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Ci sono band che fanno parte della storia del rock. E poi ci sono band che fanno parte della storia di un Paese. I Radio Birdman appartengono alla seconda categoria. Non perché siano stati mainstream — non lo sono mai stati — ma perché hanno incarnato, fin dagli anni ’70, un’idea di Australia che non si accontentava della periferia culturale, che rifiutava la dipendenza dall’asse LondraLos Angeles, che voleva costruire un proprio linguaggio.
I Birdman non sono mai stati solo un gruppo: erano un’idea. Nel 1974, quando Deniz Tek e Rob Younger iniziano a suonare insieme, Sydney è una città che vive di cover band, di pub rock standardizzato, di un’industria musicale che non vuole rischiare. I Birdman portano Detroit, certo, ma portano soprattutto un’etica: autonomia, autodeterminazione, rifiuto del compromesso.
Quell’etica attraversa Radios Appear, sopravvive a Living Eyes, e riemerge in Zeno Beach con una maturità diversa ma con la stessa postura politica: non compiacere, non rassicurare, non ripetere.
C’è un momento, nella storia di ogni band mitizzata, in cui il passato rischia di diventare una gabbia. Per i Radio Birdman quel momento arriva all’inizio degli anni Duemila, quando tornano a riunirsi per la seconda volta, dopo i concerti del ‘96/’97, prima per un tour australiano e poi per quello europeo che restituirà a Younger e soci, quello che non avevano ottenuto da quello del ’78 e che portò allo scioglimento della band.
Ma nel 2002 la macchina del revival australiano li vuole ancora eternamente congelati nel ’77, custodi di un Detroit-sound trapiantato a Sydney e reso leggenda. I Radio Birdman avrebbero potuto vivere di rendita, suonare Radios Appear all’infinito e lasciare che la mitologia facesse il resto. Nel 2006 il rock globale vive un’ondata di ritorni nostalgici. I Birdman, invece, rifiutano la nostalgia. Ma la band — lo racconta la nota editoriale della ristampa 2026 — non è soddisfatta. Non basta suonare Aloha Steve & Danno o New Race per sentirsi vivi.
Zeno Beach nasce da questa insofferenza, e lo si sente in ogni solco: è il loro dito medio al concetto stesso di reunion. È un album “anomalo” nella genealogia dei Radio Birdman: non appartiene al periodo mitico ’74–’78, non è un reperto d’archivio, non è un ritorno nostalgico. È un disco che non vuole replicare nulla, non vuole rassicurare nessuno, è uno di quei dischi che, ogni volta che lo si riascolta, sembra quasi chiedere una nuova contestualizzazione. È un disco postumo alla loro stessa leggenda, ma suonato come se la posta in gioco fosse ancora altissima, perché rappresenta un atto di rigenerazione di una band che rifiuta di diventare la propria cover band.
Zeno Beach è un disco che parla proprio di questo: di cosa significa esistere ai margini e rifiutare di essere marginali.
Il suono è più pulito dei ’70, ma non più gentile. Le chitarre di Deniz Tek e Chris Masuak si incastrano come se avessero passato vent’anni a limare coltelli. Russell Hopkinson dagli You Am I porta una batteria che non imita il passato: lo supera. Younger canta con una lucidità che non cerca di sembrare giovane, e proprio per questo suona più feroce.

Ci sono dischi che arrivano troppo presto, altri troppo tardi. Zeno Beach, quando uscì nel 2006, sembrò appartenere a una terza categoria: quella dei dischi che arrivano fuori dal tempo, come se il calendario non li riguardasse. Non è un disco che guarda al ’77: è un disco che immagina cosa sarebbe successo se la band non si fosse mai fermata. È un album adulto, urbano, fisico. Un disco che non vuole sembrare giovane, ma vuole sembrare vivo. Oggi, con la ristampa 2026 che ne ripulisce il suono e ne chiarifica l’intenzione, quel fuori-tempo diventa finalmente leggibile: non era un ritorno, non era un epilogo, non era un gesto nostalgico. Era un disco che cercava un futuro possibile.
Per capire Zeno Beach bisogna guardare alla linea sotterranea del rock australiano, che ha sempre avuto una doppia anima: quella iconica, da esportazione, e quella sotterranea, urbana, nervosa. Zeno Beach appartiene alla seconda. È figlio dei New Christs, dei Celibate Rifles, degli Hitmen, di quella linea che non ha mai cercato di piacere, ma solo di esistere.
La ristampa Citadel/Third Man, con mastering di Levi Seitz e William Bowden, non è un’operazione cosmetica: è un intervento che restituisce al disco la profondità che nel 2006 era rimasta compressa, quasi trattenuta.
Qui il mailorder.
Non è neanche il classico tentativo di rimettere in circolazione il materiale d’archivio perché il disco non presenta outtake delle registrazioni dell’epoca, anzi presenta una nuova copertina senza il classico font della band, forse la cosa meno riuscita dell’operazione. Una tracklist differente con l’esclusione, dolorosa ma necessaria, di due brani (Connected e Locked Up) che magari potevano essere inclusi come un singolo bonus, che vuole evidenziare che ci si trovi davanti a qualcosa di realmente differente.
La nuova edizione, ridotta da 13 a 11 brani, rende il disco più scorrevole e mette in risalto episodi che oggi suonano centrali: We’ve Come So Far, Subterfuge, Found Dead, Brotherhood of Al Wazah. Il lavoro sul suono è decisivo: le chitarre respirano, il basso è finalmente leggibile, la voce è più avanti, le dinamiche sono vive. Non si tratta di un restauro, ma di una chiarificazione.
Zeno Beach ha il passo di un animale notturno. Le chitarre di Tek e Masuak non bruciano più: scavano. Younger non urla: racconta. La batteria di Hopkinson non spinge: respira. La nuova masterizzazione apre spazi che nel 2006 erano rimasti chiusi: i riverberi di Zeno Beach (il brano) diventano un mare nero, Found Dead acquista un’ombra cinematografica, Brotherhood of Al Wazah esplode come un rituale. La scaletta ridotta lo rende più compatto, più coerente, più vicino a ciò che forse la band aveva in mente.
Riascoltato oggi, Zeno Beach dialoga con la scena australiana degli ultimi vent’anni più di quanto facesse con quella del 2006. C’è qualcosa degli Eddy Current Suppression Ring nella tensione minimalista, dei Royal Headache nella vulnerabilità, dei Civic nella fisicità urbana, degli Amyl & The Sniffers nella postura senza compromessi. Non perché il disco li abbia influenzati direttamente, ma perché appartiene alla stessa genealogia: quella che considera il rock non un genere, ma un modo di stare al mondo.
Zeno Beach non è un capolavoro, ma è un lavoro solido, onesto, che restituisce ai Radio Birdman la loro dimensione naturale: quella di una band che non ha mai avuto bisogno di compiacere nessuno. È un disco che completa la traiettoria dei Radio Birdman, collegando Radios Appear e Living Eyes a un presente che la band non aveva previsto ma che, in qualche modo, aveva già intuito. E oggi, grazie a questa ristampa, suona finalmente come avrebbe sempre dovuto.
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Dopo sette anni di silenzio, i Radiohead sono tornati a suonare dal vivo. E la sorpresa più grande, a sentire Jonny Greenwood, è stato il divertimento.
Lo scorso autunno, tra novembre e dicembre, cinque residency europee hanno riportato Thom Yorke e compagni sul palco, regalando ai fan serate di archeologia musicale e confermando che il legame tra i membri della band è tutt’altro che logoro. Ora è Greenwood a raccontare il dietro le quinte al Telegraph, svelando un mood inaspettato.
“Sono sorpreso che il tour sia davvero accaduto e che ci sia piaciuto così tanto“, ammette il chitarrista. “È stato fantastico tornare a suonare quei brani. Ed è stato davvero bello suonare di nuovo con Thom“.
Sul palco, i fan hanno assistito a momenti di vera archeologia musicale: Just è tornata in scaletta dopo 16 anni, mentre gemme oscure come Climbing Up The Walls hanno emozionato i più fedeli. Le date londinesi hanno addirittura polverizzato il record di presenze alla O2 Arena, a dimostrazione che l’appetito per la band non si è mai spento.
Eppure, chi spera in un nuovo album dovrà armarsi di pazienza. Alla domanda se il tour possa preludere a nuove registrazioni, Greenwood è spiazzante: “Non ne ho idea. Tutti noi, in questo momento, stiamo facendo nuova musica ma in ambiti diversi“. L’ultimo lavoro in studio, A Moon Shaped Pool, risale ormai al 2016, un’abisso temporale nella frenesia dell’industria musicale. “Ho trovato strano non fare nulla di nuovo durante il tour“, confessa, lasciando intendere che la creatività della band, per ora, scorre in canali paralleli.
Greenwood è reduce dalla nomination all’Oscar per la colonna sonora di One Battle After Another, mentre Yorke continua a dedicarsi ai The Smile, il progetto parallelo con il quale ha recentemente pubblicato nuovo materiale. “Per fare un altro tour, dovremmo decidere oggi, e anche in quel caso non accadrebbe prima di 18 mesi”, spiega Greenwood, fotografando una band in pausa, ma non in crisi.
L’arte e la politica, ancora
Proprio in queste settimane, Greenwood è tornato al centro del dibattito per le sue posizioni sulle collaborazioni artistiche in contesti controversi. In una recente intervista al Times, ha ribadito con forza la sua idea che la musica debba stare “al di sopra e al di là delle questioni politiche”, difendendo il sodalizio con il cantante israeliano Dudu Tassa. “Se dovessi smettere di collaborare con musicisti perché non mi piacciono i loro governi, allora non potrei lavorare con nessuno di loro“, ha dichiarato, sottolineando come il loro album Jarak Qaribak coinvolgesse artisti israeliani, iracheni, egiziani e siriani.
Una posizione che si distanzia da quella del compagno di band Thom Yorke, che nella stessa intervista ha invece escluso categoricamente future esibizioni in Israele: “Non vorrei trovarmi nel raggio di 5.000 miglia dal regime di Netanyahu“.
Ma al di là delle differenze di vedute, il ritorno sul palco ha riacceso una scintilla. I Radiohead, oggi, sono una band che non sa quando e se tornerà in studio. Ma quando decideranno di farlo, sarà alle loro condizioni. E probabilmente, come è successo per questo tour, saranno i primi a stupirsi di quanto sia bello essere di nuovo insieme.
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L'articolo Radiohead, tra ritorno e futuro: Jonny Greenwood e Yorke tornano a parlare di Israele proviene da Freak Out Magazine.
“CROCIFISSO…
Fujrtunatu si tu c’‘on’ài nienti…
U riavulu i fici i cosi ru munnu…
Nuri i vuoli i so’ figghi, u
Patri Eternu.”
(da “Lucio” di Franco Scaldati – “Franco Scaldati Teatro 1975-1979” edizioni Marsilio)
Correva il 1992, e Rai 3 passava le prime immagini in bianco e nero delle “sghembe” interviste di Cinico TV; forte fu per me giovanissimo l’impatto visivo con quel mondo e con quella (allora incredibile e meravigliosamente assurda) idea di televisione.
Ancora oggi, sul sito di Rai Play (https://www.raiplay.it/programmi/cinicotv – consultato il 17.2.26), si legge: “Una sequenza di brevi quadri in bianco e nero tra il comico e il grottesco, firmata dai palermitani Ciprì e Maresco, trasmessa nel 1992. Una serie di “freaks” che vivono gag sospese fra riso e tragedia, sullo sfondo di una Sicilia desolata e marginale, popolata da personaggi assurdi e surreali, parodia corrosiva della nascente tv”.
Già in un’altra occasione, su queste pagine, ho avuto modo di ricordare la collana “Rarovideo”, laddove scrissi: ‘Aveva appena fatto ingresso il nuovo millennio, il 2000, e sugli scaffali, alla voce “Home Video”, vidi far la comparsa di eleganti DVD con “livrea” rosso-nera; era Rarovideo…”.
Ed edito dalla Rarovideo acquistai di Daniele Ciprì e Franco Maresco il loro “Totò che visse due volte” (del 1998), film che, per quanto possa importare al lettore, ha segnato la mia giovinezza; dopo fu la volta della visione dell’altro capolavoro di Ciprì e Maresco “Lo zio di Brooklyn” (del 1995). L’opera di Daniele Ciprì e Franco Maresco merita un approfondimento particolareggiato che si rimanda – si spera – a un prossimo futuro.
Sopra, nel citare la “descrizione” fatta dalla Rai di Cinico TV, si è riportato “sullo sfondo di una Sicilia desolata e marginale, popolata da personaggi assurdi e surreali”, e quella Sicilia (o meglio quella Palermo) magistralmente raccontata da Ciprì e Maresco negli anni novanta, ha “radici” nella scrittura del grade Franco Scaldati, “scrittura” che lo stesso Maresco ha “vissuto”, ricordato e omaggiato.
“ANCILÀ
L’occhi nostr’ un regginu ‘a
vist’ e certi cuosi ‘o munnu…
accussì comu nuatr’ un siemu
vist’ o munnu.”
(da “Lucio” di Franco Scaldati – “Franco Scaldati Teatro 1975-1979” edizioni Marsilio)
Franco Maresco, oltre alla fortunata collaborazione con Daniele Ciprì, tra i suoi meriti ha anche quello di aver condiviso parte della sua carriera artistica con il poeta, drammaturgo e attore Franco Scaldati.
E nel ricordo di Scaldati, Maresco e Claudia Uzzo, partendo da alcuni testi di Scaldati, hanno curato la regia e la drammaturgia dello spettacolo “I Poeti non cadono in piedi – L’amaro caso del teatrante Scaldati secondo Franco Maresco”, contemperando, con un esatto equilibrio, l’arte teatrale con il “format documentario”.
Sul palco, Franco Maresco è stato, infatti, memoria storica e voce “narrante”, puntuale, diretta e senza compromessi; una voce quella di Maresco alzatasi a difesa di Scaldati, simbolo di Palermo e della sua tradizione più profonda e viscerale, una voce che ha sottolineato come Franco Scaldati non abbia beneficiato della dovuta attenzione da parte di un territorio che si è a lui mostrato troppo spesso indifferente, se non addirittura ostile (come emerso dalla rappresentazione).

Al contempo, sempre sul palco, la poesia e la drammaturgia di Scaldati hanno preso vita nel corpo e nel cuore di Umberto Cantone (anche regista collaboratore e sua la consulenza ai testi), Aurora Falcone, Melino Imparato ed Ernesto Tomasini i quali, con maestria, hanno interpretato parti di alcuni testi e di alcuni scritti di Scaldati (tra cui “Totò e Vicè”, “Indovina Ventura”, “Il Pozzo dei Pazzi”…), e che attraverso la loro fisicità e padronanza del vernacolo, hanno ricreato quel mondo tanto surreale e poetico, quanto drammaticamente crudo e reale, raccontato da Scaldati.
“Il pozzo dei pazzi è un testo di memoria. Quando l’ho scritto, erano personaggi che da ragazzino mi erano rimasti impressi. Il periodo dai 4 ai 14 anni lo vivo al Borgo. Il Borgo è un carnaio micidiale, sopratutto in quegli anni, nel dopoguerra, un’esplosione di umore e di violenza estrema. E questi sono personaggi di quegli anni, filtrati attraverso le esperienze vissute. A volte ritorna ai bordi dell’infanzia, avvolte alla fiaba che è un po’ il periodo di mezzo; negli ultimi tempi diventa scrittura pura, però contaminata da altre esperienze. È una scrittura estremamente difficile ma non per il gusto di scrivere difficile, probabilmente per una esigenza di andare oltre” (da “Franco Scaldati Teatro 1975-1979” edizioni Marsilio che a sua volta richiama: F. Scaldati, in G. Manzella, Un Pozzo di memoria, in “il manifesto”, 14 gennaio 1990, poi in “Patologo”, n. 13, 1989-1990).
“Senza i poeti le città muoiono” (ha affermato Maresco dal palco), e se i poeti come Scaldati non cadono in piedi, perché i veri Poeti, per la loro natura libera e di “rottura”, non possono né allinearsi, né essere allineati, è atto tanto meritorio quanto dovuto “rialzarli” attraverso il recupero e la divulgazione delle loro opere.
Nella nota introduttiva a “Lucio” – sempre da “Franco Scaldati Teatro 1975-1979” edizioni Marsilio che a sua volta richiama: F. Scaldati, Lucio, in V. Valentini (a cura di), Franco Scaldati, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997, p. 13. (il nome di Lucio è volontariamente segnato in minuscolo nel testo) – è riportata la dedica che appare in calce alla prima edizione di “Lucio”:
<<Mettiamo che lucio
(gobbo e mutilato)
sia l’ultimo uomo
mettiamo che lucio abbia del passato
un vago ricordo biologico
mettiamoci pure l’innocenza
il gioco
la luce
il mare le montagne gli alberi
il peccato
mettiamo che lucio
senta nella luce
l’unica (prima o ultima)
possibilità di essere>>
Congediamo questo scritto con un ultimo “frammento” di “Lucio” (ancora da “Franco Scaldati Teatro 1975-1979” edizioni Marsilio)
“LUCIO
Illuminata, Illuminata, Illuminata,
grapila sta finestra,
eccami un gigghiu;
comu un signu r’amuri, iu l’arricogghiu.
Sugnu ogni sira ccà
u cuori m’ addhannu
e u friscu ca mi pigghiu è u guaragnu…
Illuminata, quannu accumpari tu,
u suli s’ ammuccia;
tu si u civu, Illuminata,
e iddhu è a scuoccia.”
https://www.teatrodinapoli.it/evento/i-poeti-non-cadono-in-piedi-lamaro-caso-del-teatrante-scaldati-secondo-franco-maresco/
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Dopo sette anni di silenzio, i Radiohead sono tornati a suonare dal vivo. E la sorpresa più grande, a sentire Jonny Greenwood, è stato il divertimento.
Lo scorso autunno, tra novembre e dicembre, cinque residency europee hanno riportato Thom Yorke e compagni sul palco, regalando ai fan serate di archeologia musicale e confermando che il legame tra i membri della band è tutt’altro che logoro. Ora è Greenwood a raccontare il dietro le quinte al Telegraph, svelando un mood inaspettato.
“Sono sorpreso che il tour sia davvero accaduto e che ci sia piaciuto così tanto“, ammette il chitarrista. “È stato fantastico tornare a suonare quei brani. Ed è stato davvero bello suonare di nuovo con Thom“.
Sul palco, i fan hanno assistito a momenti di vera archeologia musicale: Just è tornata in scaletta dopo 16 anni, mentre gemme oscure come Climbing Up The Walls hanno emozionato i più fedeli. Le date londinesi hanno addirittura polverizzato il record di presenze alla O2 Arena, a dimostrazione che l’appetito per la band non si è mai spento.
Eppure, chi spera in un nuovo album dovrà armarsi di pazienza. Alla domanda se il tour possa preludere a nuove registrazioni, Greenwood è spiazzante: “Non ne ho idea. Tutti noi, in questo momento, stiamo facendo nuova musica ma in ambiti diversi“. L’ultimo lavoro in studio, A Moon Shaped Pool, risale ormai al 2016, un’abisso temporale nella frenesia dell’industria musicale. “Ho trovato strano non fare nulla di nuovo durante il tour“, confessa, lasciando intendere che la creatività della band, per ora, scorre in canali paralleli.
Greenwood è reduce dalla nomination all’Oscar per la colonna sonora di One Battle After Another, mentre Yorke continua a dedicarsi ai The Smile, il progetto parallelo con il quale ha recentemente pubblicato nuovo materiale. “Per fare un altro tour, dovremmo decidere oggi, e anche in quel caso non accadrebbe prima di 18 mesi”, spiega Greenwood, fotografando una band in pausa, ma non in crisi.
L’arte e la politica, ancora
Proprio in queste settimane, Greenwood è tornato al centro del dibattito per le sue posizioni sulle collaborazioni artistiche in contesti controversi. In una recente intervista al Times, ha ribadito con forza la sua idea che la musica debba stare “al di sopra e al di là delle questioni politiche”, difendendo il sodalizio con il cantante israeliano Dudu Tassa. “Se dovessi smettere di collaborare con musicisti perché non mi piacciono i loro governi, allora non potrei lavorare con nessuno di loro“, ha dichiarato, sottolineando come il loro album Jarak Qaribak coinvolgesse artisti israeliani, iracheni, egiziani e siriani.
Una posizione che si distanzia da quella del compagno di band Thom Yorke, che nella stessa intervista ha invece escluso categoricamente future esibizioni in Israele: “Non vorrei trovarmi nel raggio di 5.000 miglia dal regime di Netanyahu“.
Ma al di là delle differenze di vedute, il ritorno sul palco ha riacceso una scintilla. I Radiohead, oggi, sono una band che non sa quando e se tornerà in studio. Ma quando decideranno di farlo, sarà alle loro condizioni. E probabilmente, come è successo per questo tour, saranno i primi a stupirsi di quanto sia bello essere di nuovo insieme.
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Mentre il mondo della musica si prepara a celebrare il 35° anniversario di “Some Friendly“, il debutto album dei The Charlatans, è il momento perfetto per riscoprire e ridefinire l’identità artistica di una band che ha saputo navigare le correnti della storia del rock britannico con rara resilienza e autenticità.
Nati nel 1988 nel West Midlands e sviluppatisi a Northwich, nel Cheshire, i The Charlatans emersero nel fermento della scena musicale tardo-80s, spesso etichettata come “Ma/d)chester”. Tuttavia, ridurre la loro figura a semplice componente di quel movimento sarebbe un torto alla loro traiettoria unica e duratura.
Fin dall’inizio, i “Ciarlatani” dimostrarono di essere più di un fenomeno passeggero. Accanto a colleghi come Stone Roses, Happy Mondays, Primal Scream e Inspiral Carpets, portarono nelle loro radici un misto di influenze distintive: l’organo Hammond ipnotico e maestoso di Rob Collins, il groove psichedelico dei Beatles, il piglio swaggering dei Rolling Stones e le pulsazioni dance dei club di Manchester. Questa alchimia fu immediatamente evidente in “Some Friendly” (uscito ad ottobre 1990 per la label Situation Two), un album che scalò le chart fino al numero uno non per moda, ma per la forza di brani come “The Only One I Know” – un inno baggy dalla struttura insolita e dal riff di basso inconfondibile – e il jam epico di “Sproston Green“.
La figura artistica del gruppo si costruisce attorno a due pilastri fondamentali. Il primo è il sound, marchiato indelebilmente dal genio di Rob Collins alle tastiere. Il suo Hammond non era semplice accompagnamento; era la voce narrante, drammatica e soul, che donava profondità e calore a ogni traccia, come testimoniato da Burgess stesso nella nota per “Believe You Me”. Il secondo pilastro è la capacità di evolversi senza tradirsi. Mentre molte band della loro generazione si sfaldavano, i The Charlatans, guidati dalla voce distintiva e dallo stile di Tim Burgess, hanno intrapreso un viaggio attraverso il britpop, il rock psichedelico riletta in chiave moderna, e suoni più sperimentali, sempre mantenendo una coerenza artistica riconoscibile.

La pubblicazione dell’edizione ampliata di “Some Friendly”, prevista per il 27 marzo 2026, non è solo una celebrazione nostalgica. È un atto di curatela artistica. Tim Burgess ha personalmente selezionato i nove brani extra – B-side, remix e take alternative – che completano il disco, offrendo una finestra sul laboratorio creativo della band alle prime armi. Ascoltare l’alternate take di “Then” o la versione integrale di “Happen to Die” significa riscoprire l’energia grezza e la sperimentazione che alimentavano il loro processo creativo. Note come quella per “109 Pt.2”, dove Burgess rivela la sorprendente concessione di Robert De Niro per l’uso di un suo sample, raccontano di un’ambizione artistica che andava già oltre i confini della scena.
La loro storia è anche una storia di rinascita e perseveranza, segnata dalla tragica perdita di Rob Collins nel 1996 e del batterista fondatore Jon Brookes nel 2013. Eppure, la band ha continuato, onorando il loro spirito senza diventarne una semplice reliquia. L’uscita del loro quattordicesimo album, “We Are Love” nel 2025, e l’annuncio di un tour ampio nel 2026, sono la prova vivente di una vitalità artistica ininterrotta.
I The Charlatans, quindi, non furono mai semplicemente “quelli dell’Hammond” o la quinta band di Ma(d)chester. Sono stati e sono artefici di un sound personale che unisce la malinconia nord-occidentale alla gioia del ritmo, la psichedelia alle melodie immediate. La loro figura artistica è quella di sopravvissuti creativi, di musicisti che hanno costruito un dialogo costante con il loro passato senza smettere di guardare avanti, mantenendo intatta, attraverso alterne fortune critiche, quella “friendly” autenticità che li ha sempre distinti. “Some Friendly” fu il punto di partenza di un viaggio ancora in corso, e risentirlo oggi, arricchito, ci ricorda che il loro lascito non è un’istantanea di un’epoca, ma il ritratto di una band che ha fatto della costante evoluzione la sua vera, duratura, forma d’arte.
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L'articolo “Some Friendly” compie 35 anni: il viaggio artistico dei Charlatans, da Ma(d)chester ad oggi proviene da Freak Out Magazine.
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