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Per oltre quarant’anni, ogni tentativo di riportare in vita i Muppet sul piccolo schermo si è scontrato con una magia difficile da eguagliare. Dopo Muppets Tonight negli anni ’90 e la serie del 2015, nessun reboot è riuscito a catturare pienamente il caos geniale e il spirito “facciamo uno spettacolo!” del mitico The Muppet Show originale, in onda dal 1974 al 1981. Invece di forzare Kermit, Miss Piggy, Fozzie e Gonzo a confrontarsi con l’era dei social media, per il 50° anniversario della serie, Seth Rogen e il regista Alex Timbers hanno avuto un’intuizione tanto semplice quanto brillante: tornare alle origini.
La formula è quella che ha conquistato il mondo: il palcoscenico di vaudeville, il backstage pieno di gag, e il famoso cartello “The Muppet Show Tonight”. L’occasione è uno speciale in esclusiva su Disney+, disponibile dal 4 febbraio, presentato come un “one-off” ma con la speranza di aprire a nuovi episodi.
«Siamo così emozionati di essere tornati dove tutto è iniziato, e poi finito, e forse sta ricominciando… dipende da come andrà stasera», dichiara Kermit alla platea, mettendo subito in chiaro la posta in gioco.
A ricoprire il ruolo di guest star ufficiale – il primo dopo Shirley Bassey 34 anni fa – è la pop star Sabrina Carpenter, che si trova a duettare (e a competere) con niente meno che Miss Piggy. Ma il cast di celebrità non finisce qui: oltre allo stesso produttore Seth Rogen, ci sarà anche Maya Rudolph, in un mix perfetto tra nuovo e vecchio glamour.
E naturalmente, non mancheranno nessuno dei personaggi amatissimi dai fan: dal caos sperimentale del Dr. Bunsen Honeydew e Beaker, alle intemperanze filosofiche di Gonzo, alle melodie al piano di Rowlf, fino alle battute ciniche dei due vecchietti in balconata, Statler & Waldorf. E come dimenticare la fantastica house band Dr. Teeth & The Electric Mayhem?
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Se il ondo è in tumulto geopolitico che si riflette anche nella musica, l’atto più radicale è ritirarsi in un angolo di quiete. È esattamente ciò che fa Moby con il suo prossimo capitolo discografico, Future Quiet, in uscita il 20 febbraio per BMG. Non un semplice seguito del minimalista Ambient 23, ma una dichiarazione d’intenti più profonda: una mappa sonora per sfuggire al frastuono, ispirata ai paesaggi eterei dei Cocteau Twins e alle atmosfere ipnotiche dei This Mortal Coil.
Ad aprire questo spazio sospeso c’è un ritorno al passato che guarda avanti: un nuovo, commovente rifacimento di “When It’s Cold I’d Like to Die”, brano cult del 1995. La scelta del featuring non potrebbe essere più azzeccata: la voce celestiale e potentemente emotiva di Jacob Lusk (Gabriels) dà nuova linfa a un pezzo già carico di pathos. È una canzone che conosce una seconda vita, dopo essere stata la colonna sonora di momenti struggenti in Stranger Things. Moby, in una dichiarazione che tradisce un raro entusiasmo fanatico, racconta di aver “inseguito per settimane” Lusk dopo averlo sentito alla radio, supplicandolo di collaborare. “Le sue vocalità”, afferma, “sono trascendenti”.
Ma Future Quiet è più di un ritorno. È un viaggio alle radici del gusto personale dell’artista, un dialogo intimo con le sue influenze più “in sordina”. In un’epoca in cui il suo nome è sinonimo di rave e beat elettropop, Moby sceglie di ricordarci le sue contraddizioni creative: “Suonavo in band hardcore punk e facevo il DJ con musica molto rumorosa , ma avevo bisogno del rifugio di dischi quiet”. E cita, come punti cardinali di questo rifugio, non solo i dream-pop ma anche il minimalismo sacro di Arvo Pärt e Henryk Górecki, o le atmosfere sospese di Low di Bowie ed Eno. È un album che si nutre dell’ascolto ripetuto, ossessivo, di gemme come “Song to the Siren” o “Atmosphere” dei Joy Division.
Pur essendo prevalentemente strumentale, l’album non rinuncia completamente alla parola. Oltre a Lusk, il disco ospita un trio d’eccezione che promette di ampliare ulteriormente i suoi confini emotivi: le texture viscerali di Serpentwithfeet, la delicatezza di Elise Serenelle e la potenza di India Carney.
Future Quiet si propone quindi non come un esercizio di stile, ma come una necessità esistenziale tradotta in suono. Un invito a fermarsi, respirare e ascoltare il sottile brusio dell’emozione pura. E, una volta che l’album avrà preso forma, Moby ci inviterà a viverlo anche dal vivo: un importante tour, annunciato a breve, trasformerà questa quiete privata in un’esperienza collettiva e condivisa. Il silenzio, pare dirci Moby, può essere davvero assordante.
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Future Quiet tracklist:
01 When It’s Cold, I’d Like to Die [ft. Jacob Lusk]
02 This Was Never Meant for Us
03 Retreat
04 LiEstrella del Mar [ft. Elise Serenelle]
05 Ruhe
06 Mott St 1992
07 Precious Mind [ft. India Carney]
08 Tallinn
09 On Air [ft. serpentwithfeet]
10 Selene
11 La Vide
12 Great Absence
13 Mono No Aware
14 The Opposite of Fear
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Vent’anni. Un’era intera nella frenetica timeline della musica elettronica. Nathan Fake, architetto di paesaggi sonori che hanno scolpito il nostro immaginario collettivo – chi potrebbe dimenticare il remix epico di James Holden per “The Sky Was Pink”? – torna con il suo settimo atto. Non un’operazione di nostalgia, ma una mappa per orientarsi nel presente. Il titolo è “Evaporator”, un distillato elementare, proprio come l’acqua che purifica tornando alla sorgente.
Ma la vera rivoluzione sta nell’idea che lo sostiene: la “musica del giorno”. Fake la descrive così: “Non è musica da club aperta al confronto. È piacevole, accessibile. Mentre definivo la tracklist, l’ho chiamato ‘un album diurno’. Non ha il feeling di un afterparty”. È un gesto quasi sovversivo in un ecosistema musicale spesso ossessionato dall’oscurità e dalle ore piccole. “Evaporator” è l’alba dopo la festa, la chiarezza che segue il caos, un lavoro radioso che abbraccia con naturalezza sfumature di ambient, rave, trance e garage.
La conferma di questa ricerca arriva dalle collaborazioni d’eccezione: Clark porta la sua firma intricata in “Orbiting Meadows”, mentre in “Baltasound” è il batterista dei Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs, Dextro (alias Ewan Mackenzie), a iniettare una vena di potenza ritmica primordiale. Il tutto è forgiato con gli strumenti fedeli dell’artigiano digitale – il vetusto Cubase VST5 su tutti – a dimostrare che la visione, non lo strumento, fa la differenza.
Eppure, il gesto più significativo di questo capitolo potrebbe essere un altro: per la prima volta, il volto di Nathan Fake campeggia in copertina. Un atto di rivelazione personale per un artista che ha sempre vissuto nella penombra. “Crescendo, i produttori che amavo erano figure misteriose, l’arte era astratta. C’era una distanza enorme tra te e quella musica, ed era una parte fondamentale dell’esperienza”, riflette. “Oggi aiuta essere estroversi. Io non lo sono. Ma a vent’anni di distanza, ho pensato di provare qualcosa di nuovo. Sono fortunato a sopravvivere in un mondo mediatico che favorisce gli estroversi. Non è il mio mondo, ma in qualche modo ci sono ancora”.
“Evaporator” è quindi anche un monumento alla resilienza discreta, alla capacità di evolversi restando fedeli a sé stessi. Un album che non urla, ma risplende.
“Evaporator” sarà disponibile dal 20 Febbraio su InFiné, anticipato dal singolo “Bialystok”. E per l’Italia, segnatevi queste date: il tour toccherà Circolo Magnolia a Milano il 6 Marzo 2026 e Monk Club a Roma il 7 Marzo 2026.
https://www.instagram.com/nathanpaulfake/
https://nathanfake.bandcamp.com/
L'articolo Nathan Fake: “Evaporator” e il coraggio della luce. Il suono del giorno dopo il rave. Ascolta proviene da Freak Out Magazine.
Dopo un decennio di narrazioni complesse e metaforiche, Kae Tempest approda al suo quinto album con un gesto di pura essenza: intitolarlo con il proprio nome. Questo “Self Titled”, pubblicato da Island Records, non è un semplice disco, ma un punto d’arrivo e una rinascita. La quarantunenne poeta, drammaturgo e rapper del South East London abbandona le vesti più letterarie per una sincerità disarmante, consegnando quello che possiamo definire il suo lavoro più maturo.
Prodotto in stretta simbiosi creativa con Fraser T. Smith, il progetto si allontana dalle atmosfere minimali e dall’indie electro di “The Line Is a Curve” (2022) per abbracciare un sound audacemente eclettico e corale. L’album si articola come una suite di “lettere d’amore” – alla comunità trans, alla città di Londra, all’accettazione di sé – dove la poesia spoken-word, recitata con un’urgenza ipnotica, trova casa in arrangiamenti ricchi e generosi. Si spazia dai ritmi gospel-R&B alle architetture di archi, dai colori synth-pop anni ottanta a momenti di pura essenza ritmica.
È in questo panorama sonoro trovano spazio varie collaborazioni: Neil Tennant dei Pet Shop Boys impreziosisce “Sunshine on Catford” con la sua voce iconica, in un inno malinconico e luminoso alla periferia londinese. Voci come quelle di Tawiah, Connie Constance e Young Fathers aggiungono profondità e tessuti corali, trasformando monologhi interiori in dialoghi universali. Brani come “I Stand on the Line” risuonano come dichiarazioni di intenti esistenziali, mentre “Breathe” stupisce per la sua immediatezza: un torrente verbale registrato in un’unica, trascinante take che cattura l’energia pura di un freestyle.
La forza di questo album risiede proprio in questo equilibrio mirabile tra l’intimità bruciante dei testi – più diretti, personali e meno velati di allegorie che in passato – e la produzione scintillante e sapiente di Smith. Non c’è mai scontro, ma una simbiosi perfetta che amplifica il messaggio. Tempest scruta il caos del mondo e delle relazioni non con rassegnazione, ma con una resilienza attiva, cercando e affermando spazi di pace, gioia e identità autentica.
“Kae Tempest” è dunque un atto di coraggio e di chiarezza. Conferma l’artista non solo come una delle voci poetiche più importanti della sua generazione, ma come una musicista completa, capace di forgiare un universo sonoro coerente e avvolgente per le sue storie. Un disco potente, confidenziale e, in ultima analisi, liberatorio, che non si ascolta semplicemente, ma si sperimenta. Un’opera essenziale.
https://www.kaetempest.com/
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L'articolo Kae Tempest: l’arte dell’essere sé stessi in un disco omonimo e potente proviene da Freak Out Magazine.
Dopo un decennio di narrazioni complesse e metaforiche, Kae Tempest approda al suo quinto album con un gesto di pura essenza: intitolarlo con il proprio nome. Questo “Self Titled”, pubblicato da Island Records, non è un semplice disco, ma un punto d’arrivo e una rinascita. La quarantunenne poeta, drammaturgo e rapper del South East London abbandona le vesti più letterarie per una sincerità disarmante, consegnando quello che possiamo definire il suo lavoro più maturo.
Prodotto in stretta simbiosi creativa con Fraser T. Smith, il progetto si allontana dalle atmosfere minimali e dall’indie electro di “The Line Is a Curve” (2022) per abbracciare un sound audacemente eclettico e corale. L’album si articola come una suite di “lettere d’amore” – alla comunità trans, alla città di Londra, all’accettazione di sé – dove la poesia spoken-word, recitata con un’urgenza ipnotica, trova casa in arrangiamenti ricchi e generosi. Si spazia dai ritmi gospel-R&B alle architetture di archi, dai colori synth-pop anni ottanta a momenti di pura essenza ritmica.
È in questo panorama sonoro trovano spazio varie collaborazioni: Neil Tennant dei Pet Shop Boys impreziosisce “Sunshine on Catford” con la sua voce iconica, in un inno malinconico e luminoso alla periferia londinese. Voci come quelle di Tawiah, Connie Constance e Young Fathers aggiungono profondità e tessuti corali, trasformando monologhi interiori in dialoghi universali. Brani come “I Stand on the Line” risuonano come dichiarazioni di intenti esistenziali, mentre “Breathe” stupisce per la sua immediatezza: un torrente verbale registrato in un’unica, trascinante take che cattura l’energia pura di un freestyle.
La forza di questo album risiede proprio in questo equilibrio mirabile tra l’intimità bruciante dei testi – più diretti, personali e meno velati di allegorie che in passato – e la produzione scintillante e sapiente di Smith. Non c’è mai scontro, ma una simbiosi perfetta che amplifica il messaggio. Tempest scruta il caos del mondo e delle relazioni non con rassegnazione, ma con una resilienza attiva, cercando e affermando spazi di pace, gioia e identità autentica.
“Kae Tempest” è dunque un atto di coraggio e di chiarezza. Conferma l’artista non solo come una delle voci poetiche più importanti della sua generazione, ma come una musicista completa, capace di forgiare un universo sonoro coerente e avvolgente per le sue storie. Un disco potente, confidenziale e, in ultima analisi, liberatorio, che non si ascolta semplicemente, ma si sperimenta. Un’opera essenziale.
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