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Dopo una pausa di cinque anni, i Metric sono pronti a riaccendere i sintetizzatori. La band indie-rock canadese ha appena annunciato l’uscita del loro decimo album in studio, “Romanticize The Dive”, prevista per il 24 aprile sotto l’egida di Thirty Tigers. Per crearlo, sono tornati in quello che considerano un sancta sanctorum creativo: gli storici Electric Lady Studios di New York.
L’album promette di essere un ritorno alle origini non solo geograficamente, ma anche umanamente. Il gruppo ha infatti riunito la squadra di produzione che ha contribuito a forgiare il loro suono distintivo: Gavin Brown alla produzione, affiancato dai co-produttori (e membri della band) Jimmy Shaw e Liam O’Neil, con John O’Mahoney al mixaggio.
Il primo assaggio dell’opera arriva con il singolo “Victim Of Luck”. In una dichiarazione, la frontwoman Emily Haines svela il cuore concettuale del progetto: “Questo brano, e in realtà l’intero album, parla della romanticizzazione di una vita meno che perfetta. Si tratta di abbandonare la maschera dell’auto-coscienza e della vanità. Per me è stato un lungo viaggio per smettere di essere il mio peggior ostacolo, e ho voluto che questa canzone fosse un grido di battaglia: meglio tardi che mai”.“Puoi essere vittima della buona sorte tanto quanto di quella cattiva. All’inizio eravamo squattrinati, suonavamo per dieci persone e non avevano alcun piano di riserva, ma ci siamo rifiutati di mollare. Non siamo miliardari superstar oggi, ma non è mai stato quello che cercavamo. Alla fine, la fatica è ciò che non daresti mai via e i legami creati sono autentici. Ciò che volevamo è ciò che abbiamo”.
Per celebrare questo nuovo capitolo, i Metric hanno in programma una tournée estiva che è una vera e propria festa della scena indie canadese. Saranno accompagnati da due colonne portanti e vecchi amici: Broken Social Scene (freschi anche loro di annuncio album) e Stars.
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Evan Dando, frontman dei Lemonheads, è stato ricoverato giovedì scorso in una struttura sanitaria per intraprendere un percorso di cure psichiatriche. La notizia del ricovero arriva in contemporanea con la diffusione di una vicenda risalente allo scorso ottobre, emersa pubblicamente solo in questi giorni.
Una fan, che ha scelto di rimanere anonima sotto lo pseudonimo “Dawn”, ha raccontato la sua esperienza con il musicista attraverso contenuti su Substack del giornalista Tony Ortega. Tutto è iniziato con un messaggio innocente: dopo l’uscita di “Love Chant”, il primo album di inediti dei Lemonheads dopo quasi vent’anni, Dawn aveva contattato Dando su Instagram per fargli i complimenti.
La risposta del cantante è apparsa subito eccentrica: «Grazie, scusami, sono un esibizionista». La fan, interpretando quelle parole come una metafora, lo incoraggiò a essere sempre se stesso. Ma il giorno seguente, Dando ha inviato un video esplicito in cui si masturbava, probabilmente in uno scantinato. Il volto era ben visibile, l’inquadratura volutamente cruda. Il giorno dopo, un secondo video dello stesso tenore, accompagnato da un messaggio: «Scusa, è che mi devo sfogare. Ciao».
A seguito del ricovero, un portavoce dell’artista ha dichiarato a Rolling Stone US: «Evan convive con problemi di salute mentale fin dall’infanzia. In questo momento si trova in un ospedale, circondato da medici e professionisti che lo stanno aiutando».
Dando aveva già affrontato il tema nella sua recente autobiografia, “Rumors of My Demise“, dove aveva raccontato senza filtri il suo lungo rapporto con la dipendenza e il disagio psicologico. Ora, l’artista sembra aver scelto la strada della cura in un momento delicato della sua vita pubblica e privata.
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La storia dei Red Hot Chili Peppers è un mito fondante del rock moderno, un racconto di energia sfrenata, dolore e rinascita. Ora, quella leggenda diventa cinema in un documentario originale Netflix che promette di scavare nel cuore più autentico e fragile della band. Intitolato “The Rise of the Red Hot Chili Peppers”, il film, diretto da Ben Feldman e prodotto con la diretta collaborazione di Anthony Kiedis e Flea, avrà la sua premiata mondiale il 20 marzo sulla piattaforma streaming.
Ma non aspettatevi una semplice celebrazione. Il progetto, stando alle anticipazioni, avrà un fulcro emotivo potente e tragico: gli anni formativi del gruppo e la prematura scomparsa del chitarrista originale Hillel Slovak, stroncato da un’overdose di eroina nel 1988. Un evento che ha segnato un prima e un dopo nella psiche collettiva della band, rischiando di disintegrarla per sempre.
Come riportato da Variety, Feldman ha lavorato a stretto contatto con i membri fondatori, ottenendo l’accesso a un archivio privato di immagini, filmati e memorie inedite. Il regista, nell’annunciare il progetto, ha voluto ringraziare pubblicamente la famiglia di Slovak, suggerendo una narrizione rispettosa e approfondita della sua figura, troppo spesso relegata a una nota a piè di pagina per i fan più recenti.
La vera chiave di lettura del documentario, secondo le parole dello stesso Feldman, non è tanto l’ascesa al successo, quanto il legame umano che ne è stato il motore. “Nel suo cuore, questa è una storia profondamente universale”, ha dichiarato il regista, “parla delle amicizie che plasmano la nostra identità e del potere duraturo dei legami forgiati nell’adolescenza. Ciò che è meno comune, ovviamente, è che quei ragazzi siano poi diventati una delle più grandi rock band della storia”.
Questa prospettiva promette di offrire una lente nuova su un racconto conosciuto, trasformando i quattro ragazzi di Los Angeles – Kiedis, Flea, Slovak e il batterista Jack Irons – in protagonisti di un coming-of-age dove la musica era sia salvezza che demone. Un approccio che potrebbe rivelarsi una miniera d’oro per gli appassionati di storia della musica e per i nuovi ascoltatori curiosi di scoprire le radici di un suono che ha definito un’epoca.
Una piccola nota di colore: la data di pubblicazione del 20 marzo arriva con un retroscena. Il documentario, infatti, è già stato mostrato in visioni riservate al Festival di Cannes dello scorso anno, presentato a potenziali acquirenti. Un dettaglio che conferma il potenziale e l’attrattiva commerciale del progetto ancor prima del suo annuncio ufficiale.
L’arrivo di “The Rise of the Red Hot Chili Peppers” su Netflix non è solo un evento di intrattenimento. È un’operazione di conservazione e divulgazione della memoria collettiva del rock. In un’era in cui le nuove generazioni scoprono la musica attraverso gli algoritmi, un documentario autorevole e ben costruito può fungere da ponte fondamentale, contestualizzando l’eredità della band oltre i grandi successi radiofonici.
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Lost in the spinning sound è il dodicesimo album, il primo dopo Songs To Make Love To lanciato nel 2024 per celebrare i 25 anni di carriera del duo milanese composto da Stefano Ghittoni (elettronica e samples) e Cesare Malfatti (membro dei La Crus) alle chitarre.
Si conferma anche il questo disco il celebre sound del duo, un misto di dub e rock, con lento beat alla Massive Attack su cui si appoggia il tessuto rifinito di chitarre, tastiere, samples, e effetti sonori. Altra caratteristica tipica dei Dining Rooms è far cantare altri: la novità in questo ultimo disco semmai è che c’è una singola voce femminile per tutti i brani, la splendida voce blues sensuale, profonda, ipnotica di Chiara Castello degli I’m Not a Blonde, che aveva già lavorato in Just a Child e Stone (My Heart).
Come dice anche il titolo, l’album è tutto incentrato sul valore positivo del senso di smarrimento, ricercato attraverso la profondità dei suoni: smarrirsi un po’ per proteggersi e semmai ritrovarsi in spiagge più confortevoli, questo è il messaggio del disco.
E’ per questo che la voce femminile forse è la musa unica del disco: Chiara Castello, novella sibilla esplorativa del caos interiore, con una voce che nei momenti ispirati ricorda Annie Lennox, accompagna l’ascoltatore nelle atmosfere musicali di Malfatti e Ghittoni, che confezionano un disco lento, notturno, orchestrale, a tratti minimale come in Just Pretend e I Don’t Know Why, e a tratti introspettivo e folk, come in We Stay, bellissimo notturno alla Radiohead sorretto da una chitarra acustica, (strumento di raro uso per il duo) che compare alla terza track del disco e subito si annuncia come uno dei pezzi migliori.
In lost in the Spinning Sound i Dining Rooms compiono una evoluzione interessante: attraverso pezzi come We Stay o nella cupa e introversa In My Soul o nella solare e melodica Higher Ground, transitano dal trip-hop al rock-folk cantautorale più puro, travalicando in realtà ogni genere per confezionare canzoni semplicemente perfette.
Tutto il disco si muove in realtà sempre in bilico tra folk e beat con liriche molto profonde che indagano le relazioni interpersonali, quasi sempre tormentate e implose, non rinunciando peraltro al trip-hop strumentale degli esordi in pezzi come Musica Concreta, Oh! e Lost In The Spinning Sound, piuttosto incompiuto per la verità, o anche cercando una insolita fusione, come in Just Pretend o I Don’t Know Why e nel soul jazzato di Lay Your Arms around Me,oppure puntando addirittura al Dream Pop minimalista, con sola voce e chitarra, su un sottofondo di onde marine e echi di spiaggia, come nella splendida (ma anch’essa in parte incompiuta) Be Mine.
Complice anche il sapiente missaggio e la post-produzione di Francesco Borrelli allo studio Blue Spirit di Milano, sotto supervisione della consueta etichetta Schema Records, i Dining Rooms spingono in su l’asticella della loro ricerca musicale, evidentemente volendo testimoniare che dopo la festa dei 25 anni di carriera con Songs To Make Love To non c’è alcuna volontà di fermarsi e ripercorrere territori consueti. Al contrario esplorano e sperimentano, cercando di andare oltre la loro zona comfort. Da elogiare per il tentativo ma anche perché ne viene fuori un album bellissimo, che ci rende fieri della musica italiana underground e poco conosciuta, ma di alta qualità.
https://thediningrooms.bandcamp.com/
L'articolo The Dining Rooms: dodicesimo album per il duo trip-hop milanese proviene da Freak Out Magazine.
Lost in the spinning sound è il dodicesimo album, il primo dopo il greates hits Songs To Make Love To lanciato nel 2024 per celebrare i 25 anni di carriera del duo milanese composto da Stefano Ghittoni (alle chitarre prevalentemente) e Cesare Malfatti, ai samples e tastiere (quest’ultimo ex membro dei La Crus).
Si conferma anche il questo disco il celebre sound del duo, un misto di dub e rock, con lento beat alla Massive Attack su cui si appoggia il tessuto rifinito di chitarre, tastiere, samples, e effetti sonori. Altra caratteristica tipica dei Dining Rooms è far cantare altri: la novità in questo ultimo disco semmai è che c’è una singola voce femminile per tutti i brani, la splendida voce blues sensuale, profonda, ipnotica di Chiara Castello degli I’m Not a Blonde, che aveva già lavorato in Just a Child e Stone (My Heart).
Come dice anche il titolo, l’album è tutto incentrato sul valore positivo del senso di smarrimento, ricercato attraverso la profondità dei suoni: smarrirsi un po’ per proteggersi e semmai ritrovarsi in spiagge più confortevoli, questo è il messaggio del disco.
E’ per questo che la voce femminile forse è la musa unica del disco: Chiara Castello, novella sibilla esplorativa del caos interiore, con una voce che nei momenti ispirati ricorda Annie Lennox, accompagna l’ascoltatore nelle atmosfere musicali di Malfatti e Ghittoni, che confezionano un disco lento, notturno, orchestrale, a tratti minimale come in Just Pretend e I Don’t Know Why, e a tratti introspettivo e folk, come in We Stay, bellissimo notturno alla Radiohead sorretto da una chitarra acustica, (strumento di raro uso per il duo) che compare alla terza track del disco e subito si annuncia come uno dei pezzi migliori.
In lost in the Spinning Sound i Dining Rooms compiono una evoluzione interessante: attraverso pezzi come We Stay o nella cupa e introversa In My Soul o nella solare e melodica Higher Ground, transitano dal trip-hop al rock-folk cantautorale più puro, travalicando in realtà ogni genere per confezionare canzoni semplicemente perfette.
Tutto il disco si muove in realtà sempre in bilico tra folk e beat con liriche molto profonde che indagano le relazioni interpersonali, quasi sempre tormentate e implose, non rinunciando peraltro al trip-hop strumentale degli esordi in pezzi come Musica Concreta, Oh! e Lost In The Spinning Sound, piuttosto incompiuto per la verità, o anche cercando una insolita fusione, come in Just Pretend o I Don’t Know Why e nel soul jazzato di Lay Your Arms around Me,oppure puntando addirittura al Dream Pop minimalista, con sola voce e chitarra, su un sottofondo di onde marine e echi di spiaggia, come nella splendida (ma anch’essa in parte incompiuta) Be Mine.
Complice anche il sapiente missaggio e la post-produzione di Francesco Borrelli allo studio Blue Spirit di Milano, sotto supervisione della consueta etichetta Schema Records, i Dining Rooms spingono in su l’asticella della loro ricerca musicale, evidentemente volendo testimoniare che dopo la festa dei 25 anni di carriera con Songs To Make Love To non c’è alcuna volontà di fermarsi e ripercorrere territori consueti. Al contrario esplorano e sperimentano, cercando di andare oltre la loro zona comfort. Da elogiare per il tentativo ma anche perché ne viene fuori un album bellissimo, che ci rende fieri della musica italiana underground e poco conosciuta, ma di alta qualità.
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L'articolo The Dining Rooms: dopo il greatest hits nuovo disco per il duo trip-hop milanese proviene da Freak Out Magazine.
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