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La notizia arriva come un’onda anomala nel panorama del rock sperimentale, portando con sé non solo musica, ma un peso specifico di dolore e coscienza politica. Thurston Moore, icona indiscussa del noise e anima dei Sonic Youth, e Bonner Kramer (aka Kramer), il produttore leggendario dietro ai suoni eterei dei Galaxie 500, hanno annunciato un album in collaborazione che promette di essere molto più di un semplice disco.
Il titolo è una poesia, un’immagine evocativa e struggente: “They Came Like Swallows – Seven Requiems for the Children of Gaza” (Arrivarono come Rondini – Sette Requiem per i Bambini di Gaza). L’uscita è prevista per il 1° maggio via Silver Current Records, e a suggellare l’annuncio, la coppia ha condiviso il primo singolo, “Urn Burial”, accompagnato da un video musicale.
Può sembrare sorprendente che due musicisti legati da un’amicizia quarantennale debuttino solo ora in un album completo. Ma come spesso accade per le menti creative più affini, il momento giusto arriva quando c’è un messaggio che urla di essere espresso. Il nucleo dell’album ha preso forma durante una serie di sessioni invernali improvvisate a Miami. In un’atmosfera di creazione spontanea, Moore e Kramer si sono ritrovati a esplorare territori sonori comuni, arrivando persino a coverizzare “Insight” dei Joy Division, un brano del 1979. Quell’incontro, però, aveva bisogno di un contesto, di una ragione d’essere più profonda.
“Ciò che ne è venuto fuori è ‘They Came Like Swallows’, una sessione che abbiamo immediatamente sentito dovesse esistere come una preghiera per le anime tormentate dalla guerra delle famiglie di Palestina, continuamente decimate dalla brutalità del genocidio. Abbiamo concordato, al di là delle parole, di offrire la nostra musica come un attivismo sonoro e come un’energia benefica. Questo album è il nostro scambio di coppia per la dignità umana, è la nostra musica dell’anima per un qualsiasi barlume di pianeta pacifico.”
Le parole di Moore sono nette e non lasciano spazio a fraintesi. “They Came Like Swallows” si configura quindi come un’opera di protesta, un requiem laico e potentissimo dedicato alle vittime più innocenti di un conflitto che non accenna a placarsi. Non è solo un album, ma un gesto, un “activism sonic” che utilizza le frequenze e il rumore per creare uno spazio di lutto e, forse, di speranza.
Sebbene il primo assaggio “Urn Burial” (Sepoltura in Urna) dia già il tono funereo e meditativo dell’opera, ci si può aspettare la classica tensione tra la sperimentazione noise di Moore e le produzioni atmosferiche e profonde di Kramer. Sarà un viaggio in sette movimenti, sette requiem che promettono di essere tanto abrasivi quanto delicati, un tentativo di dare forma sonora a un dolore altrimenti inesprimibile.
Per chi segue Moore, questo nuovo capitolo arriva a breve distanza dal suo album del 2024, “Flow Critical Lucidity”, e dall’uscita della sua avvincente autobiografia “Sonic Life” (2023). Anche Kramer non è rimasto con le mani in mano, avendo pubblicato nel 2025 un album con il suo progetto Pan American, intitolato “Interior of an Edifice Under the Sea”.
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Un’intera generazione di appassionati di indie rock ha atteso questo momento. Broken Social Scene, il collettivo canadese celebre per i suoi mosaici sonori corali e ipnotici, ha finalmente rotto un silenzio discografico durato nove lunghi anni. Il nuovo album, intitolato “Remember the Humans”, è stato annunciato per l’uscita l’8 maggio prossimo sotto l’egida di Arts & Crafts, etichetta storica della scena di Toronto collegata ai componenti della band.
Non si tratta però di un semplice ritorno. “Remember the Humans” si profila come una riflessione profonda e matura, un’opera nata da un decennio di vita vissuta. A confermarlo è Charles Spearin, membro fondatore della band: “C’è un tipo di onestà diverso in questo disco. Abbiamo avuto successo, abbiamo perso amici, abbiamo perso genitori, siamo a questa fase della vita del ‘cosa succede dopo?'”.
Un elemento cruciale segna il ritorno alle origini creative: alla produzione siede nuovamente David Newfeld, architetto del suono di pietre miliari come “You Forgot It In People” (2002) e dell’omonimo del 2005. Spearin descrive la sua energia come “infantile e davvero contagiosa”, perfetta per incanalare il caos compositivo tipico della band: “Quando riceve un brano musicale che ama, oh mio Dio, rimbalza come un bambino”.
Il tracklist vede il prezioso ritorno di collaboratori storici che hanno scritto la leggenda dei BSS: Feist e Lisa Lobsinger, insieme alla talentuosa Hannah Georgas. L’anticipo del nuovo corso è il singolo “Not Around Anymore“, già disponibile con un videoclip che accompagna i fan in questo nuovo, attesissimo capitolo.
L’annuncio dell’album si accompagna a una notizia che farà felici i fan del live: i Broken Social Scene torneranno a calcare i palchi del Nord America nella prossima estate, in una tournée dal sapore di reunion. Ad affiancarli, in una bill davvero stellare, ci saranno i Metric – a loro volta freschi di annuncio di un nuovo album – e, ad aprire le serate, i compagni di etichetta Stars.
Questo triangolo d’oro della musica indipendente canadese promette serate di pura celebrazione, tra classici intramontabili e le nuove, attese textures di “Remember the Humans”. Il ritorno dei Broken Social Scene non è solo la pubblicazione di un disco, ma un vero e proprio evento culturale.
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Quattro ragazzi, metà romani e metà napoletani, si interrogano su cosa significa avere trent’anni oggi in Italia a suon di musica groove. La domanda attraversa i 13 brani di Non Esattamente a Fuoco, il nuovo album dei Bouganville (il cui titolo stesso rappresenta la condizione di trentenni che si indaga nel disco), in uscita per Dischi Belli è statp presentato allo storico music store napoletano Fonotecalo lo scorso novembre.
I Bouganville nascono dall’intesa tra Luciano Zirilli (voce, chitarra, piano), Luca Grillo (chitarra, voce), Gian Luca Fraddosio (basso, synth) e Luca Taurmino (batteria). Debuttano nel 2018 con il singolo Caterina, primo passo che li colloca nel panorama indipendente romano.
Al loro secondo lavoro dopo l’esordio de La Grande Evasione (2022), esordio che riflette l’esperienza del ritorno a casa dopo un periodo all’estero, i Bouganville con ironia e satira raccontano l’instabilità del presente attraverso tredici brani fatti di contrasti: fra questi, su tutti Giobbe, Ventinove, Lo Faccio per te, ma soprattutto Incantati, che raccontano la vita quotidiana, le frustrazioni e le passività della ex-gioventù italiana attuale, In Incantati, infatti, la band descrive nitidamente la generazione in questione. Il frontman canta di “incantati orgogliosi, arrabbiati ma silenziosi. Un racconto generazione dove si ripetono le cose che la stanno uccidendo e con il presente il loro futuro: “una casa non la compreremo mai”, “non faremo figli”, “figli siamo noi”, “torneremo in campagna e svuoteremo le città”. In questo quadro collettivo e generazionale ci si muove tra feste in cui in un bagno si sniffa e nell’altro si cambiano pannolini, compaiono F24 indecifrabili che chiedono più di quanto pensavi di avere, risparmi che evaporano all’alba, telefono scarico e amici dispersi. Un giorno sembra esserci equilibrio, quello dopo basta un parcheggio rubato per scatenare un’irritazione incontenibile. Tutto corre frenetico, si sfuma, non è mai definito, mai fermo. Questa generazione non cercare un fuoco nitido, ma tende a restare dentro la sfocatura: lì sta il cuore dell’album.
La scrittura dell’album è stata collettiva, per mesi i Bouganville hanno composto e ricomposto insieme, lasciando che le canzoni nascessero da silenzi, discussioni, illuminazioni improvvise e lunghe sessioni di ascolti condivisi. Un metodo che ha privilegiato il fluire dell’esperienza rispetto alla levigatezza formale. Perciò la mancata messa a fuoco a cui allude il titolo è in pratica un metodo creativo.
Nelle tracce dell’album, come un fil rouge, compaiono scenari urbani, vita di coppia frenetica, immagini distorte, scrittura pop ironica e disincantata. Musicalmente, il disco esordisce forte, con una intro ben assestata e promettente, da scena cinematografica anni ’70 (uno dei fili ispiratori del disco) e poi le dinamiche Giobbe e Ventinove, con echi di musica progressive-pop e pulsazioni dance alla Jamiroquai che si intrecciano in un suono in continuo mutamento.
L’indie pop d’autore, raffinatissimo, dei Bouganville si staglia attraverso questi episodi musicali fortunati, in cui il groove la fa da padrone, e il cantato, sulla scia di Daniele Silvestri, Max Gazzé, Neffa, accompagna ritmo e sonorità senza strafare, anche perché le sonorità sono complesse, sontuose, calibrate, arrangiate con dettagli perfezionistici e un ensemble di grande fattura, in cui nella sezione ritmica spicca l’evolversi del basso elettrico decisamente virtuoso e protagonista di Fraddosio, mentre le chitarre sono sempre stratificate, e i brani abbondano di synth e mellotron che disegnano paesaggi al limite della psichedelia circondati dal funk da inseguimento cinematografico che funziona come titoli di testa dell’album, pezzi quasi rock a cui è affidata molta della trama testuale del disco,
In altri episodi, ritmicamente più lenti, il groove viene meno e il disco si apre a sfumature pop dolciastre, che però restano meno felici: Lo faccio per te, con il featuring di Coca Puma, è un incontro a due voci stile colonna sonora film serie B anni ’70, (Calibro 35 docet) che gioca su una complicità, ironica e magnetica nel descrivere le contraddizioni della coppia moderna. In un brano come “Comice” la band rallenta percorrendo in un viaggio pigro e visionario, con echi mediterranei, con la ricerca del cantato mediante falsetti (non troppo riuscita). E anche Sogno Silvia rimane sulla scia di questo tempo rilassato, col classico duetto di piano e voce, anche se poi il pezzo si trasforma all’improvviso in un sussulto funkeggiante frenetico e sorprendente, mentre Parole Tremende mantiene più basso il ritmo funk mentre il cantato diventa parlato, per portare in primo piano la vena più cantautorale, capace di alternare leggerezza e durezza. La chiusura è con il groove tipicamente italico dell’ironica Meditazione Guidata, e poi con Luce Rossa, fragile ninna nanna obliqua, l’episodio più convenzionalmente pop e di musica italiana del disco.
A completare l’opera, un immaginario visivo che traduce lo stesso senso di instabilità: l’artwork dell’album è infatti una fotografia attraversata da un vetro scanalato che deforma corpi e ambienti senza ricorrere a filtri digitali. È un effetto semplice e materico, che restituisce lo stesso senso di instabilità che la musica vorrebbe narrare (ma in realtà gli arrangiamenti sono maniacali e precisi, la cosa migliore del disco), ispirato alla pratica di Erwin Blumenfeld e alle opere ottico-dinamiche di Alberto Biasi. Tutto resta sfocato, mobile.
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In un’epoca pre-internet, in cui la “volgarità” faceva ancora scandalo nei salotti buoni, questi due idioti hanno avuto la meglio. Hanno trasformato il “sesso, droga e rock’n’roll” in “TV, patatine e metal”. E forse, nel loro piccolo, hanno dimostrato una verità scomoda: l’America (e il mondo) è esattamente come loro. Basta guardarla dalla giusta angolazione.
Si parte da questo incipit per ricordare che oggi sono 25 anni dal debutto cinematografico di un fenomeno dello spettacolo che era a cavallo tra musica, società (in)civile, surrealismo e americanismo spinto e tristemente reale.
Era il 20 dicembre 1996. Bill Clinton era appena stato riconfermato alla Casa Bianca, il grunge esalava gli ultimi respiri e la parola “alternativo” stava per diventare un gadget da supermercato. In questo vuoto cosmico, due creature cresciute a patatine e videoclip conficcarono il loro inconfondibile “uhuhuh” nel cuore del botteghino.
Beavis and Butt-Head Do America costò 12 milioni di dollari e ne incassò 63, diventando un fenomeno culturale impossibile da spiegare. Ancora oggi, a distanza di anni, resta la prova che l’idiozia, se ben raccontata, può diventare arte.
La genialità di Mike Judge è sempre stata quella di restare in bilico. Se Beavis & Butt-Head fossero stati troppo consapevoli, sarebbero risultati artefatti. Se fossero stati solo più idioti, sarebbero finiti nel dimenticatoio delle buffonate adolescenziali. Invece, i due teenager più scansafatiche della tv funzionavano come uno specchio deformante: due ragazzini lasciati a se stessi (“latchkey kids”) che trasformavano il nulla delle loro giornate in un inno involontario al fallimento.
Il film aggiunge un tassello fondamentale: il viaggio. Gli rubano il televisore e parte una caccia che li porterà a incrociare un sicario (Bruce Willis), sua moglie (Demi Moore), un’arma chimica letale e metà intelligence americana. Loro, naturalmente, vogliono solo due cose: “sconfiggersi” (trombare, nella loro mente bacata) e riavere il loro amato scatolone catodico.
Ciò che rende Do America ancora oggi memorabile non è la trama, ma il ritratto. Di fronte a un maxi-incidente, Butt-Head sentenzia: “Questo spacca!“. Morendo di sete nel deserto: “Il sole fa schifo“. Il mondo si divide in ciò che spacca e ciò che fa schifo. Fine della filosofia.
Ma sotto le risate sguaiate, Mike Judge infila una malinconia inaspettata. È il film in cui i ragazzi incontrano i loro padri assenteisti e falliti. In una scena, la vita di Butt-Head gli scorre davanti: è un loop di immagini che lo ritrae sul divano con Beavis, dall’infanzia all’adolescenza. Non hanno nulla, se non loro stessi. Un’amicizia tossica, tenera e disperata che regge l’intero castello.
A differenza del cinismo di Idiocracy, Do America offre una via di fuga. I due protagonisti non cambiano, non crescono, non imparano la lezione. Eppure, funzionano. Salvano l’America per puro caso e, alla fine, tornano a casa a piedi… con il loro televisore.
L’eredità di Beavis and Butt-Head è proprio questa: sono il prodotto di un’epoca che li ha generati e abbandonati. La loro volgarità non è una scelta, ma una lingua madre.
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Nell’era digitale, tra il frastuono costante dei social e lo spettacolo delirante della politica, la risposta può arrivare dal cuore industriale della musica. ADULT., il duo electro di Detroit incarnato da Nicola Kuperus e Adam Lee Miller, torna dopo quattro anni di silenzio discografico non per offrire una semplice distrazione, ma per consegnare un manifesto sonoro per la sopravvivenza. Il 27 marzo, via Dais Records, uscirà il loro decimo album, significativamente intitolato “Kissing Luck Goodbye”.
Questo lavoro non è solo un album, ma uno strumento di reazione al presente. Come dichiara Miller, il posizionamento artistico è netto: “In questo scenario infernale in cui viviamo, hai due scelte: combattere o deprimerti. Entrambe vanno bene. Ma, sai, la scelta per noi è stata semplice”. Non c’è spazio per la passività.
La prima offensiva di questa campagna musicale è il singolo “No One is Coming”, un banger urgente e galvanizzante che fissa immediatamente il tono. Kuperus svela la strategia creativa, basata su una percezione acuta e anticipatoria del clima socio-politico: “Un testo scritto all’inizio del 2025 e ancora più attuale alla sua uscita, un anno dopo. Una canzone che rappresenta alla perfezione il collasso morale e la corruzione politica”.
L’ispirazione, raccontano, arriva anche da una lettura strategica: un articolo di uno scienziato ambientale che sposta il focus dalla catastrofe globale alla resilienza comunitaria. L’imperativo? Conoscere i vicini, mappare le risorse, costruire reti. La canzone diventa così una “chiamata alle armi”: “Sii vigile. Sii consapevole. Sii preparato. Difendi te stesso e guarda alla tua comunità. Siamo meglio quando siamo uniti”.
Ma le azioni del duo non si fermano al disco. Il piano di lancio prevede un’importante campagna sul territorio. ADULT. porteranno questo messaggio in un tour di 22 tappe negli Stati Uniti, una marcia attraverso l’America che prenderà il via ad Aprile da Pittsburgh e arriverà a Maggio a Minneapolis (e infine in Wisconsin), città simbolica citata nel manifesto del singolo.
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L'articolo Electro resistenza: gli ADULT. tornano con un inno alla comunità e 22 date in America proviene da Freak Out Magazine.
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