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Il progetto di George Evelyn, alias Nightmares On Wax, affonda le proprie radici all’inizio degli anni Novanta. DJ e compositore, Evelyn ha saputo costruire nel tempo un linguaggio personale all’interno della musica elettronica britannica, miscelando con intelligenza downtempo, reggae, hip hop ed elettronica minimale. Già dai primi lavori, come A Word of Science, mette in discussione un certo eclettismo musicale che techno, house da club e acid soul non avevano mai realmente esplorato, né in madrepatria – Londra – né oltreoceano, da New York a Detroit.
Sciolto il progetto Soul City Rockers, con cui aveva comunque pubblicato alcuni singoli molto apprezzati nel circuito club, i veri capolavori arrivano quasi subito: Smoker’s Delight (1995) e Carboot Soul (1999, Matador), due dischi fondamentali per il genere. Con l’inizio del nuovo millennio, George Evelyn pubblica praticamente un album all’anno, alternando inevitabilmente alti e bassi, ma impreziosendo ogni uscita con collaborazioni sempre più prestigiose: da De La Soul a DJ-Kicks, da Luke Vibert a Sebastian Studnitzky (Jazzanova), e molti altri.
Dopo una pausa artistica durante il periodo del Covid-19, Nightmares On Wax torna finalmente nel finale del 2025 con un album dal forte sapore nostalgico, che riporta il suono dei NoW agli inizi degli anni Novanta: hip hop, soul, funk downbeat e reggae. Echo 45 Sound System (su etichetta Warp) chiarisce fin dalla copertina le sue intenzioni: un omaggio dichiarato alla musica giamaicana e alla black music statunitense che ha plasmato la scena britannica tra gli anni Settanta e Ottanta, influenze di cui Evelyn è sempre stato profondamente debitore.
Dopo l’intro strumentale Echo 45 We Are, arrivano due brani dub come Dive Into e Desire: il primo dalle evidenti influenze giamaicane, il secondo più vicino al soul di Detroit. Entrambi sono costruiti su ritmiche efficaci, capaci di far muovere il piede e catturare immediatamente gli amanti del genere.
Le collaborazioni sono numerose e di peso: Yasiin Bey, Greentea Peng, Sadie Walker, Liam Bailey, Oscar Jerome e Ladi6. È proprio con Yasiin Bey che Nightmares On Wax lancia il primo singolo del disco, lo splendido Bang Bien, un episodio di soul tribale house riuscitissimo. In Echo45 il reggae domina la scena e guarda apertamente al passato, rievocando l’epoca dei sound system e delle radio pirata.
True risulta invece un passaggio più debole, poco incisivo all’interno dell’economia del disco. Ci pensa Greentea Peng, con I Remember, a rimettere tutto in carreggiata grazie a un canto hip hop suadente e magnetico. Scorrono senza particolari sussulti Starwood Bound, che esplora territori più club-oriented, e Ain’t So…, dalla curiosa elettronica downbeat.
Torna l’alternanza tra dub reggae ed electro-soul in Mumzie Cut, che richiama le produzioni dub di Lee “Scratch” Perry, e in Holding On, affidata a Ladi6: uno dei momenti migliori dell’album, soul cantato alla vecchia maniera ma tutt’altro che nostalgico. Se per assurdo mi trovassi a Leeds negli anni Novanta a fare il DJ in un social club, Wind of Change sarebbe un brano imprescindibile, con il suo ritmo incalzante in perfetto stile Carboot Soul, ideale per aprire le danze.
Meno convincente Hop-to-Mystic, un dub che non regge il confronto con gli altri episodi del disco. La lunga title track finale, Echo 45 Sound System: Full Continuous Mix (oltre 40 minuti), raccoglie invece tutti gli ospiti e sintetizza l’intero progetto.
In definitiva, Echo 45 Sound System è il miglior risultato ottenuto da Nightmares On Wax negli ultimi anni. Non siamo ai livelli di Carboot Soul – anche perché la nostalgia, la copertina rétro e il desiderio di tornare ai suoni delle origini danno l’impressione di un album in parte “fuori tempo massimo” – ma il fascino rimane intatto. Consigliato agli amanti del genere; per chi volesse scoprire i Nightmares On Wax, resta comunque fondamentale partire dagli album degli anni Novanta.
https://www.instagram.com/nightmaresonwax/
https://nightmaresonwax.warp.net/
Echo45 Sound System by Nightmares On Wax
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In un’America sempre più divisa e lacerata, dove i principi fondativi di accoglienza e libertà sembrano svanire sotto i colpi di un nazionalismo aggressivo, la musica alza di nuovo la voce per trasformarsi in strumento di denuncia e solidarietà. Il bersaglio è l’Ufficio per le Dogane e l’Immigrazione (ICE), un’agenzia ormai percepita da larga parte dell’opinione pubblica e della società civile come un simbolo di azioni anti-democratiche e razziste, braccio operativo delle politiche di immigrazione dell’amministrazione Trump.
Il contesto è infuocato. Le azioni dell’ICE, caratterizzate da fermi e perquisizioni spesso al limite della legalità, sono diventate sempre più violente, con un tragico bilancio di vite spezzate, come testimoniano i casi di Renee Good e Alex Pretti, uccisi dagli agenti. Una deriva che ha spinto persino il sindaco di Minneapolis, città epicentro di questa crisi, a prendere pubblicamente le distanze, invitando l’agenzia ad andarsene. Questo clima repressivo si inserisce in un panorama nazionale più ampio: una crisi economica spesso sottaciuta dai media mainstream e una politica estera trumpiana fatta di azioni discutibili, dall’ingerenza in Venezuela alle brame coloniali sulla Groenlandia, dalle mediazioni in Ucraina all’appoggio incondizionato a Israele durante quello che molti definiscono un genocidio in Palestina.
In questo paradosso americano, dove i valori cardine vengono negati dalla prassi di governo, la scena musicale reagisce con una potenza inedita. Il faro si accende su Minneapolis. Bruce Springsteen, il Boss, voce storica della working class e della coscienza americana, pubblica improvvisamente “Streets Of Minneapolis”, un brano che riecheggia volutamente l’atmosfera apocalittica di “Desolation Row” di Dylan, dipingendo un ritratto lacerante della città sotto assedio. Non è solo.
Stasera, venerdì 30 gennaio, il leggendario club First Avenue di Minneapolis ospiterà “A Concert of Solidarity & Resistance to Defend Minnesota”, un evento con Billy Bragg, Tom Morello (Rage Against The Machine), Rise Against, Al Di Meola e Ike Reilly. Il ricavato andrà alle famiglie delle vittime dell’ICE, unendo la protesta all’azione concreta.
La risposta artistica è corale e trasversale. I My Morning Jacket pubblicano ‘Peacelands’, un album acustico di “canzoni di protesta pacifiche” che include cover di Lou Reed, Dylan e Brian Wilson, devolvendo i proventi ad ACLU, Medici Senza Frontiere e International Rescue Committee. I NOFX riattualizzano la loro critica con “Minnesota Nazis”, una versione aggiornata del loro attacco ai suprematisti. Billy Bragg ha pubblicato City of Heroes dedicandola al «al coraggioso del popolo di Minneapolis».
È un movimento che abbraccia generi e generazioni. Dalla leggenda folk Joan Baez agli eredi del punk rock come i Green Day, dall’hip-hop impegnato alla latin music degli Ozomatli, fino alle superstar pop e R&B: Halsey denuncia le condizioni dei centri di detenzione, Cardi B condanna le separazioni familiari sui social, John Legend supporta organizzazioni per i migranti, Fiona Apple incanala la rabbia in testi potenti.
Questa presa di posizione collettiva ha anche dato vita a campagne strutturate come il “No Music for ICE”, promosso da Musicians United, che ha visto artisti boicottare eventi legati all’agenzia, mettendo sotto pressione persino colossi come il South by Southwest (SXSW).
In un’epoca di nebulosa autoritaria, mentre le istituzioni vacillano, la musica torna a essere quella cassandra necessaria, una trincea sonora per difendere i diritti e ricordare, a costo di sembrare retorici, il vero sogno americano. Non con sterile neutralità, ma con la schietta, urgente, necessaria parzialità di chi sta dalla parte degli ultimi e della giustizia. Le note diventano documenti, i concerti assemblee, gli album manifesti. È la resistenza che trova il suo ritmo.
Peacelands by My Morning Jacket
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“TRIGORIN Così, prendo appunti… Un soggetto mi è balenato… (Rimettendo in tasca il taccuino). Un soggetto per un breve racconto: sulla riva di un lago vive sin dall’infanzia una ragazza giovane come lei; ama il lago, come un gabbiano, ed è felice, ed è libera, come un gabbiano. Ma giunse un uomo per caso, la vide e, per passare il tempo, la rovinò, come questo gabbiano.” (da “Il Gabbiano” di Anton Čechov – Einaudi Editore).
In questi giorni ho assistito alla rappresentazione de “Il Gabbiano” di Čechov (operadel 1895), per la regia di Filippo Dini, brillante regista e attore, abile nel rileggere, con stile personale e spesso “dissacrante” (nel senso più nobile del termine), i grandi classici del Teatro; lo ricordo con enorme piacere nelle sue splendide “Casa di bambola” (“Et dukkehjem”) di Henrik Ibsen e “Il Crogiuolo” (“The Crucible”) di Arthur Miller.
Al di là della bella esperienza teatrale vissuta, la visione de “Il Gabbiano” mi ha spinto ad elaborare una riflessione che in realtà già “covava” in me da tempo.
Ma andiamo per ordine.
Scoprii da ragazzo Anton Pavlovič Čechov leggendo una raccolta dei suoi “racconti” che ancora oggi restano (insieme a “Dubliners” di James Joyce), per me, tra i più bei racconti “brevi” che abbia mai letto.
Poi, quando iniziai a frequentare più assiduamente le sale da teatro, inevitabilmente mi confrontai con la messa in scena delle sue opere teatrali “Il Gabbiano”, “Zio Vanja”, “Il Giardino dei Ciliegi”… “scritti” che restano ancora oggi al vertice della drammaturgia mondiale.
A quei tempi della letteratura russa conoscevo (ovviamente) “Il Maestro e Margherita” (anch’esso testo che ho potuto vedere a teatro; qualsiasi adolescente – “rock” – non può non provare tale “Sympathy For The Devil”), oltre a i suoi più datati celebri capolavori dell’Ottocento che dall’“Evgenij Onegin” di Aleksandr Sergeevič Puškin (messo poi in musica nel 1879 da Pëtr Il’ič Čajkovskij nell’omonima opera) passavano per gli “scritti” di Nikolaj Vasil’evič Gogol’ (“Le Anime Morte”, del 1842, resta tra i miei libri preferiti), per l’oblomovismo di Ivan Aleksandrovič Gončarov nel suo “Oblomov” (del 1859), per il nichilismo del Bazarov di Ivan Sergeevič Turgenev in “Padri e figli” (del 1862), fino a giungere agli immortali Lev Tolstoj e Fëdor Dostoevskij.

È così, tra un dramma di Čechov, una “Anna Karenina” di Tolstoj, vagando tra “Le Anime Morte” di Gogol’… la Russia dell’Ottocento ha nel tempo occupato un posto d’onore sul palcoscenico e nella biblioteca della mia vita.
Il passo successivo fu soffermarmi a guardare con più attenzione le date di pubblicazione di quelle che erano considerate le maggiori opere dei citati scrittori russi dell’Ottocento; mentre l’“Evgenij Onegin” di Puškin, aprendo il secolo, veniva pubblicato completo nel 1833, lo “Zio Vanja” di Čechov lo chiudeva idealmente con la sua prima rappresentazione nel 1899.
Nel mezzo una prodzione letteraria immensa e di pregio assoluto che si fregiava (per citare alcuni dei titoli più celebri) de “Le Anime Morte” (del 1842) di Gogol’, dell’“Oblomov” (del 1859) di Gončarov, di “Padri e figli” (del 1862) di Turgenev, di “Delitto e Castigo” (del 1866), de “L’idiota” (del, 1869) e de “I demoni” (del 1871) di Dostoevskij, di “Guerra e Pace” (del 1869) e di “Anna Karenina” (del 1877) di Tolstoj, de “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij (del 1879), (a partire dal 1883) dei Racconti di Čechov, oltre alle sue opere teatrali “Il Gabbiano” (del 1896), (il detto) “Zio Vanja” (del 1897) e, all’alba del Novecento, le “Tre Sorelle” (1901) e “Il Giardino dei Ciliegi” (del 1903).
Fatta questa premessa, entriamo nel vivo della mia riflessione.
“Italia, popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e trasmigratori” fu frase pronunciata da Benito Mussolini ed incisa, con scrittura epigrafica romana, su tre righe, sulle facciate del palazzo della Civiltà Italiana: “un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori”.
Erano gli anni Trenta e, a distanza di quasi un secolo, malgrado il Mondo sia cambiato, evoluto, globalizzato… l’Italia è restata autoreferenziale e ferma nel suo essere un (anacronistico) popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e di trasmigratori…
Provo a spiegare!
Ho conseguito la licenza liceale classica nel 1995. All’epoca lo studio della “letteratura” che impegnava il programma scolastico era prevalentemente (o meglio esclusivamente) di “matrice” italiana; gli autori stranieri, se si esclude qualche necessario (ma comunque marginale) parallelismo/citazione con la letteratura francese (“Chanson de Roland”, Charles Baudelaire, Guy de Maupassant, Émile Zola, il Naturalismo francese…), spagnola (Miguel de Cervantes), tedesca (il Preromanticismo dello Sturm und Drang, Goethe) e inglese (la poesia sepolcrale per Ugo Foscolo), era pressoché ignorata.
Avendo “licenziato” la scuola superiore di secondo grado più di trent’anni fa, ho cercato di capire se in questi tre decenni, in termini di programmi (liceali), fosse stato introdotto nei licei, in modo “programmatico”, un più ampio studio della letteratura straniera (mondiale).
La mia ricerca purtroppo non ha registrato i risultati desiderati. Ho appreso che negli ultimi anni, ai licei (e quindi ai docenti), è stata data (maggiore) autonomia nella definizione dei programmi tramite specifici e propri PTOF da adottare ma, dalla lettura (a campione) di alcuni di essi (preciso che la mia è stata una presa visione marginale), sempre in modo generico, al più veniva dettata la “necessità” di confronto tra la tradizione “umanistica” italiana ed europea con tradizioni e culture differenti; dei nostri giorni è poi la così detta “riforma Valditara” (non voglio entrare nel merito della stessa per fugare ogni possibile riferimento e taglio “politico” a quanto stia scrivendo, ma è indubbio che la riforma in questione non si sia certo mossa verso un’apertura “altra” rispetto alla cultura e al pensiero italiano ed “occidentale”, vista anche l’attenzione data al latino e alla “Bibbia”; ma d’altra parte in Italia vige ancora l’Insegnamento della Religione Cattolica – IRC – , attività curricolare oggi – fortunatamente – facoltativa nelle scuole pubbliche di ogni ordine e grado che risale al Concordato tra Stato e Santa Sede – Legge n. 121/1985 “Ratifica ed esecuzione dell’accordo, con protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modificazioni al Concordato lateranense dell’11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede” – un’ora, quella di dell’IRC, che potrebbe essere impiegata per una didattica più “laica”). Ovviamente non fanno testo gli indirizzi linguistici poiché la letteratura “straniera” è propria del loro specifico corso di studi, così come lo è la letteratura greca (classica) per il liceo classico.
È, quindi, evidente che, se non demandato all’iniziativa dei docenti, uno studio più approfondito di una letteratura straniera su ampia e vasta scala non venga operato, continuando a prediligersi una lettura di autori italiani che spesso si rivela, a parere di chi scrive (tengo a precisare che è una mia considerazione puramente personale), ridondante e “ultronea”.
Per restare in tema con “Il Gabbiano” (e con il citato Ottocento) che ha fornito lo spunto per questa mia “riflessione”, mi sono sempre chiesto quale fosse l’utilità nello studiare, per il Neoclassicismo di fine Settecento, più e più opere di Ugo Foscolo o Giuseppe Parini e poi, per il Romanticismo, più e più opere di Alessandro Manzoni e di Giacomo Leopardi e finanche il “risorgimento” con “Le mie prigioni” di Silvio Pellico (ricordo ancora l’amputazione che subì il Maroncelli), Giovanni Verga e il Verismo, per poi di fatto ignorare la richiamata letteratura russa, il “Faust” di Goethe; ed ancora leggere e rileggere i “Promessi Sposi” senza conoscere il romanzo storico per eccellenza, l’“Ivanhoe” di Walter Scott o, spingendoci oltre oceano, la poetica di Walt Whitman e Henry David Thoreau (noti ai più solo grazie al celebre film “Dead Poets Society”), limitando (forse) il ricordo alla sola Emily Dickinson e con lei ad Edgar Allan Poe e l’Herman Melville di “Moby Dick”…
Se poi questa mia riflessione la si estende agli altri secoli (antecedenti e successivi all’Ottocento) l’evidente frattura diventa insanabile. Si studia in modo intensivo la “Comedìa” di Dante (per tutti la “Divina Commedia”, con approfondimenti e analisi del testo) per poi completare un ciclo di studi superiori senza aver letto quel capolavoro assoluto che è l’“Ulysses” di James Joyce o avere scienza del romazo “Genji monogatari” di Murasaki Shikibu. Si studiano (per il teatro) Ludovico Ariosto, Pietro Aretino, Carlo Goldoni, Vittorio Alfieri, Luigi Pirandello…. ma non si approfondisce William Shakespeare né (se si esclude lo studio della letteratura greca antica) il teatro greco classico. Degli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e il Novecento e del primo Novecento stesso si studiano Giosuè Carducci, Gabriele D’Annunzio, Italo Svevo… Guido Gozzano e i Crepuscolari, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Cesare Pavese, Salvatore Quasimodo, Italo Calvino … tralasciando capisaldi della letteratura mondiale a firma James Joyce, Marcel Proust, Thomas Mann, Franz Kafka… (un elenco completo di opere impegnerebbe pagine e pagine, soprattutto se poi si prende in considerazione la letteratura della metà e seconda metà del Novecento).
“Una sua consorella mi trasse urlante in vita. Creazione dal nulla. Che cos’ha nella borsa? Un aborto con un cordone ombelicale strasciconi, soffocato in ovatta rossastra. I cordoni di tutti son legati l’uno all’altro nel passato, cavo intrecciato d’ogni carne. Ecco perché i monaci mistici. Volete essere simili a dèi? Contemplatevi l’omphalos. Pronto. Parla Kinch. Mi dia Edenville. Alef, alfa: zero, zero, uno. Sposa e compagna di Adamo Kadmon: Heva, I’ignuda Eva. Non aveva ombelico. Contempla. Ventre senza macchia, gonfio e grosso, un brocchiere di pergamena tesa, no, bianco acervo di grano, splendido e immortale, eretto da eternità ad eternità. Grembo del peccato. In grembo alla tenebra del peccato fui anch’io, creato non generato” (dall’“Ulisse” di James Joyce – Oscar Mondadori).
“Andai nei boschi perché desideravo vivere consapevolmente, affrontare solo i fatti essenziali della vita, e vedere se non potessi imparare cosa essa avesse da insegnare, senza scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto. Non desideravo vivere ciò che non era una vita, vivere mi è caro; né desideravo praticare la rassegnazione, a meno che non fosse assolutamente necessaria. Volevo vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, vivere in modo così risoluto e spartano da sbaragliare tutto quanto non fosse vita; falciare ampio e raso terra, in modo da spingere la vita all’angolo e ridurla ai minimi termini; ”(Henry David Thoreau da “Walden ovvero Vita nei boschi” – Crescere Edizioni)
Sicuramente (lo so per conoscenza diretta) in molte scuole alcuni docenti integrano l’insegnamento più “ordinario” con la lettura di testi stranieri, ma non credo si possa demandare alla buona volontà degli insegnanti il cercare di ampliare, in questa direzione, il piano formativo; parimenti comprendo come non sia possibile approfondire “tutto” e “tutti”, né voglio disconoscere l’importanza e la “grandezza” di molti degli autori italiani che ho citato (e dei tanti che ho involontariamente dimenticato): sarebbe disonesto!
Ritengo però che nel 2026, dopo essere entrati nel secondo “quarto” del secondo millennio, auspicare una scuola meno incentrata su poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori e trasmigratori italiani, e maggiormente aperta all’altrui cultura, sia necessario per consentire ai ragazzi una conoscenza che non sia chiusa (per dirla alla Fogazzaro) in un “Piccolo mondo antico”.
“TREPLËV Sono necessarie nuove forme. Nuove forme sono necessarie, e, se non ce ne sono, è meglio che nulla sia necessario…” (da “Il Gabbiano” di Anton Čechov – Einaudi Editore)
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La scena musicale indipendente è in fibrillazione: Alexis Taylor, voce e anima degli irriverenti Hot Chip, ha appena svelato i dettagli del suo nuovo progetto solista. Si intitola “Paris In The Spring”, un album che promette di essere una svolta radicale rispetto al passato, in uscita il 13 marzo per l’etichetta Night Time Stories.
Se i precedenti lavori da solista di Taylor erano intimi, acustici, confessioni sussurrate, questo nuovo capitolo suona come un manifesto di libertà creativa. “Paris In The Spring” non è un disco, è un salon musicale. Un luogo ideale dove Taylor ha radunato una compagnia di artisti d’eccezione per un conversazione sonora senza confini: c’è la raffinata elettronica di Nicolas Godin (Air), i campionamenti onirici di The Avalanches, il tocco francese di Étienne de Crécy, la malinconia di Pierre Rousseau (Paradis), e persino la leggenda new-wave Green Gartside (Scritti Politti), tra gli altri.
In un’intervista, Taylor si mostra determinato a sfidare le aspettative: “Mi rifiuto di dare istruzioni per l’uso”, dichiara. “A volte il pubblico chiede: ‘Che cos’è questo?’. Ma la vera magia della musica accade quando ci si apre all’ascolto puro, senza mappe. Perché creare qualcosa se deve essere subito spiegabile? Preparatevi a sorprendervi, a lasciarvi risuonare dentro qualcosa di nuovo.”
Ad aprire le danze è il singolo “Out of Phase”, un brano che è già un piccolo mondo a sé. Con la partecipazione di Oli Bayston (Boxed In) e della affascinante cantante country di Nashville Lola Kirke, il pezzo affonda le radici nel cinema di David Lynch. Taylor ne svela i retroscena con parole toccanti: “È la prima traccia nata con Oli, una sorta di tonico vitale per proseguire il lavoro. Questo album è stato un viaggio di incontri e perdite: di collaboratori che la vita porta via, ma anche di amici persi per sempre. Celebrare le nuove unioni artistiche è importante quanto onorare il ricordo di chi non c’è più.”
E su tutto, la voce di Lola Kirke: un elemento rivelatore che, secondo Taylor, trasforma “il mistero di un cowboy solitario in un duetto moderno, carico di amore, desiderio e una ricerca senza fine.”
“Paris In The Spring” si preannuncia non come una semplice collezione di canzoni, ma come un diario di viaggio emotivo e sonoro, una mappa dei mille volti di un artista che ha deciso di non porsi più limiti. Il 13 marzo, prepariamoci a partire senza sapere esattamente dove andremo. L’unico bagaglio necessario? La voglia di ascoltare, davvero.
Paris In The Spring by Alexis TaylorL'articolo Alexis Taylor (Hot Chip) svela “Paris In The Spring”: Un caleidoscopio sonoro oltre ogni aspettativa proviene da Freak Out Magazine.
Il polistrumentista dei Red Hot Chili Peppers, Flea, si prepara a rilasciare il suo primo album solista, “Honora”, in uscita il 27 marzo per Nonesuch Records. Questo progetto non è semplicemente una “pausa” dal funk-rock, ma un ritorno commosso e consapevole alle sue primissime radici musicali: l’amore giovanile per il jazz e per lo strumento che per primo ha imparato a suonare, la tromba.
Prodotto dal sassofonista Josh Johnson, l’album si configura come una collezione intima e sofisticata. Intorno a Flea (che oltre alla tromba e al basso sperimenta anche la voce) ruota un ensemble d’eccezione: il chitarrista Jeff Parker, la bassista Anna Butterss, il batterista Deantoni Parks, con aggiunte preziose del compagno negli Atoms For Peace Thom Yorke e del tenebroso bardo Nick Cave.
La tracklist di “Honora” è un dialogo tra composizioni originali e omaggi selezionatissimi, che tracciano una personale cartografia delle influenze di Flea: si spazia dal funk cosmico di George Clinton ed Eddie Hazel alla poetica di Frank Ocean, fino alla classica “The Windmills of Your Mind” di Jimmy Webb.
Dopo l’anteprima intimista di “A Plea” (scorsa dicembre), è ora disponibile il nuovo singolo “Traffic Lights”, un brano onirico e sospeso che vede la voce eterea di Thom Yorke intrecciarsi alle linee di tromba di Flea. Un assaggio che promette un disco ricco di atmosfera e profondità emotiva.
L’esperienza di “Honora” non si fermerà in studio. Flea porterà la musica dal vivo con la Honora Band, in una serie di concerti che includono alcune tappe negli USA a maggio. L’appuntamento newyorkese è al Webster Hall il 12 maggio, con i biglietti in vendita da venerdì 23 gennaio.
“Honora” si annuncia quindi non come un side project, ma come un capitolo essenziale e rivelatore nella carriera di uno dei musicisti più iconici della sua generazione: un ritorno a casa, per guardare al futuro con occhi nuovi.
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