo percorso, se non avessi sentito anche questa rabbia, non so se sarei qua, ma non voglio fare neanche il discorso del vecchio.

Non è un discorso da vecchi, ma di coerenza con sé stessi, nel senso che uno come te viene da un certo percorso, poi gli altri fanno altri percorsi, che non sono né migliori né peggiori.
Non ti dico se oggi è meglio o peggio, sono sicuro che ci sono un sacco di ragazzi appassionatissimi. Il divide tecnologico è stato molto importante negli ultimi anni, nel senso che la tecnologia non è non è solo una questione generazionale, ma soprattutto di approccio. Negli anni ’60, ’70, le generazioni precedenti magari dicevano “No, che schifo la musica che ascolti tu, la mia era la migliore”. Tuttavia, le modalità di approccio alla musica erano simili, perché si andava ai concerti, si compravano le fanzine e le riviste. Per una trentina d’anni, dall’emersione del rock, più o meno fino agli anni ’90, le modalità con cui ci si appassionava alla musica, erano molto simili. Quindi poi ci poteva essere un divide generazionale. Adesso il problema è che queste nuove generazioni acquisiscono conoscenza musicale con strumenti completamente diversi, che anche io utilizzo, ma sulla base di una conoscenza di quella roba lì, che comunque le modalità erano quelle. Per chi come noi viveva in provincia, era impossibile imbattersi casualmente in questo. La voglia di comunicare mi ha permesso di entrare in contatto con una comunità di persone che si riconoscevano negli stessi valori, che provavano delle emozioni molto simili alle mie. E questa cosa qui è il percorso della mia vita. Quindi, questo è quello che probabilmente fa sì che la musica per me sia così importante. Non so se con gli strumenti dell’oggi, sarei riuscito a sviluppare questo rapporto. È una domanda che probabilmente mi porterò nella tomba, perché non so cosa vuol dire avere 15 anni oggi e non lo saprò mai.
Oggi non c’è più la possibilità di aspettare, di fare sacrifici.
Sono d’accordo, l’acquisizione delle cose era molto più lenta. Mi ricordo quando ascoltai la prima volta il primo disco dei Velvet Underground mi fece cagare. Avevo letto molto di questo disco sulle varie riviste, avevo interpretato male le parole dei giornalisti, in quanto il gruppo di Lou Reed e John Cale essendo associato al proto-punk di Stooges e MC5 pensavo che suonassero in modo simile a loro, quindi mi aspettavo che il giradischi sarebbe esploso. Invece parte con “Sunday Morning” e penso “che cazzo è?”. Così l’ho messo da parte. Non avevo i soldi per comprarne subito un altro disco, così l’ho riascoltato e ascolto, dopo ascolto mi è esploso dentro, finché non mi è entrato e sono arrivato a dire “Merda, questo è il disco più figo della storia”. Ci sono altri dischi che non mi sono piaciuti e che continuano a non piacermi quanto quello, anche se li ho ascoltati tanto. Però quello ha formato il mio gusto, so bene perché quei dischi non mi piacciono, che li ho ascoltati talmente tanto e continuano a non piacermi, mentre altri, inizialmente non mi piacevano, ma poi ascoltando mi sono piaciuti. Vuol dire che c’era un discrimine anche estetico.
Dopo 30 anni e avendo superato abbondantemente i 50 anni, perché continui a fare rock and roll?
Perché è la cosa che ancora oggi mi piace più fare, per l’emozione che provo quando sono sul palco, quando suoniamo e si crea col pubblico una grande eccitazione e una piacevole energia, ma è la stessa che provo quando non ti caga nessuno. Suonare dal vivo è una sorta di catarsi. Anche quando andiamo in studio a fare dischi provo una grande emozione. Oggi devo ancora trovare qualcosa che mi dà queste emozioni. Non l’ho ancora trovato e quindi continuo a fare questo. Forse, paradossalmente, mi piace più suonare che fare sesso, perché il sesso è qualcosa che può non capitare, la musica, invece, è qualcosa che ho perseguito con grande costanza e passione, e dentro ci sono tante cose, tra cui anche l’amore, i miei amori e quindi anche il sesso. Per me è un’esperienza onnicomprensiva e totalizzante. A volte farei una domanda contraria: perché hai smesso? Se una cosa mi piace ed è bella continuo a farla finché ce la faccio a farla.

Nella scaletta del vostro tour attingerete da tutti i dischi o soltanto ad alcuni?
Cercheremo di dare spazio a tutti i dischi, ci sarà almeno un brano da tutti gli album che abbiamo pubblicato. È stato anche bello che abbiamo provato due, tre cose che non suonavamo da tantissimo, è stato veramente affascinante ricordare come suonavamo certe cose, perché essendo dei non musicisti è stato interessante rimetterci le mani, è stato bello. Per adesso questo trentennale ce lo stiamo vivendo bene, perché per la prima volta, ci siamo fermati un attimo a dire: “Ma abbiamo fatto anche quella cosa lì?”. “Ah, ma sai che ci sarà anche quella!”. E ti accorgi che ne hai fatte di cose in 30 anni, sempre guardando avanti e per la prima volta abbiamo dato un’occhiata anche a quello che è successo.
La cosa bella è che trasmetti ancora la passione di quindicenne, si percepisce dagli occhi lucidi e dall’espressione facciale quella bella passione che penso e spero ti caratterizzerà finché ci sarai.
È difficile che mi passi, perché, la musica continua. Ho una casa completamente piena di chitarre e dischi. La musica ha invaso gli spazi e credo che sarà così ancora per un bel po’.
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L'articolo CUT: sopravvivere al tempo. Trent’anni di indie rock tra concerti all’estero, risse e colpi di pistola proviene da Freak Out Magazine.
Non si ferma l’energia tellurica generata dall’incontro tra The Messthetics – il potentissimo trio strumentale che custodisce il DNA ritmico dei Fugazi con Joe Lally al basso e Brendan Canty alla batteria, ampliato dalla chitarra visionaria di Anthony Pirog – e la forza narrativa del sassofonista James Brandon Lewis.
Dopo l’acclamato album omonimo del 2024, che ha fatto brillare di nuova luce le potenzialità del jazz-punk, l’alchimia ritorna più coraggiosa e definita. Il 20 febbraio, per la prestigiosa etichetta Impulse! Records, vedrà la luce Deface The Currency: un titolo-programma, un invito a svalutare le valute musicali correnti per coniare un metallo più puro e ruvido.
L’anteprima, affidata al brano “Gestations”, non è un assaggio, ma una dichiarazione di continuità rivoluzionaria. Qui non si riparte da zero: si atterra a pieno regime sulla pista lasciata aperta lo scorso anno. Il sax di Lewis grida, canta e “skronka” con un’espressività viscerale, mentre la chitarra di Pirog intaglia riff massicci e ipnotici. A reggere il tutto, c’è quella che può essere definita solo come una delle macchine ritmiche più riconoscibili e influenti dell’alternative rock degli ultimi decenni: Lally e Canty non rievocano semplicemente il loro passato glorioso, lo reinventano come pulsione jazzistica, un groove elastico e inesorabile che è la vera spina dorsale del sound.
Il video di “Gestations”, diretto da Brendan Canty insieme a Robin Bell, aggiunge un ulteriore strato visivo a questa esplorazione sonora.
Deface The Currency si compone di sette tracce, promettendo un viaggio attraverso territori di tensione e release, come suggeriscono i titoli “Rules Of The Game” e “Universal Security”. Un disco che non vuole essere un semplice seguito, ma l’affermazione di un collettivo stabile e in evoluzione.
La prova definitiva, come sempre, arriverà dal vivo. La primavera 2025 porterà questa formazione speciale in tour negli Stati Uniti: si parte il 17 aprile da Portland, Oregon, per concludere un mese dopo, il 6 maggio, nel tempio newyorkese della musica sperimentale, Le Poisson Rouge.
https://jblewis.com/
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Tracklist di Deface The Currency:
L'articolo Deface The Currency: continua la collaborazione tra Messthetics e James Brandon Lewis e il suo valore ribalta il mercato proviene da Freak Out Magazine.
I (The) Fat White Family protagonisti di un viaggio che, partendo dallo splendido “Champagne Holocaust”, è giunto ora al bel “compendio” live “Konk If You’re Lonely (Fat White Family Live At Konk Studios)”, disco che offre versioni di alcuni dei loro brani migliori, in una riuscita veste diretta e “ruvida”.
È inutile negarlo… esiste un sano garage rock, venato di psichedelia e di visioni post punk che attraversa i decenni, che difficilmente si può etichettare (anche se lo abbiamo appena fatto), e che si lascia sempre ascoltare con estremo e rinnovato piacere.
Così è stato per i (The) Fat White Family quando nel 2013 diedero alle stampe lo splendido “Champagne Holocaust”, un disco da incorniciare partendo dalla copertina a firma di un nome che era ancora preceduto dall’articolo che “determinava” quella sana, viscerale, cruda e “pura” miscela di rock, folk, blues, psichedelia, lo-fi, post punk, psychobilly… con testi “violenti” e di “denuncia” (di ancor maggior pregio è poi la versione estesa in CD contenente anche l’EP omonimo (del 2013) con una “Wet Hot Beef” di spessore).
Se il 2014 vede sostanzialmente la pubblicazione dell’EP autoprodotto “Crippled B-Sides and Inconsequential Rarities” e i singoli “Touch the Leather” e “I Am Mark E Smith” (chiaro il riferimento a Mark E Smith dei The Fall), bisogna aspettare il 2016 per il secondo LP.
Del 2016 è infatti “Songs for Our Mothers”, LP bello, che conferma le capacità di scrittura dei Fat White Family, e che sostanzialmente ripercorre (concettualmente) le orme del suo predecessore, calando però l’ascolto in un ambiente sonoro più “decadente” e “scuro”, con derive “industrial”, con un’elettronica che inizia a prendere “spazio” e con testi che continuano a scavare nei bassifondi dell’umanità. Nello stesso anno uscirà anche il 45 giri “Breaking Into Aldi”/“Connan Mockasin” che a suo modo chiude una prima fase della produzione made Fat White Family, che per lo scrivente rappresenta il loro periodo migliore.
Con “Serfs Up!” del 2019 i Fat White Family approdano alla Domino e la loro musica muta; le sonorità si raffinano, l’elettronica prende sempre più “piede” e gli arrangiamenti si fanno più “ordinati” e “ordinari”; il tutto sembra orientato verso un synth-pop in stile new wave; tra i solchi permangono le allucinazioni di un tempo (per tutte “Bobby’s Boyfriend”). Pur riconoscendo l’ottimo lavoro e l’ottimo prodotto, come detto, personalmente preferisco i The Fat Family sporchi e “sghembi” di “Champagne Holocaust” e del successivo “Songs for Our Mothers”.
Con il successivo “Forgiveness Is Yours” del 2024 la trasformazione da “bruco” in “farfalla” è compiuta definitivamente e le vecchie “abrasioni” sono oramai solo un ricordo offuscato da un gusto che lambisce territori quai “pop”.
Nella turbolenta storia del gruppo e dei suoi componenti (Lias Kaci Saoudi ne è una costante attorno a cui ruota il tutto), c’è da dire che negli anni che dividono “Songs for Our Mothers” da “Serfs Up!”, Lias Kaci Saoudi e Saul Adamczewski hanno dato vita ai The Moonlandingz (che nel 2017 esordivano con il bel “Interplanetary Class Classics”), mentre nel 2018 Saul Adamczewski con gli Insecure Men pubblicava l’omonimo “Insecure Men”.
Ebbene, l’ascolto di questi due “esordi” aiuta a comprendere quale sia stato il processo di transizione che da “Champagne Holocaust” ha portato a “Serfs Up!”.
Il 17 dicembre 2024, nei London’s Konk Studios, in formazione composta da Lias Kaci Saoudi (vocals & gong), Adam Brennan (guitar & backing vocals), Guilhermes Poyares (drums), Victor Jakeman (bass & bass synth), Adam Harmer (guitar & backing vocals) e Alex White (baritone sax, organ, Juno synth, Casio synth, woodblock, flute & backing vocals) i Fat White Family hanno registrato “live”, per la Domino Documents series, il disco “Konk If You’re Lonely” che ripercorre parte della loro carriera discografica.
Apre il “live” un’eccezionale “Wet Hot Beef” (sostanzialmente nella sua parte I dall’EP del 2013 e poi inclusa nella versione estesa di “Champagne Holocaust”), cantilenante, post-punk e abrasiva…
Si prosegue alla grande con una terrificante “Without Consent” (da “Champagne Holocaust”) con il suo testo scioccante e con il suo cantato alla David Thomas, qui più aspra nei suoni e “cruda” di quanto in precedenza proposto.
Con “Polygamy Is Only For The Chief” si passa ad attingere a “Forgiveness Is Yours”; la prima cosa che salta all’orecchio è un uso più contenuto dell’elettronica rispetto alla versione originale che dona all’esecuzione maggior “forza”.
I battiti e il ritmo diventano marziali con la robotica e spaziale “Fringe Runner” (da “Serfs Up!”); anch’essa, in questa versione live, si fa (personalmente) preferire a quella in studio per il suo suono più “diretto” e meno “costruito”.
Si prosegue ancora con “Serfs Up!” e con il classico synth-rock di “Feet” in cui spicca, tra le stanze dei Konk Studios, una voce più evocativa… che anticipa la bella “Hits Hits Hits” (da “Songs for Our Mothers”) proposta anch’essa in una convincente versione meno “elettronica” e più “rock”.
Ottimo è anche il singolo “I Am Mark E Smith” (in un’esecuzione meno in stile The Residents rispetto all’originale) che anticipa il cavernoso inedito “Parisian Heatwave” che evoca nuovamente lo spirito di David Thomas.
Si torna a “Serfs Up!” e alla cantilenante e da decadente circo “Bobby’s Boyfriend” nuovamente sospesa tra i The Residents e i Primus.
I toni si fanno più notturni e suadenti con “Religion for One” (da “Forgiveness Is Yours”) prima che la chiusura venga affidata al trio tratto da “Songs for Our Mothers”: “Tinfoil Deathstar”, “Satisfied” e “Whitest Boy on the Beach” che, in linea con quanto restituito fino ad ora, si vestono di ruvida essenza scremando le “fascinazioni” elettroniche delle loro versioni in “studio”.
“Konk If You’re Lonely (Fat White Family Live At Konk Studios)” e lavoro indubbiamente riuscito e piaciuto che ripropone (in parte) la forte irruenza live dei Fat White Family…
https://fatwhitefamilymusic.com/
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https://fatwhitefamily.bandcamp.com/
L'articolo (The) Fat White Family: dallo splendido “Champagne Holocaust” al bello e ruvido “Live At Konk Studios” proviene da Freak Out Magazine.
In un mondo musicale spesso saturo di annunci e pubblicazioni continue, quattro anni possono sembrare un’eternità. Soprattutto quando si parla di una delle band più influenti e seguite della scena rock internazionale: gli Arctic Monkeys. La lunga attesa, però, è giunta al termine, e lo ha fatto nel modo più significativo possibile. La notizia è trapelata attraverso un post su Instagram dell’organizzazione benefica War Child.
Il ritorno degli Arctic Monkeys non è un evento puramente commerciale o artistico. È un gesto carico di un significato profondo, che trascende la musica. Il nuovo singolo “Opening Night” infatti è il fulmineo apripista di un più ampio progetto di War Child, organizzazione da decenni in prima linea nel sostenere i bambini vittime dei conflitti bellici. L’annuncio promette “ulteriori informazioni sul nostro prossimo progetto per supportare i bambini che vivono in zone di guerra“, posizionando la musica non come fine, ma come potente mezzo per un obiettivo nobile. In un’epoca in cui l’impegno sociale degli artisti è sotto i riflettori, gli Arctic Monkeys scelgono la via della concretezza, mettendo la loro creatività al servizio di una causa urgente.
Questa mossa della band Sheffild rappresenta un caso studio interessante di comunicazione e posizionamento. Dopo The Car, un disco che ha esplorato sonorità più cinematografiche e introspettive allontanandosi parzialmente dal rock garage delle origini, la band guidata dal carismatico Alex Turner si trova a un bivio. Come riconfermare la propria rilevanza senza cedere alla logica dell’album-tour a ciclo continuo?
Staremo a vedere intanto l’attenzione è viva!
https://arcticmonkeys.com/
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L'articolo Dopo quattro anni di silenzio gli Arctic Monkeys tornano con un nuovo singolo per War Child proviene da Freak Out Magazine.
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