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La band irlandese rompe il silenzio con un EP a sorpresa di sei tracce, anticipando un album previsto per il 2026. Un progetto intriso di poesia, memoria e attivismo, con ospiti d’eccezione come Ed Sheeran.
Non c’è niente di più “U2” che scegliere una data simbolica per lanciare un messaggio al mondo. E quale giorno migliore del Mercoledì delle Ceneri, l’inizio della Quaresima, per presentare un lavoro che parla di lutto, memoria e rinascita? La rock band di Dublino ha infatti pubblicato a sorpresa il nuovo EP intitolato “Days of Ash”, un’opera breve ma densa che funge da ponte emotivo verso il loro prossimo, attesissimo album in studio.
Lontano dai riflettori dei mega tour, Bono, The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen Jr. si sono ritrovati nell’ultimo anno per scrivere e registrare quello che loro stessi definiscono un “grido di protesta”.
Il cuore pulsante dell’EP batte per storie di vite spezzate troppo presto. Le sei tracce (cinque canzoni originali più una poesia di Yehuda Amichai) sono dedicate a figure reali scomparse in circostanze tragiche, trasformando il progetto in un piccolo memoriale globale: si va da Renée Good, madre di Minneapolis, alla giovane studentessa iraniana Sarina Esmailzadeh, fino al palestinese Awdah Hathaleen, consulente del documentario vincitore dell’Oscar “No Other Land”.
Bono ha spiegato la natura di questa uscita in una nota stampa carica di pathos: “Le canzoni di ‘Days of Ash’ sono molto diverse per umore e tema da quelle che pubblicheremo sul nostro album tra qualche mese. Questi brani non potevano aspettare; erano impazienti di essere ascoltati. Sono canzoni di sfida e sgomento, di lamento. Quelle per celebrare arriveranno dopo, ci stiamo lavorando ora… Perché di fronte a tutto l’orrore che vediamo normalizzato ogni giorno sui nostri piccoli schermi, dobbiamo prima opporci a questi tempi folli e indignanti, per poi poter tornare ad avere fiducia nel futuro e negli uni negli altri.”
A corredo dell’uscita musicale, gli U2 hanno riesumato un pezzo di storia della loro fanbase: la mitica fanzine “Propaganda”. Nata nel lontano 1986, la pubblicazione cartacea torna con un numero speciale di 52 pagine dal titolo “U2 – Days of Ash: Six Postcards From The Present… Wish We Weren’t Here“. Al suo interno, i fan troveranno i testi delle canzoni, note autografe di ogni membro della band, una Q&A con Bono e interviste esclusive con il regista Ilya Mikhaylus e il musicista-soldato Taras Topolia.
A impreziosire il progetto ci sono due collaborazioni di spicco. La prima è con il cantautore britannico Ed Sheeran, che presta la sua voce a una delle tracce. La seconda è con Taras Topolia, leader della band ucraina Antytila, che gli U2 avevano già incontrato nel 2022 in un rifugio antiaereo a Kiev, in un gesto di vicinanza artistica e umana durante i primi mesi dell’invasione russa.
Proprio il conflitto in Ucraina resta centrale nell’immaginario del gruppo. Il singolo “Yours Eternally” sarà accompagnato da un cortometraggio diretto dal regista ucraino Ilya Mikhaylus, la cui uscita è prevista per la prossima settimana, in concomitanza con il quarto anniversario dell’inizio della guerra.
Con “Days of Ash” che funge da antipasto, l’attenzione è già tutta rivolta al futuro. L’erede di “Songs of Surrender” (2023) è atteso per la fine del 2026. Se questo EP rappresenta il lato oscuro e malinconico della luna, il prossimo album promette di essere la sua controparte solare e celebrativa.
Nel frattempo, la band continua a non tirarsi indietro dalle questioni politiche più calde. Lo scorso anno, i quattro membri hanno pubblicato dichiarazioni individuali e congiunte sulla crisi nella Striscia di Gaza, ribadendo la loro posizione: “Siamo inorriditi da ciò che sta accadendo. Non siamo esperti di politica regionale, ma vogliamo che il nostro pubblico sappia dove ciascuno di noi si trova.”
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Il chitarrista e cantante marchigiano si è spento improvvisamente a Bologna. Con la sua band ha attraversato un’epoca, portando il suono indipendente italiano oltre i confini.
Una notizia che colpisce chiunque abbia incrociato il cammino degli Yuppie Flu. Matteo Agostinelli (il primo a destra), 53 anni, anconetano ma bolognese d’adozione, ci ha lasciati all’improvviso nella sua casa nel capoluogo emiliano. Con lui se ne va una figura centrale del panorama indie italiano, di quelli che hanno costruito qualcosa di vero, lontano dai riflettori facili.
Perché se oggi guardiamo alla scena alternativa italiana e la riconosciamo come qualcosa di vitale, variegato e capace di respiro internazionale, dobbiamo molto a chi ha tracciato la strada quando tutto era più incerto. E se non ci fossero stati gli Yuppie Flu, in questo marasma di musica italiana “altra” non sarebbe la stessa cosa. Punto.
Fondati ad Ancona, poi trasferiti a Bologna, gli Yuppie Flu hanno attraversato due decenni con sei album all’attivo, dai Novanta fino al 2008 debuttando con l’incantevole “Automatic but Static” (nel 1997 su etichetta Vurt/Valium) passando per “Yuppie Flu at the Zoo” fino a “Fragile Forest”. Il loro suono parlava la lingua dei Pavement, dei Grandaddy, di certa America underground, ma con una personalità spiccata, mai didascalica. Erano la risposta italiana a quell’ondata di indie rock stratificato, malinconico e al tempo stesso energico. A testimoniarlo, un dettaglio non da poco: in Inghilterra i loro dischi erano distribuiti dalla mitica Rough Trade.
Matteo è stato anche co-fondatore della Homesleep Music, etichetta bolognese che ha scritto pagine fondamentali per l’indipendenza musicale in Italia. Con Daniele Rumori e Giacomo Fiorenza ha contribuito a creare un modello diverso: internazionalizzazione vera, genuinità, musica come primo volano promozionale. Nessuna strategia studiata a tavolino, solo la convinzione che le cose buone si fanno strada da sole.
Dopo la sospensione dell’attività nel 2009, nel 2021 la band era tornata con un EP digitale, “Hold On”, come a riallacciare un filo mai spezzato.
Matteo Agostinelli lascia la moglie e due figli. La musica perde un musicista, ma soprattutto una persona che la musica l’ha vissuta senza scorciatoie.
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A 40 anni dall’uscita, i Rush celebrano l’album che ha rivoluzionato il loro suono con una Super Deluxe Edition di “Grace Under Pressure“, in uscita il 13 marzo.
L’operazione va oltre il semplice rimaster: è un viaggio nell’intenzione artistica della band. Il cuore della riedizione è un inedito mix alternativo del 2025 a cura di Terry Brown, il produttore storico che proprio con quell’album aveva interrotto la collaborazione. Una riconciliazione sonora che offre una nuova prospettiva su un disco cruciale.
Geddy Lee, in rare note di copertina, spiega l’essenza del periodo: “Eravamo in un luogo musicale diverso, con nuove tecnologie – tastiere, campionatori, batterie elettroniche – e un nuovo ingegnere del suono. È stato un momento di grande cambiamento”.
L’edizione include anche il mix originale rimasterizzato, 37 minuti di live inediti e, soprattutto, mix in dolby atmos che, secondo il tecnico Richard Chycki, “rivelano l’intento della band” isolando dettagli prima nascosti.
Disponibile in formati CD/LP+Bls-ray, il cofanetto è un oggetto per collezionisti, con libro hardcover, artwork rivisitato e memorabilia d’epoca. Non una semplice nostalgia, ma la riscoperta di un disco che seppe trasformare la pressione tecnologica e creativa in un capolavoro di grazia rock.
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Tra Tron, Lynch e un Macintosh del 1987, il film indie prodotto da Oscilloscope esplora il limbo digitale con una colonna sonora elettronica e ipnotica.
In un’epoca di effetti digitali sfrenati e budget stratosferici, emerge a volte un’opera così originale, eccentrica e ipnotica da riscrivere le regole del gioco. È il caso di OBEX, pellicola surrealista e fantascientifica che fonde genialità low-fi e inquietudine metafisica. Scritta, diretta e interpretata da Albert Birney e distribuita da Oscilloscope – la compagnia cinematografica indipendente co-fondata dal compianto Adam Yauch dei Beastie Boys – il film è finalmente approdato sulle piattaforme di streaming dopo una prima uscita teatrale a gennaio, disponibile in rental su VEEPS.
La trama, in apparenza semplice, nasconde vortici psichedelici. Siamo nel 1987. Conor, un giovane timido interpretato dallo stesso Birney, vive una vita ritirata con il suo cane, avvolto dal ronzio rassicurante del suo Macintosh. L’acquisto di un misterioso gioco chiamato OBEX scatena l’incubo: Conor finisce intrappolato in un “inferno analogico” a bassa tecnologia ma ad altissimo rischio, dove il confine tra realtà e simulazione si dissolve completamente.
Girato in un bianco e nero profondissimo e granitico, OBEX evoca la suggestione visiva di Tron se fosse stato filtrato dalla sensibilità onirica e disturbante di David Lynch o dall’estetica collage di Guy Maddin. Birney, abbracciando i limiti del budget, trasforma ogni vincolo in virtù, usando effetti low-fi inventivi che diventano parte integrante dei temi del film: la claustrofobia digitale, la nostalgia per una tecnologia imperfetta, il sogno che diventa prigione.
A completare l’atmosfera claustrofobica e magneticamente straniante, contribuisce in modo fondamentale la colonna sonora elettronica firmata da Josh Dibb, in arte Deakin (nella foto), membro degli Animal Collective. Le sue composizioni ambient e pulsanti tessono la tela sonora di questo limbo, guidando lo spettatore attraverso i meandri glitchati della realtà di OBEX. Non è la prima incursione di Dibb nel cinema: recentemente, insieme a Geologist (altro pilastro degli Animal Collective), ha curato le musiche per il documentario sull’Uragano Sandy, Jetty.
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Tool sono diventati “musica da nonni”? Maynard James Keenan conferma (e non gli dispiace affatto).
L’ultima uscita di Keenan ha scatenato un dibattito: i “profeti” del progressive metal sarebbero diventati “roba da nonni”. Ma siamo sicuri che sia una questione di incomprensione o piuttosto di evoluzione del gusto?
A innescare la discussione è stata un’affermazione bomba del frontman del gruppo nato a Los Angeles nel 1990 che nel podcast Steve-O’s Wild Ride! ha candidamente ammesso che la sua band principale (è frontman anche nei Puscifer e nei A Perfect Circle) è ormai percepita come musica per i non giovani. Paragonati nientemeno che agli Steely Dan, i Tool sarebbero diventati quel genere di cosa che piace solo “allo zio strano”.
Ma fermiamoci un attimo. È davvero una storia di incomprensione generazionale? O forse il rapporto tra i giovani e la musica complessa sta semplicemente cambiando forma?
E qui viene il bello. I Puscifer sono tutt’altro che musica “facile”. Sono un progetto laterale, eccentrico, ironico, che mescola elettronica, industrial e rock teatrale. In teoria, dovrebbero essere ancora più di nicchia dei Tool. E invece, pare che parlino più direttamente ai giovani. Forse, allora, non è la complessità a spaventare le nuove generazioni. È il peso specifico dei Tool.
Mettiamola così: i Tool, con i loro album attesi dodici anni, i loro cerchi concentrici e i testi criptici, si sono costruiti un’aura di sacralità quasi religiosa. Sono una band che richiede un’iniziazione. Devi sederti, ascoltare, studiare, capire.
Un ragazzo di oggi, abituato alla fruizione rapida di Spotify e TikTok, potrebbe semplicemente non avere tempo (o voglia) per questo tipo di approccio. Non è che non capisca i Tool: è che forse li sente come un monumento, qualcosa di già classificato, studiato, incasellato. I Puscifer, invece, sono più giocosi, irriverenti, meno “impegnativi” dal punto di vista del peso culturale.
C’è poi un altro aspetto che Keenan ha intelligentemente sottolineato: la musica è anche una questione di contesto.
“Qualunque cosa ti piaccia da adolescente e qualunque cosa piacesse prima ai tuoi fratelli maggiori o a tuo zio, ora ti sembra sciocca.”
Tradotto: la colonna sonora della tua vita è quella che scopri da solo. Quella che senti in macchina con gli amici, al primo concerto, nelle notti insonni dell’adolescenza. I Tool, per un ragazzo di oggi, sono spesso la musica che ascolta il padre. E per quanto possa essere oggettivamente grandiosa, difficilmente diventerà sua con la stessa intensità.
Non è un problema di qualità, è un problema di appartenenza!
I Tool non sono incompresi, sono stati metabolizzati. Fanno parte del DNA del rock, come i Led Zeppelin o i Pink Floyd. Un giovane chitarrista che si avvicina al progressive prima o poi finirà per ascoltare Lateralus, così come un appassionato di cinema deve vedere Kubrick.
Ma è altrettanto vero che oggi l’energia creativa delle nuove generazioni si sta spostando altrove. Nell’hip hop, nel pop sperimentale, nella trap, nell’elettronica, o appunto in progetti paralleli e meno “ingombranti” come i Puscifer.
Maynard, con la sua solita lucidità, ha semplicemente fotografato la realtà: i Tool sono diventati classici. E i classici, si sa, sono bellissimi, importanti, fondamentali. Ma chi li scopre oggi li vive come un’eredità, non come una scoperta.
E forse, per un artista, non c’è complimento più grande che diventare “musica da nonni”. Significa che la tua musica è destinata a durare, anche quando loro, i nonni, non ci saranno più.
I TOOL hanno in programma di pubblicare un nuovo album nel 2027, secondo Dannu Carey.
In una nuova intervista con lo Spiral Out Network, il batterista dei Tool Danny Carey ha aggiornato i fan su ciò che la band ha combinato ultimamente. Ha confermato che i Tool stanno ufficialmente lavorando al loro tanto atteso sesto album in studio, con l’obiettivo di fissare al 2027 una possibile data di uscita.
“Di recente abbiamo fatto parecchie cose. […] In questo momento stiamo lavorando su molte nuove canzoni dei Tool. Quindi, speriamo nel 2027. Questo è l’obiettivo”, ha dichiarato (trascrizione di Alternative Nation).
Se il disco dovesse effettivamente uscire il prossimo anno, sarebbe la prima nuova musica della band dal “Fear Inoculum” del 2019.
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L'articolo Veramente i Tool non sono capiti dalle nuove generazioni di appassionati di rock? Intanto si parla del nuovo album proviene da Freak Out Magazine.
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