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Segnatevi questa data: 1° luglio 2026. La Cavea dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma non ospiterà un semplice concerto, ma un vero e proprio portale verso mondi strambi, malinconici e meravigliosamente distorti. È il ritorno trionfale in Italia di “Danny Elfman’s Music from the Films of Tim Burton”, uno spettacolo sinfonico-immersivo che è già leggenda.
Non chiamatelo solo un compositore. Danny Elfman è il cuore pulsante, l’architetto sonoro, l’alter ego musicale dell’universo di Tim Burton da oltre tre decenni. La loro è una delle collaborazioni più iconiche e prolifiche della storia del cinema, e a Roma avremo il privilegio di riviverla dal vivo, in un formato che supera ogni aspettativa.
Immaginate la potenza di un’orchestra sinfonica che dà voce alle melodie indimenticabili di capolavori come Edward mani di forbice, The Nightmare Before Christmas, La Sposa Cadavere e Beetlejuice. A questo, aggiungete le proiezioni curate personalmente da Tim Burton, che avvolgeranno palco e pubblico in un turbine di immagini cult. E come ciliegina sulla torta gotica, la presenza stessa di Danny Elfman, che salirà sul palco non solo per dirigere, ma per interpretare in prima persona alcuni dei momenti più amati, riportando in vita lo spirito di Jack Skellington o dell’Enigmista con la sua carismatica presenza.
Un’attenzione speciale sarà riservata al fenomeno globale “Mercoledì”, la serie Netflix che ha conquistato il mondo e per cui Elfman ha giustamente vinto un Emmy® nel 2023, dimostrando come la magia del duo Burton-Elfman continui a evolversi e incantare nuove generazioni.
Questo evento, organizzato da Intersuoni BMU con Bass Culture e Fondazione Musica per Roma nell’ambito del Roma Summer Fest 2026, è l’occasione per celebrare un artista totale. Elfman non è solo il narratore sonoro di Burton: è la mente dietro le sigle dei Simpson e di Desperate Housewives, il compositore degli Men in Black e dello Spider-Man di Sam Raimi, l’autore di opere sinfoniche acclamate a livello internazionale.
Con un palmarès che spazia dalle nomination agli Oscar ai Grammy, fino ai recentissimi traguardi con “Mercoledì” e il nuovo lavoro per Luc Besson (“Dracula: A Love Tale”), Elfman è più vivo e creativo che mai. Questo concerto è la summa della sua arte: un ponte tra cinema, musica classica e cultura pop, reso in una forma spettacolare e totalizzante.
Questo non è uno show per puristi della classica o per semplici fan del cinema. È un’esperienza immersiva ed emotiva per chiunque sia stato almeno una volta catturato da un sogno in stop-motion, da un eroe dalle forbici al posto delle mani, o dal sorriso sardonico di una ragazza dal piglio nero. È la colonna sonora della nostra immaginazione, eseguita dal suo stesso autore.
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Nella sua lunga esperienza di giornalista musicale, Roberto Calabrò è stato e continua ad esserlo, uno dei maggiori divulgatori del rock australiano in Italia. Attraverso alcuni libri, ma soprattutto con decine e decine di articoli monografici, recensioni, interviste che sono finite sulle pagine di riviste italiane (Rockerilla, Blow Up, Gimmie Danger solo per citarne alcune) ed estere (Ruta 66, Shinding) senza dimenticare le prestigiose pagine di Repubblica e L’Espresso, ma anche su queste stesse pagine ha messo passione e conoscenza al servizio dei lettori e della buona musica.
La sua ultima fatica letteraria pubblicata dalla Tuttle edizioni nella collana Director’s Cut della rivista Blow Up, è tutta dedicata alla musica che forse più di ogni altro ama. Tales From Oz è un agile volume di 160 pagine in cui l’autore, come recita il sottotitolo del libro, esplora i Dischi e le leggende del rock australiano in un excursus di facile lettura che unisce il rigore del critico con l’amore del sincero appassionato.
Libri di critica musicale che hanno come argomento base il racconto della scena Aussie Rock sono rari da trovare. Mi vengono in mente i volumi del critico australiano Clinton Walker (Inner City Sound: Punk and Post-punk in Australia, 1976-1985 e Stranded: Australian Independent Music, 1976-1992 entrambi in lingua inglese) e il recente Be My Guru (crac edizioni, 2022) di Federico Guglielmi, il prime mover della divulgazione del rock degli antipodi. Rispetto a questi, l’opera di Calabrò si distingue soprattutto per non essersi limitato al periodo d’oro dell’aussie-rock, ma per avere allargato il suo raggio d’azione ad uno sguardo, seppure rapido, a cosa succedeva negli anni Sessanta per poi arrivare con il suo racconto sino ai primi anni 2000 gettando un possibile ponte verso un racconto futuro su cosa offre oggi la scena australiana, che appare più vivida che mai seppure non sia più sotto i riflettori come un tempo.
Naturalmente la parte del leone è riservata al periodo d’oro del rock australiano che possiamo individuare nel periodo compreso tra gli anni 1976-1985, cioè da quando venivano pubblicate le opere prime di Radio Birdman e The Saints che hanno davvero cambiato non solo il volto della musica proveniente da quelle terre lontane, ma anche la percezione che quelle sonorità universali venissero attenzionate e divulgate negli Stati Uniti e in Europa.
Nel suo volume Calabrò non si limita a tracciare i profili dei nomi più noti, ma scende in profondità parlando tanto anche dei gruppi cosiddetti “minori”, ma che hanno rivestito un’importanza fondamentale per dare corpo ad un movimento che ha interessato gli appassionati del mondo intero.
Accanto ad un excursus temporale in cui l’autore traccia in breve storie di musicisti e micro scene locali, troviamo le mille diramazioni e intrecci che hanno interessato i protagonisti, arrivando poi a fornire un compendio critico su ciascuno dei 60 album segnalati (50 LP e 10 Compilations) che servono a fare da guida per una “scoperta” di un mondo lontanissimo solo geograficamente, ma che ha posto le basi per la duratura storia del rock, che ancora oggi continua ad essere vitale, sebbene sia stata data per morta tante volte.
Il volume può essere richiesto quì
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C’è un momento, nella storia di una band leggendaria, in cui tutto è ancora caos, rabbia e sperimentazione. Prima dei dischi ufficiali, prima della fama. È il suono allo stato puro, catturato per caso o per ossessione.
E uno di questi momenti, forse uno dei più mitici per i Killing Joke, è finalmente arrivato su vinile. Si chiama “Extremities, The Albini Demos & Live Beginnings ‘88”, ed è un doppio colpo raro e potentissimo: le registrazioni originali dei demo con Steve Albini e il bootleg del primissimo live con Martin Atkins alla batteria. La data di pubblicazione è fissata al 27 febbraio 2026 per le label Overdrive Records (italiana) e Invisible Records (statunitense).
Siamo a Chicago, fine 1988. Geordie Walker e Martin Atkins, pieni di idee e frustrazione, finiscono nella casa-studio di un giovanissimo Steve Albini. Fu lì che nacque la leggenda del “Black Cassette”: nastri rarissimi, passati di mano in mano tra i fan più accaniti.
Le sessioni furono pure, sporche e senza filtri. Si sente tutto: i bassi distorti di Geordie, le drum machine Yamaha che Martin Atkins massacrava, Albini che correva tra i microfoni e la console. Era il suono dei Killing Joke che scoprivano la propria strada verso Extremities, Dirt & Various Repressed Emotions, mescolando post-punk e industrale anni prima che diventasse di moda.
Quel piccolo studio, poi, sarebbe diventato la casa della Invisible Records e il quartier generale creativo della band. Insomma, qui è nato non solo un disco, ma un intero pezzo di storia.
Ma c’è di più. La seconda parte del disco ci porta in un piccolo club di Birmingham, il Burberries, la sera in cui Martin Atkins suonò per la prima volta dal vivo con la band.
Immagina: locale stretto, pieno di specchi, caldo, energia allo stato puro. E sul palco, esplodono per la prima volta dal vivo brani come Extremities, The Fanatic, Intravenous. Si sente la tensione, la voglia di spaccare tutto, il blast beat ancora grezzo. E in mezzo a tutto questo, la risata iconica e selvaggia di Jaz Coleman – che non era solo teatralità, era liberazione.
Questo non è solo un disco per collezionisti. È un viaggio nel tempo, nelle origini più autentiche di una band che ha cambiato il corso del post-punk e dell’industriale. È il suono di una rivoluzione nata in una stanza, cresciuta in un club, e diventata leggenda.
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EXTREMITIES, The Albini demos and live beginnings '88 by Killing Joke
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Nel panorama musicale, certe forze non si spengono mai. Possono quietarsi, rifluire nelle memorie collettive, ma la loro energia – pura, primordiale, rivoluzionaria – resta lì, in attesa di un nuovo circuito per accendersi. Oggi, per i Bad Brains, quel circuito ha un nome: Trust Records.
La notizia, di per sé, ha la semplicità di un accordo commerciale: la band iconica ha stretto una partnership globale con l’etichetta di New York/Southern California, nata con la missione di preservare e proteggere il patrimonio punk e hardcore. Un accordo che mette nelle mani di Trust l’intera proprietà intellettuale del gruppo: dai dischi storici al nome, dai publishing ai marchi. Da evidenziare che la label ha in catalogo anche 7 Seconds, SNFU, Circle Jerks, Youth Brigade.
Ma per chi ha vissuto con le cuffie immerse in quel caos velocissimo e geniale, questa non è una semplice notizia di business. È un atto di fede e di continuità. È il passaggio del testimone da un gruppo di pionieri – che suonavano così velocemente e con tale ferocia da sembrare provenienti da un altro pianeta – a una nuova guardia che ne riconosce il valore sacro.
Darryl Jenifer, bassista e colonna portante della band, non parla di contratti, ma di “condividere il timone”. Parole che suonano come un mantra della filosofia che i Bad Brains hanno incarnato fin dagli albori a Washington D.C., nel 1978: la PMA, Positive Mental Attitude. Un ossimoro potente se applicato alla furia hardcore, ma che ne è diventato l’anima distintiva. “Sono felice che i Bad Brains condivideranno il timone con Trust nella nostra continua ricerca per mantenere la band viva nei cuori e nelle menti dei nostri sostenitori, mentre ci affacciamo al futuro”, ha dichiarato Jenifer.
E Trust, fondata da Matt Pincus, sembra essere la custode ideale. “I Bad Brains sono l’assoluta vetta della montagna del punk e hardcore“, ha detto. “Hanno insegnato a tutti noi come si fa“. Non è un complimento da sfoggio, ma un riconoscimento di paternità. Senza il loro sound esplosivo, la loro abilità tecnica folgorante (impensabile per la scena punk dell’epoca), il loro mescolare hardcore, reggae e metal con disinvoltura profetica, la mappa del rock alternativo sarebbe stata radicalmente diversa.
Ripercorrere la loro discografia, ora affidata a Trust, è fare un pellegrinaggio nelle cattedrali del genere: l’omonimo debutto del 1982 (la “ROIR tape”), un manifesto di velocità e rabbia; “Rock for Light”, prodotto da Ric Ocasek; il monumentale “I Against I”, capolavoro di maturità e sperimentazione; “Quickness”, potentissimo e oscuro. Dischi che hanno forgiato generazioni di ascoltatori e musicisti, dai Beastie Boys ai Rage Against The Machine, dai Red Hot Chili Peppers ai Foo Fighters.
Questo accordo con Trust Records non è quindi un ritiro nelle nebbie della nostalgia. È il contrario. È un modo per sistematizzare la leggenda, per garantire che il loro messaggio – quella PMA fatta di potenza sonora e forza interiore – continui a navigare, “Sailin’ On” appunto, nell’era dello streaming e oltre. Per assicurarsi che ogni nuovo ragazzo o ragazza che scopra l’hardcore possa farlo attraverso le versioni definitive, curate con amore e conoscenza, delle opere di chi quel fuoco l’ha acceso per primo.
I Bad Brains non hanno bisogno di tornare a far parlare di sé. La loro musica parla da decenni, con voce chiara e furibonda. Ma oggi, con questo patto, quella voce ha trovato una casa per l’eternità. E per noi, ascoltatori, è un promemoria: la vera energia positiva non muore mai. Si trasforma, e ritorna. One Love, e una pesante dose di PMA.
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Nati come progetto solista di Emanuele Sterbini (già membro de Gli Illuminati, No Spoiler, ZAC), gli Sterbus sono diventati da anni un duo con Dominique D’Avanzo cui si aggregano, di volta in volta, altri musicisti. Della formazione capitolina si è sempre detto che abbia gli inglesi Cardiacs come stella polare e anche in questo nuovo album possiamo riscontrare l’influenza della formazione di Kingston upon Thames, almeno a livello di attitudine.
Nelle undici tracce di “Black & Gold” (Self‑produced / Zillion Watt Records) gli Sterbus passano senza soluzione di continuità da un genere all’altro – dal prog all’indie rock ad episodi classicheggianti – cambiando repentinamente atmosfere, tiro sonoro, velocità, talvolta anche nell’arco della stessa canzone, come nel caso di “Alfriston Two Four Five”. A seconda dei gusti, c’è da rimanere sconcertati o estasiati di fronte a un tale puzzle sonoro che non manca di rilasciare momenti di grande intensità. Tra questi l’indie obliquo di “Virginia Flows”, la leggiadra “Renaissance”, l’intimismo elettro-acustico di “Undone”.
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