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Proprio in tempo per San Valentino, Beck Hansen, il genio eclettico della musica indie, regala ai fan un dono inaspettato e prezioso. Non è un nuovo album di inediti, ma qualcosa di forse più intimo: una mappa dei suoi affetti musicali. Stiamo parlando di ‘Everybody’s Gotta Learn Sometime’, un mini-album di otto tracce presentato come “una raccolta amorevolmente curata di rarità, deep cuts e cover”. Un titolo che è già un programma, una dichiarazione di umiltà e amore per la grande tradizione pop.
La pubblicazione, già disponibile in streaming, precede l’uscita fisica del 13 febbraio e funziona come una capsula del tempo perfetta per gli appassionati. Beck riunisce qui alcuni dei suoi tesori più nascosti: le perle sparse in singoli ormai introvabili, contributi a colonne sonore iconiche e quelle cover che, nelle sue mani, diventano brani completamente nuovi.
Il viaggio si apre con la celebre title track, la struggente reinterpretazione di Everybody’s Got To Learn Sometime dei Korgis, legata indissolubilmente alla colonna sonora del film cult Se mi lasci ti cancello (2004). Un brano che non ha mai abbandonato il suo repertorio dal vivo e che ora trova una collocazione ufficiale.
Ma il cuore pulsante della raccolta è forse nel suo omaggio ai giganti. Beck passa dalla solenne devozione per Elvis Presley (Can’t Help Falling In Love) alla rarefatta delicatezza riservata a John Lennon (Love), fino a toccare l’inconfondibile saudade di Caetano Veloso (Michelangelo Antonioni). È un percorso che rivela le sue radici più profonde e il suo orecchio da raffinato collezionista.
La vera attrazione per i collezionisti, tuttavia, risiede in due gemme mai pubblicate prima: le registrazioni di ‘Your Cheatin’ Heart’ di Hank Williams e ‘True Love Will Find You In The End’ di Daniel Johnston. Sono brani-chiave nel repertorio da live di Beck, versioni che hanno alimentato il mito tra i fan e che finalmente ottengono una veste ufficiale. Questo dettaglio rende la raccolta un oggetto imprescindibile.
Non manca un tocco di Beck puro, con ‘Ramona’, il suo contributo originale e ipnotico per la frenetica colonna sonora di Scott Pilgrim vs. The World.
Più che un semplice “greatest hits” alternativo, questo mini-album è un manifesto del gusto di Beck. Mostra l’artista non come un creatore isolato, ma come un anello di una catena, un discepolo e insieme un innovatore che dialoga con la storia del pop, del country, del folk e del rock brasiliano. È un’opera perfetta per chi vuole scoprire da dove viene il suono di Beck, o semplicemente perdersi in una colonna sonora d’autore per San Valentino, fatta di amore, perdita e speranza.
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Con tre soli dischi, ovvero il sorprendente esordio del 2012 In the Silence, (il disco più venduto nella storia di Islanda), il riuscito seguito Afterglow del 2017 e la conferma mondiale Bury the Moon del 2020, in piena pandemia, Ásgeir ha superato in vendite nomi molto più famosi dell’ormai popolato e noto genere Icelandic, come Bjork e Sigur Ros. Time on My Hands, del 2022 ha confermato tutto il buono di questo notevole esordio, ribadendo anche la scelta di cantare in inglese, che viene ormai definiivizzata da questo quinto disco, Julia, uscito il 13 febbraio, per etichetta One Little Independent Records.
La piccola novità di questo quinto disco è che dopo anni trascorsi a collaborare con traduttori come John Grant e a lavorare con le poesie del padre, Einar Geor Einarsson, Ásgeir, per la prima volta ha scritto i suoi testi da solo. Il risultato è un’opera profondamente contemplativa ed intrisa di nostalgia, che vede Ásgeir meditare sui suoi rimpianti passati e sulle sue speranze per il futuro, guidato dal personaggio principale dell’album. “E’ stata la prima volta che ho scritto i testi completamente da solo, ho cercato di aprirmi e di affrontare i miei limiti. Ho imparato molto attraverso questo processo, è stato decisamente terapeutico per me”.
Musicalmente parlando, il disco non aggiunge novità allo stile ormai consolidato del cantautore islandese: molti brani sono stati composti inizialmente alla chitarra, dando priorità a melodia, chiarezza e significato. La produzione è stata poi sviluppata in collaborazione con l’amico di lunga data Guðm “Kiddi” Kristinn Jónsson, ma l’impianto semplice, immediato, tipicamente folk-pop come ci ha abituato nei dischi precedenti, è rimasto quello della iniziale composizione acustica, arricchito strumentalmente ma non modificato nella melodia di base.
Quiet Life, Against the Current e Smoke (quest’ultima registrata da vivo con una band di quattro elementi e successivamente arricchita con l’organo a pompa) sono particolarmente acustici, mentre più ritmo e strumenti elettrici sono introdotti in Ferris Wheel, la canzone forse più ricca del disco.
Nathaniel Smith, violoncellista di Nashville, aggiunge poi un sottofondo atmosferico in tutto il disco, improvvisando melodie che danno vita e dimensione ai brani in un modo che lo stesso cantautore non aveva mai immaginato prima.
Universe e Julia definiscono invece la storia tragica della protagonista immaginaria del disco, fulcro emotivo dell’album, che trae spunto da un’agghiacciante poesia islandese, una storia di fantasmi avvolta e costruita in Universe esclusivamente su un’inquietante pedal steele, storia di una donna dal cuore spezzato che torna dalla morte per ricongiungersi con il suo ex amante, per sempre.
Julia invece è acustica totalmente: le due canzoni, al centro esatto del disco, si stagliano per intensità, minimalismo, liricità, su tutto quello che si trova nel resto del disco, ripotando Ásgeir alla sua originaria caratteristica compositiva, più folk che pop strumentale. Senza dubbio restano le canzoni più magnetiche del disco, più lontane dalla immediata ascoltabilità e per questo più profonde, più dense, più intime.
Sugar Clouds è costruita su un insolito tempo di 7/8, in melodia notturna che rispecchia la tensione del suo tema, un desiderio di appagamento e pace interiore, mentre Stranger esplora la sensazione di diventare sconosciuti a sé stessi. In The Wee Hours cerca di catturare musicalmente il fascino dei locali aperti fino a tarda notte e delle conversazioni noturne, con la vivida consapevolezza che alcuni aspetti della vita non tornano più.
L’album si chiude poi con Into The Sun, un pezzo pienamente folk con una chitarra acustica strimpellata a pieni accordi per costruire un finale pieno di speranza e di liberazione. Il brano emerge alla luce a poco a poco, con un crescendo strumentale che si inserisce a metà canzone per dare una conclusione solare e luminosa, positiva, in cui emerge un senso di accettazione del sé in tutta la sua complessità e imperfezione.
Le influenze di questo disco, molto lontane dal genere icelandic con cui Asgeir ha in comune solo l’origine geografica, spaziano da Daniel Lanois, Leonard Cohen e Nick Drake ad artisti contemporanei come Adrianne Lenker, Dina Ögon, Gregory Alan Isakov e Saya Gray.
Ásgeir, negli ultimi anni si è esibito anche con l’Orchestra Sinfonica Islandese, ha registrato una live session per Arte TV a Berlino ed ha composto dei brani per l’opera teatrale kafkiana ‘Sýslumaður Dauðans’ presentata al Teatro Comunale di Reykjavik, ed è reduce da un lungo tour di oltre 70 concerti in Europa, paesi nordici ed Islanda, spesso in piccole chiese o luoghi appartati: queste esibizioni lo hanno ricondotto al cuore della sua musica, e infatti narrazione, presenza e calma condivisa, musica soffusa e toni sfumati e riflessivi e introversi si ritrovano nelle registrazioni di questo disco raffinato, altro tassello di questa sfolgorante carriera.
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C’è un vuoto particolare, per un appassionato di musica nato troppo tardi. È il vuoto dell’immaginazione di fronte a un nome, a un album leggendario. Sappiamo tutto delle canzoni, delle storie, dei miti, ma non sappiamo come fosse. Com’era l’aria fumosa di un club londinese nel ’77, gremito di giovanissimi punk. Che espressione aveva un ragazzo di Seattle nei primi anni ‘90, mentre scriveva riff che avrebbero cambiato tutto. Come sorridevano, da ventenni, i futuri dèi dell’hard rock, prima che il mito li scolpisse in pose da copertina?
È una nostalgia per un’epoca non vissuta, una malinconia per dettagli concreti che la storia ufficiale della musica spesso tralascia. L’età d’oro del rock, quel trentennio magico tra l’inizio dei Settanta e la fine dei Novanta, oggi rischia di essere un affresco sbiadito: le musiche restano potentissime, ma il loro mondo umano, fisico, viscerale, sfuma nell’astrazione. Per chi non c’era, è difficile persino immaginare la luce delle città, i vestiti, le atmosfere dei backstage, la genuina, spensierata giovinezza di artisti che oggi vediamo solo come monumenti.
È in questo spazio di struggimento immaginifico che opera un progetto digitale come l’account Instagram fernandocarlost.ferreira. Attraverso l’intelligenza artificiale, compie un piccolo miracolo di ricostruzione emotiva. I suoi video non sono semplici collage: sono finestre temporali. Mostrano Joe Strummer, Johnny Rotten, Lemmy, Ozzy, Morrissey, Ian Curtis e tanti altri svagati in un pub o alle prese coi primi concerti, i membri dei Nirvana con un’espressione da ragazzi di provincia prima del tornado, della new wave come figure reali, tangibili, in locali che sembrano poter essere annusati. Ricostruisce con incredibile vividezza persone, luoghi e, soprattutto, atmosfere.
Per i fan di generazioni successive, cresciuti a pane e streaming, è un’immersione in un oceano di dettagli altrimenti inaccessibili. Finalmente, possono “vedere” l’energia caotica del punk, la sfacciataggine glam dell’hard rock, la cupa poeticità del grunge, non come concetti ma come realtà vissute. L’operazione, di chiaro stampo virtuale, ha il merito di colmare una lacuna profonda: permette di comprendere non solo cosa si ascoltava, ma dove e come si viveva quella musica. È un ponte gettato tra la leggenda e l’esperienza sensibile.

Il fascino di quegli anni, oggi, è spesso ridotto a un’estetica vintage. Ma progetti come questo ci ricordano che non era solo una questione di stile. Era un sentire collettivo, un modo di essere giovani e ribelli che sembra irripetibile. L’AI, in questo caso, non è solo uno strumento tecnico; è una macchina del tempo affettiva. Certo, è un’operazione simpatica e ingegnosa, ma è anche profondamente commovente.
Permette a chiunque di calarsi, anche se solo virtualmente, in un’epoca che tutti noi, ascoltando certi dischi, abbiamo desiderato vivere dal vivo. Per un attimo, il vuoto si riempie. E possiamo finalmente dare un volto, un sorriso, uno sfondo urbano allasoundtrack delle nostre nostalgie più sincere. Perché a volte, per amare davvero la musica, bisogna poter immaginare anche l’aria che respirava chi l’ha creata.
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Birmingham, 1969. Nascono i Black Sabbath
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Londra 1977 al The Roxy con i primi vaggiti del punk inglese
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Los Angeles, 1979 in mezzo ai protagonisti che iniziarono a suonare hard rock.
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A Manchester nel 1980 presso il Russel Club incontravi Morrissey e Ian Curtis.
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Negli anni 80 al Marquee Club di Londra esplodeva l’heavy metal.
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L’hair metal (o glam metal) pure esplose negli anni ’80, caratterizzato da look androgini, capelli cotonati, riff melodici e testi spesso incentrati su eccessi, feste e relazioni. Qui siamo al club Whiskey A Go Go di Los Angels.
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Seattle anni 90, nasceva il grunge.
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Nel panorama musicale, dove le sorprese sono rare, arriva un annuncio che accende la curiosità: Tanya Donelly e Chris Brokaw, due pilastri della scena indie rock di Boston rispettivamente membri di band come Belly e Codeine e Come , uniscono le forze per un progetto che è tutto fuorché scontato. Niente distorsioni o ritmi incalzanti, almeno non nel modo a cui ci hanno abituato. Il loro nuovo EP, in uscita ad aprile per Fire Records, è un viaggio a ritroso nel tempo: interpretazioni di musica folk medievale, cantata in latino e inglese di tardo medioevo, arrangiata per voce e chitarra elettrica.
Per chi conosce le loro rispettive carriere – Donelly con le Throwing Muses, le Breeders e il progetto solista Belly; Brokaw con i seminali Come e Codeine – la scelta potrebbe sembrare un azzardo. E invece, osservando meglio, appare come una logica evoluzione. Entrambi artisti che hanno sempre esplorato le sfumature più introspettive e testuali del rock, trovando nella malinconia e nella narrazione i loro punti di forza. Trasporre l’essenza di canti tradizionali secolari attraverso il filtro della chitarra elettrica e di voci esperte non è un semplice esercizio di stile, ma una promessa di risonanza emotiva inedita.
I dettagli sono ancora volutamente scarni: un EP di quattro tracce per una durata totale di 21 minuti, una brevità che sa di concentrato artistico. Ma è sufficiente a immaginare un suono dove l’atmosfera rarefatta dei testi antichi dialoga con le tensioni modulari della sei corde amplificata. Un incontro tra il misticismo del passato e il linguaggio strumentale del presente.
A sancire la serietà dell’operazione, non solo una pubblicazione discografica, ma anche una tournée. La prima data confermata è un appuntamento d’obbligo: il 13 aprile al Le Poisson Rouge di New York, tempio della musica d’autore. Un’altra data annunciata li riporterà alle origini, nel loro habitat di Boston, precisamente il 1 maggio alla First Church di Cambridge – location perfetta, quasi una chiesa laica per un rito musicale fuori dal comune.
Donelly e Brokaw non stanno inseguendo una moda o un facile ritorno al passato attraverso una classica operazione nostalgia. Stanno piuttosto usando la loro cifra stilistica per dare nuova vita a un repertorio dimenticato, sfidando se stessi e le aspettative del pubblico. In un’epoca di produzione musicale spesso frenetica e omologata, questo progetto suona come un atto di coraggio e di pura passione.
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L'articolo Due leggende indie di Boston riscoprono il Medioevo: Donelly (Throwing Muses/Belly) e Brokaw (Come/Codeine) in un inatteso viaggio musicale proviene da Freak Out Magazine.
Dopo vent’anni e sei album sotto l’egida di Atlantic Records, i Death Cab for Cutie hanno annunciato un ritorno al circuito di etochette discografie indipendenti, firmando per la nota etichetta ANTI-. Il frontman Ben Gibbard ha definito la mossa “elettrizzante”, sottolineando l’affinità artistica con il roster della nuova casa discografica, che include vecchi amici e artisti amati dalla band come Tom Waits, Mavis Staples e The Coup.
Questa scelta strategica riflette una tendenza moderna per gli artisti affermati a ricercare maggiore controllo creativo e proprietà delle proprie opere, allontanandosi dalle logiche delle major. L’annuncio è accompagnato dall’imminente pubblicazione di nuova musica, che segnerà l’inizio di un capitolo artistico più autonomo e intimo.
Per celebrare il nuovo corso, la band ha svelato un esteso tour estivo in Nord America per il 2026, composto da oltre 20 tappe. Il percorso, che si snoderà da fine maggio ad agosto, toccherà alcuni dei templi della musica live statunitensi e canadesi. Tra le città principali figurano Denver, Minneapolis, Toronto, Los Angeles (con due date sold-out al Greek Theatre) e Philadelphia. Ad arricchire il percorso, si alterneranno come special guest tre nomi di spicco dell’indie contemporaneo: Japanese Breakfast, Jay Som e Nation of Language, selezionati personalmente da Gibbard per la loro influenza sulla band. Il tour si preannuncia non solo come una celebrazione, ma come una vera e propria dichiarazione d’intenti per questa rinascita indipendente.
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