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C’è una voce che non si è mai davvero spenta. Un’eredità fragile e maestosa che, a quasi trent’anni dalla scomparsa, continua ad accendersi in nuove generazioni di ascoltatori. Ora, quel mito chiamato Jeff Buckley diventa un’esperienza collettiva e cinematografica: “It’s Never Over: Jeff Buckley”, il documentario diretto dalla candidata Oscar Amy Berg e co-prodotto da Brad Pitt, arriva nelle sale italiane come evento speciale, e solo per tre giorni: 16, 17 e 18 marzo.
La scelta non è casuale. Il 2024 segna il sessantesimo anniversario dalla nascita dell’artista, e la pellicola giunge nel nostro paese dopo aver incantato il Sundance Festival, la Festa del Cinema di Roma e, soprattutto, dopo essere esplosa in una seconda vita virale su TikTok. Lì, frammenti della sua struggente “Lover, You Should’ve Come Over” – da cui è tratto il titolo del film – hanno fatto scoprire Buckley a una platea impreparata alla sua bellezza devastante.
Non è un biopic tradizionale. È il ritratto più intimo e definitivo mai realizzato, costruito attorno a un archivio privato e inedito messo a disposizione da Mary Guibert, madre di Jeff e custode della sua memoria. Tra i tesori più commoventi, l’ultimo messaggio vocale che Buckley lasciò in segreteria. Un frammento di vita reale che squarcia il velo della leggenda.
“Non ricordo un periodo della mia vita in cui non pensassi di fare un film su Jeff”, rivela Amy Berg. “Ci penso da quando ho iniziato a fare film nel 2006. O forse dal ’94, quando ascoltai ‘Grace’ per la prima volta”. Un progetto nato diciotto anni fa da una conversazione con Mary, allora orientata verso un film di finzione. Ma la forza dei nastri, delle foto, delle registrazioni casalinghe era troppo potente. “Ero certa che ne sarebbe venuto fuori un documentario. E nel 2019 la mia proposta fu accettata. È stato un travaglio d’amore: avvicinarsi il più possibile a qualcuno che non abbiamo conosciuto”.
Attraverso quelle immagini, e le testimonianze di chi gli fu accanto – le ex fidanzate Rebecca Moore e Joan Wasser (ovvero Joan As Policewoman ), i musicisti della band Michael Tighe e Matt Johnson, il produttore Andy Wallace, colleghi come Ben Harper e Aimee Mann – il film ricostruisce l’artista nella sua interezza: il genio fragile, la ricerca ossessiva, la vulnerabilità disarmante.
L’evento cinema, distribuito da Nexo, sarà anticipato dall’apertura delle prevendite dal 4 febbraio, con l’elenco delle sale disponibile sul sito nexostudios.it. In un perfetto contrappunto, dal 13 febbraio Sony Music pubblicherà una sontuosa versione deluxe di “Live at Sin-é”, l’EP cult del 1993 registrato in un minuscolo club di Manhattan. Un cofanetto rigido con quattro vinili, copertine individuali, un libretto fotografico e versioni live estese di “Grace”, “Last Goodbye” e della mitica cover di “Hallelujah”. Già disponibile in pre-order, è il complemento ideale all’esperienza filmica.
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Per gli avventurieri dell’ascolto, per chi cerca sentieri dove il jazz si fonde con il rock più granitico e l’arte del rumore diventa ipnosi, segnatevi questa data: 13 febbraio. Quel giorno, attraverso il canale Envision/Invada, vedrà la luce Nethering, un atto creativo nato dall’incontro di tre cartografi del suono contemporaneo: Colin Stetson, Greg Fox e Trevor Dunn.
L’album, interamente improvvisato durante una sessione del 2018, si presenta con il brano apripista e omonimo, “Nethering”: un vortice sonoro che cattura da subito. Un respiro circolare di sassofono, una geologia ritmica martellante e un basso che scava profondità abissali creano un paesaggio acustico tanto caotico quanto rigoroso, un vero manifesto d’intenti.
Le credenziali del trio parlano da sole, dipingendo una mappa delle avanguardie rock e sperimentali degli ultimi decenni. Colin Stetson, virtuoso del sax dalle collaborazioni infinite (da Bon Iver ad Arcade Fire), forgia atmosfere epiche con il suo strumento. Greg Fox, ex-batterista di Liturgy e Uniform, è un titano del ritmo, capace di destrutturare il tempo in pattern ipnotici. Trevor Dunn, leggenda del basso proveniente dal laboratorio di Mr. Bungle, Fantômas e Tomahawk, è il collante oscuro e imprevedibile che completa l’alchimia.
Nethering non è un disco, ma un esperimento in tempo reale. È il suono di tre menti che si incontrano senza una mappa, esplorando il confine dove la composizione cede il passo all’istinto puro. E, come rivela Stetson, questo è solo il primo capitolo di una serie dedicata al minimal free jazz e alle collaborazioni improvvisate in arrivo da Envision/Invada.
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Nella raffinata costellazione del jazz contemporaneo, Bill Frisell brilla come un astro dalla luce quieta e profonda. A febbraio, quel bagliore si farà più intenso con l’arrivo di “In My Dreams“, il suo quinto, attesissimo capitolo per la prestigiosa etichetta Blue Note. In uscita il 27 febbraio, l’album non è solo una nuova collezione di brani, ma il ritratto sonoro di una famiglia artistica unita da decenni di viaggi, suoni e silenzi condivisi.
Il progetto segna il debutto ufficiale del suo nuovo sestetto, un ensemble che suona meno come una formazione occasionale e più come un consesso di anime affini. Accanto alla chitarra inconfondibile di Frisell, si intrecciano le voci di vecchi compagni di strada: l’arco narrativo di Jenny Scheinman al violino, le profondità timbriche di Eyvind Kang alla viola, la poesia cellistica di Hank Roberts, la solidità ipnotica di Thomas Morgan al contrabbasso e la ritmica sensibile di Rudy Royston alla batteria.
«La nostra storia torna indietro di decenni», racconta Frisell con la sua tipica understatement. «Ho passato tanto tempo con queste persone. Percorso migliaia di chilometri. Ma questo non significa che abbiamo finito. Siamo appena all’inizio». Una dichiarazione che risuona come un manifesto, e che trova prova nell’incantevole traccia titolare già disponibile per l’ascolto: un brano-onirico dove le melodie si dispiegano come ricordi vividi e gli arrangiamenti respirano con delicatezza corale.
Il 2026 si annuncia come un anno doppiamente speciale per il chitarrista: all’uscita dell’album si unirà infatti la celebrazione del suo 75° compleanno, onorato non con un giorno di riposo (il 18 marzo), ma con un vero e proprio tour di condivisione. Dalla West Coast alla East Coast, le tappe toccheranno templi della musica come l’Appel Room del Lincoln Center di New York, per due serate speciali il 27 e 28 marzo, passando per San Francisco, Seattle, Denver e Philadelphia.
“In My Dreams” promette così di essere più di un disco: è un ritorno a casa, un dialogo rinverdito, l’inizio di un nuovo, emozionante capitolo per uno dei più originali narratori sonori del nostro tempo.
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I Grammy Awards 2026, celebrati ieri sera alla Crypto.com Arena di Los Angeles, hanno scritto una pagina di storia per una leggenda del rock: The Cure. Per la prima volta nella loro carriera quasi cinquantennale, la band guidata dall’iconico Robert Smith ha sollevato la prestigiosa statuetta.
Un riconoscimento arrivato a coronamento di un percorso influente ma sempre ai margini dei grandi premi mainstream. Nonostante una discografia fondamentale, tour epici e colonne sonore indimenticabili (da “Just Like Heaven” in “Guardiani della Galassia” a “Burn” in “Il Corvo”), il gruppo inglese era rimasto fino a ieri escluso dal palmarès dei Grammy.
La serata è esplosa quando è stato annunciato il loro nome per la categoria “Miglior Album Rock” con l’acclamato “Songs of a Lost World”, il primo album in studio dopo quindici anni. Un’ovazione commossa ha accolto Robert Smith, con la sua inconfondibile chioma e sigaro nero, salire sul palco.
“È una sorpresa… dopo tutto questo tempo”, ha dichiarato con la tipica autoironia, dedicando il premio a tutti i fan che hanno reso possibile “questa lunga, strana avventura”. Il trionfo è stato vissuto come un premio alla coerenza, all’influenza generazionale e al coraggio di essere sempre, autenticamente, sé stessi. I Grammy 2026 hanno finalmente sanato un’anomalia della storia della musica, rendendo giustizia a un gruppo che ha fatto della differenza la sua stessa ragione d’essere.
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Dopo sei anni di silenzio discografico, un’eternità per il panorama musicale che cambia pelle in un attimo, Holy Fuck sono pronti a riaccendere i motori. La band pioniera del dance-rock strumentale annuncia l’uscita del sesto capitolo della loro storia: “Event Beat”, in arrivo il 27 marzo per l’etichetta Satellite Services. Non è solo un nuovo album; è la cronaca di un ritorno alle radici, di un gesto collettivo e quasi rituale.
L’album ha preso forma lontano dal rumore cittadino, nel ventre di un salone di villaggio nella remota Nuova Scozia. Qui, nel 2022, i membri della band, solitamente dispersi per il mondo, si sono ritrovati per vivere e creare in simbiotico isolamento. Il risultato? Un lavoro che cattura l’energia grezza e immediata del loro celebre live, ma con una nuova, potente focalizzazione. Per la prima volta dopo diversi album, nessuna voce ospite “interferisce” nei brani: è il suono puro degli Holy Fuck, una macchina ritmica ipnotica che respira e suona all’unisono.
Brian Borcherdt, parlando dell’atmosfera di “Event Beat”, dipinge un quadro di forza primordiale: l’album corre “verso qualcosa che è oltre il controllo personale, in balia di un sistema più grande o di una volontà non detta”. È musica che sembra obbedire a leggi naturali, a impulsi elettronici organici.
Ad aprire le danze è il singolo “Evie”, un perfetto assaggio di questa direzione. Un groove dub-post-punk funky che si dipana con precisione chirurgica e vitalità contagiosa, catturato nel video (diretto da Colin Medley) in una take live in studio, a ribadire l’essenza più autentica della band.
Ma “Event Beat” non rimarrà confinato nelle casse dello studio. Gli Holy Fuck annunciano un tour mondiale per portare la nuova energia direttamente sul palco. La primavera li vedrà in Nord America, affiancati nella prima parte dai MEMORIALS (progetto di Verity Susman degli Electrelane) e successivamente dall’eclettico cantautore e snowboarder Gus Englehorn. L’autunno sarà invece dedicato a Regno Unito ed Europa.
Per i fan della costa est americana, appuntamento imperdibile all’Elsewhere Zone One di New York il 14 aprile (con data aggiuntiva al Tubby’s di Kingston il 10 aprile), entrambe con Gus Englehorn ad aprire le serate.
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