Mensile di informazione musicale, sempre aggiornato, notizie e curiosità dal mondo musicale.
http://www.freakoutmagazine.it
A volte le formazioni più luminose nascono per caso, come costellazioni temporanee che si accendono all’improvviso. È il caso di The Morning Stars, supergruppo indie berlinese nato letteralmente come regalo di compleanno, che oggi annuncia il suo commiato con l’ultimo singolo, “One of the Doors”.
Il brano, apripista dell’album di debutto “A Hymn Without a Sound”, è un perfetto ritratto della chimica del collettivo. Immaginate un stop-and-go funk essenziale, che ricorda la tensione ritmica dei Talking Heads, sciogliersi in vapori dream-pop sospesi tra Beach House e Slowdive. La magia sta in quel dondolio ipnotico, in quel movimento pendolare tra precisione e abbandono. Sopra cambi armonici a sorpresa, le voci polifoniche tessono un racconto sulle svolte esistenziali, sui sentieri che si diramano senza una mappa precisa.
Il progetto riunisce alcuni dei nomi più cari alla scena indipendente tedesca: la sperimentatrice Barbara Morgenstern, Alex Paulick (Kreidler), Sebastian Vogel (Kante) e Felix Müller-Wrobel (Sport, Kante). Ciò che era iniziato come una sorpresa per un amico si è trasformato in un dialogo sonoro intriso di storia condivisa, fiducia musicale e una gioia palpabile del suonare insieme.
Proprio questa gioia è il cuore pulsante di “A Hymn Without a Sound”, registrato allo LowSwing Studio di Berlinese con Guy Sternberg e rifinito da Alex Paulick e Norman Nitzsche. L’album promette fluidità tra atmosfere fragili, quasi sussurrate, e climax di post-rock vigoroso.
https://themorningstars.band/
https://www.instagram.com/the__morning__stars/
A Hymn Without A Sound by The Morning Stars
L'articolo The Morning Stars, supergruppo berlinese formato da Barbara Morgenstern e membri di Kreidler, Sport e Kante proviene da Freak Out Magazine.
Nel panorama musicale contemporaneo, pochi collettivi custodiscono un’aura di mistero come i Sault. Guidati dalla mente visionaria del produttore Inflo, i maestri del funk e dell’R&B sperimentale sono riemersi dalle ombre con “Chapter 1”, il loro tredicesimo capitolo discografico. Non un semplice album, ma uno spazio sonoro che respira, definito dagli stessi artisti come un luogo di “pazienza e fede”, dove ritmo e silenzio dialogano in un equilibrio ipnotico.
La tracklist è un tessuto di collaborazioni d’eccezione: la voce eterea di Cleo Sol si intreccia con le sfumature del cantautore Jack Peñate, mentre a tessere le basi produttive ci sono nientemeno che i leggendari architetti del suono Jimmy Jam e Terry Lewis. Un incontro tra l’eredità del Minneapolis sound e l’innovazione oscura e pulsante che ha reso Sault un culto globale.
Eppure, dietro queste atmosfere cariche di “calore e attesa” – come descritto nelle note dell’album – si aggira l’eco di recenti tempeste legali. Solo lo scorso anno, Inflo è finito sotto i riflettori dei tribunali per una causa miliardaria mossa da Little Simz, storica collaboratrice, riguardante i finanziamenti del primo – e finora unico – live show del gruppo nel 2023. Un contenzioso da 2,2 milioni di dollari che sembra non aver scalfito la determinazione del collettivo, anzi: forse ne ha alimentato il fuoco creativo.
Dopo l’acclamato “5” del 2019, Sault ha inondato le piattaforme con una dozzina di release a sorpresa, sfidando le logiche dell’industria e costruendo un universo parallelo sotto il sigillo Forever Living Originals. Con “Chapter 1”, sembrano voler tornare alle origini per reimmaginarle: non un punto di arrivo, ma un nuovo inizio, “qualcosa che si sta radunando”.
Un disco che non chiede di essere solo ascoltato, ma vissuto. Un invito ad entrare in uno stato meditativo, dove ogni pausa è pregnante e ogni nota un passo verso un’emozione collettiva. I Sault non fanno rumore ma creano universi. E in questo tredicesimo lavoro, forse, hanno trovato la loro dimensione più magnetica e necessaria.
Come nel caso di “Lord Have Mercy”, un epic lento e bruciante che si dispiega in una spianata di archi sinfonici e voci lamentose. Colpi di batteria secchi, chitarra acustica malinconica e una chitarra twangy e ricorrente che sembra pedinare qualcuno per le strade di mezzanotte: è puro, magnifico midnight blues.
Il ruolo di Jimmy Jam e Terry Lewis, i maestri del Minneapolis Sound che qui sposano perfettamente l’estetica oscura e ipnotica di Inflo, è evidente e a loro si devono anche le tracce “Fulfill Your Spirit”, “Good Things Will Come After The Pressure”, “Love Does Not Equal Pain” e “Don’t Worry About What You Can’t Control”, titoli che sono già dichiarazioni di intenti filosofici.
https://www.sault.global
https://www.facebook.com/SAULTGLOBAL
https://www.instagram.com/saultglobal/
L'articolo Sault: “Chapter 1” è il nuovo, fosco inno funk tra mantra e midnigh blues. Ascolta proviene da Freak Out Magazine.
Se l’estate scorsa li avevamo salutati con il pugno alzato dell’EP The Beat, Angel Du$t tornano con un album che dal titolo è già un manifesto: Cold 2 the Touch, il sesto attesissimo album verrà pubblicato il 13 febbraio per la Run for Cover Records.
Cold 2 the Touch segna un capitolo importante: è il primo long playing con la formazione rinnovata che include Nick Smith alla batteria e Jim Carroll (American Nightmare) alla chitarra, e vede il ritorno alla console del produttore Brian McTernan, già al lavoro con nomi come Converge e Turnstile, quest’ultima – insieme ai Trapped Under Ice – band dalla quale nasce il gruppo nel 2013 a Baltimore.
La tracklist promette un viaggio attraverso gli estremi, tra furia hardcore e melodie che si incollano al cervello, con una lista di ospiti d’eccezione che legge come una who’s who della scena alternativa: da Scott Vogel (Terror) a Wes Eisold (American Nightmare, Cold Cave), passando per il carisma di Frank Carter.
In una dichiarazione che suona più come una presa di posizione che come un semplice commento, Justice Tripp dice:: “Questo è ciò che siamo. Punto. Siamo persone che suoneranno sempre rock & roll aggressivo. Accada ciò che deve accadere. Se mi metti di mezzo, ti travolgerò.”
Un avvertimento chiaro. Il countdown è iniziato: Cold 2 the Touch arriverà il 13 febbraio 2026, ma il primo assaggio è già qui, e brucia.
https://www.angeldustmoney.com/
https://www.facebook.com/angeldustmoney/
https://www.instagram.com/angeldustmoney/
COLD 2 THE TOUCH by Angel Du$t
L'articolo Mosh pit e melodia: gli Angel Du$t svelano il nuovo album “Cold 2 the Touch”. Ascolta proviene da Freak Out Magazine.
Il rumore di fondo del decennio scorso sembrava un battito digitale, un flusso ininterrotto di synth 808 e vocalizzi auto-tunati. Eppure, in una piega inaspettata dello spazio-tempo musicale, qualcosa si è incrinato. Un ronzio sordo, un feedback stridente, una batteria che esplode in blast beat ha perforato il mainstream. Le chitarre, quelle veloci, distorte, impastate di furia e redenzione, sono tornate prepotentemente in auge. E non si tratta di una semplice nostalgia revivalista, ma di un vero e proprio riflusso culturale: il punk–hardcore e il post punk, con la loro immediatezza viscerale e l’etica fai-da-te, stanno offrendo alle nuove generazioni un vocabolario alternativo a quello dominante del rap e della trap o dell’intramontabile pop e soul.
In prima fila in questa riscoperta ci sono band come i Turnstile, fenomeno di Baltimore che ha compiuto il miracolo (o il presunto tradimento, a seconda dei puristi) di portare le sonorità hardcore e melodiche della fine anni ’80 e inizio ’90 sui palchi dei festival più grandi e nelle playlist globali. I loro album “Glow On” e poi “Never Enough”, sono diventati un manifesto involontario, una prova che l’energia caotica delle piccole sale può respirare anche in spazi enormi. Ma il movimento è ampio e variegato: dall’angularità post-hardcore dei Title Fight alla rabbia addolcita dei Militarie Gun, dall’approccio sperimentale degli Angel Du$t all’aggressione diretta degli Scowl e degli Higher Power. Ul versante angolosassone troviamo band più come gli IDLES, gli Shame, i Squid e i Viagra Boys i quali stanno rielaborando l’eredità post-punk e noise rock in chiave contemporanea, con testuali caustiche e sound implacabili.
Questo ritorno di fiamma, però, non avviene nel vuoto. La scena hardcore e punk, come giustamente si nota, non si è mai veramente assopita. Ha continuato a vivere sottotraccia, in nuove label che hanno preso il posto di quelle storiche, basement e club, alimentata da una devozione quasi religiosa. La differenza è che ora quell’energia è sotto i riflettori, “scoperta” da un pubblico più vasto e dal sistema dell’industria musicale. Ed è proprio qui che si apre una questione spinosa, un dilemma che tocca il cuore stesso della cultura alternativa: cosa succede quando un’etica nata per contrapposizione diventa tendenza?
A gettare un’ombra critica su questo fenomeno è una voce profetica, quella di Ian MacKaye, frontman dei leggendari Minor Threat (e dei Fugazi poi) e padre putativo dell’hardcore americano, nonché paladino della cultura straight-edge. In recenti riflessioni, MacKaye ha rivisitato le origini della canzone “Straight Edge”, chiarendone l’intento originario: non un manifesto per un movimento codificato, ma un inno alla libertà individuale, al diritto di scegliere come vivere la propria vita senza dogmi imposti. Con amarezza, ha osservato come quella spinta iniziale sia stata nel tempo irrigidita in una dottrina, trasformata in un’identità da “indossare” e, in casi estremi, usata per aggredire chi non si conformava. “Completamente contrario allo spirito della canzone”, ha concluso.
Questa analisi di MacKaye è un monito fondamentale per il presente. Il rischio che si corre oggi, in questo momento di rinnovato interesse per l’hardcore, è proprio quello di sposare un modello culturale, sociale e musicale senza viverlo dal profondo. Di indossare la maglietta della band, di conoscere i riferimenti, di fare il moshpit al concerto, ma di trattare l’intera esperienza come un’estetica temporanea, un’identità di passaggio in un guardaroba di personalità digitali.
L’hardcore, nella sua essenza più pura, non è solo un suono: è una questione di convinzione, di comunità orizzontale (DIY), di impegno che resiste nel tempo. È gridare le proprie verità sapendo che il mainstream le assorbirà, le digerirà e forse le rigetterà, ma il valore sta nella coerenza della pratica.
Il merito incredibile di band come i Turnstile e le altre citate, al di là del valore musicale, è forse proprio quello di aver riportato questo conflitto alla superficie. Hanno creato un ponte, permettendo a migliaia di persone di avvicinarsi a un linguaggio potente. La sfida per chi arriva ora, attratta da questo nuovo “rumore”, è andare oltre la superficie. È esplorare la storia, dalle radici con i Minor Threat e i Black Flag, passando per la rivoluzione emocore degli anni ’90, fino alla scena contemporanea indipendente. È capire che quelle chitarre distorte non sono solo un effetto sonoro, ma il veicolo di un’urgenza.
Il vero ritorno non è solo del suono, quindi, ma della domanda che quel suono ha sempre posto: cosa credi veramente? Cosa sei disposto a sostenere oltre la moda del momento? L’hardcore, oggi come ieri, non offre risposte facili, ma costringe all’ascolto, alla reazione, all’azione. In un’epoca di consumo culturale rapido e usa-e-getta, la sua rinnovata presenza è un invito scomodo e necessario: a non essere solo spettatori di un trend, ma potenziali creatori di una scena. A vivere la musica, come suggeriva MacKaye, come un atto di profonda, personale determinazione, non come l’adesione a un club esclusivo.
L'articolo Da Turnstile in poi: come il punk-hardcore è tornato mainstream e perché Ian MacKaye ci mette in guardia proviene da Freak Out Magazine.
Nel pantheon del rock estremo, pochi suoni sono riconoscibili, e devastanti, come quello degli Unsane. Un turbine di distorsione viscerale, ritmi che martellano come catene in una fonderia, e una disperazione urbana trasformata in arte abrasiva. Mentre il mondo musicale naviga in acque spesso effimere, arriva una notizia che riporta la lancetta indietro, al cuore pulsante di un’era cruciale: il 6 febbraio 2026, “Occupational Hazard”, l’album che nel 1998 li consacrò a paladini del post-hardcore più oscuro e determinato, torna in una sontuosa riedizione estesa.
Non si tratta di una semplice ristampa, ma di una riscoperta archeologica di un momento di svolta. Pubblicato per Relapse Records, “Occupational Hazard” rappresentò il perfetto, violentissimo connubio tra la furia hardcore punk delle origini del trio newyorkese e venature più grezze di metal e industrial. Fu il suono di una band al picco della sua potenza creativa, consapevole e focalizzata. Come ricorda Chris Spencer, mente e voce (straziata) del gruppo: “Sapevamo cosa stavamo facendo in termini di songwriting, e potemmo prendercela comoda mentre suonavamo costantemente“. Quel periodo, definito “molto gratificante” da Spencer, generò un disco la cui potenza, a distanza di 28 anni, non si è smussata di un millimetro.
La nuova edizione, curata dalla stessa band attraverso la sua etichetta Lamb Unlimited e rimasterizzata dal fedele collaboratore Andrew Schneider, è un vero scrigno per i fedeli. Oltre al capolavoro originale, rimesso a nuovo nella sua gloria disturbante, contiene il bonus track “No Soul” (originariamente su vinile per la Man’s Ruin) e, ciliegina sulla torta, le sessioni demo inedite registrate agli AmRep Studios di Minneapolis. Queste sei tracce sono il proto-materiale, il primo germoglio crudo di quello che sarebbe diventato l’album, e la loro inclusione offre uno sguardo raro nel laboratorio della band.
La storia di “Occupational Hazard”, però, è intrisa anche di un’ombra tragica. Poco prima dell’uscita originale, durante un tour promozionale in Europa, Chris Spencer fu aggredito brutalmente e lasciato per morto a Vienna. Un evento che interruppe bruscamente il ciclo del disco, ma dal quale la band, con una determinazione che riflette la loro musica, si rialzò dopo un intervento chirurgico d’emergenza, tornando a martellare i palchi del mondo.
Ed è proprio sul palco che questo revival trova il suo apice celebrativo. Dopo decenni, gli Unsane suoneranno “Occupational Hazard” nella sua interezza per la prima e unica volta al leggendario Roadburn Festival nell’aprile 2026. Un evento storico, preludio a un tour europeo e UK che da marzo ad aprile 2026 riporterà la loro tempesta di sabbia e acciaio nelle città del continente. E’ prevista anche una tappa a Bologna.
Questa riedizione non è solo nostalgia. È la riaffermazione di un monumento del noise rock, un promemoria che il suono degli Unsane – sporco, diretto, catartico – resta un punto di riferimento insormontabile. Per chi c’era, è un’immersione rinnovata in un classico senza tempo. Per chi arriva dopo, è la porta d’accesso perfetta a uno degli album più influenti e implacabili della scena alternativa. La pericolosità professionale, a quanto pare, non è mai scaduta.
https://www.facebook.com/UNSANE2023/
https://www.instagram.com/unsaneband/
Occupational Hazard (2026 Remaster) by Unsane
L'articolo “Occupational Hazard” è il ruggito immortale degli Unsane. L’album viene ristampato. Un live a Bologna proviene da Freak Out Magazine.
... | 335 | 340 | 345 | 350 | 355 | 360 | 365 | 370 | 375 |...
AgoraVox Italia