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Trent’anni fa usciva il primo disco dei Three Second Kiss, “For Pain Relief”, ma il trio nato a Bologna e oggi distribuito tra il capoluogo emiliano e Catania, non è intenzionato a celebrare questi primi tre decenni di carriera. Tuttavia, sono in giro per l’Italia per promuovere il loro ultimo lavoro, “From Fire I Save the Flame” (Overdrive Records), prodotto da Don Zientara, ingegnere del suono dei Fugazi e di tante band e dischi targati Dischord. L’intervista che segue è un estratto di una lunga e piacevole chiacchierata che ho avuto la fortuna di fare con i membri storici del trio, Sergio Carlini (chitarra) e Massimo Mosca (voce e basso). Il gruppo è completato alla batteria da Sacha Tilotta (figlio di Agostino e Giovanna Cacciola degli Uzeda), che nel 2006 ha preso il posto di Lorenzo Fortini. I TSK hanno sempre collaborato con musicisti e produttori d’oltreoceano e non solo, con alcuni dei quali hanno stretto delle amicizie. Carlini e Mosca hanno voluto ricordare in particolare il legame che avevano con due figure importantissime del rock underground italiano e internazionale, che purtroppo non ci sono più: Steve Albini e David Lenci. Anche per questo, i TSK sono delle belle persone.
Trent’anni fa avete pubblicato il vostro esordio “For Pain Relief”. Non avete pensato di celebrare questo importante anniversario?
Sergio Carlini: Sì, in un certo senso abbiamo superato l’idea della celebrazione, ma non lo stiamo festeggiando sia perché non siamo bravi come altri gruppi in questo tipo di cose, sia perché abbiamo avuto un fermo di dodici anni e quindi i trent’anni non sono stati continuativi.
Trent’anni, sette dischi, pochi per trentatré anni, ma di estrema qualità. È stata una scelta o una necessità?
Massimo Mosca: La musica non è mai stata il nostro unico impegno. Nel corso degli anni ci sono state diverse situazioni lavorative, quindi la produzione musicale ha seguito un po’ il flusso della vita, che cambiava man mano che crescevamo.
Sergio Carlini: Sì, non c’è stata un’esigenza di perfezione dietro a tutto questo o una lentezza necessariamente compositiva. In fondo i primi dischi sono usciti con una certa regolarità, perché ovviamente eravamo più giovani e facevamo un altro tipo di vita. E poi, come ha detto Massimo, la vita ha le sue incombenze, no? Per cui tenere in piedi un gruppo e avere anche una vita parallela per mantenersi fa sì che i tempi si dilatino inevitabilmente. Quando eravamo pronti, entravamo in studio.
From fire I save the flame by Three Second Kiss
Questo si è coniugato con l’urgenza comunicativa? Se qualcuno di voi tre aveva qualche idea o qualche spunto e voleva sviluppare subito un brano, come vi regolavate?
Sergio Carlini: Siamo sempre andati piuttosto all’unisono. Le decisioni sono state sempre prese in maniera molto spontanea.
Massimo Mosca: Sì, non abbiamo mai vissuto un senso di attesa o di frustrazione. Sicuramente ci sono stati momenti nella vita del gruppo in cui si sarebbe voluto fare di più, ma non ne siamo stati capaci per motivi pratici, non per altri.
Questo fa parte della vita di qualsiasi gruppo più o meno longevo. Ci sono stati dei momenti in cui avreste voluto fare di più?
Sergio Carlini: Anche adesso potremmo essere molto più prolifici, ma abitando in due città diverse (Bologna e Catania) inevitabilmente dobbiamo rispettare delle modalità e dei tempi che fanno sì che un disco esca dopo tanti anni.
Massimo Mosca: Del resto, l’estrema prolificità non fa neanche parte del nostro modo di suonare, perché se si fa un disco è bello consumarselo in giro il più possibile. Un disco ha un suo valore.
Sergio Carlini: Questo è qualcosa che sento dire anche dai gruppi che vengono dagli anni ‘90, che hanno una storia alle spalle. Dietro c’è una certa maturità, ma non nel senso che siamo più maturi dei ragazzi che partono adesso. In qualche modo ogni disco ha la sua pesantezza, quindi lo consumi, lo tieni, altrimenti si fanno i dischi soltanto per andare a suonare in giro e in questo caso il disco perde un po’ di consistenza e la sua centralità. Il nostro modus operandi è stato: quando eravamo soddisfatti delle canzoni che avevamo scritto, entravamo in studio.
Per voi la distanza ha avuto la sua importanza, e penso non sia stato facile, anche se oggi con la rete è molto più facile rispetto al passato. Percepisco nei vostri brani un gran lavoro e molto ragionamento, sarà anche per lo stile che suonate, quindi quella miscela tra math e post rock.
Sergio Carlini: Riflessione e istinto convivono. In realtà non proviamo, non ci scambiamo file.
Massimo Mosca: Siamo molto una band da sala prove, quindi dobbiamo vederci. Poi ovviamente ognuno ha i suoi appunti musicali, che poi porta in sala. Tuttavia, c’è molta istintualità e c’è anche il lavoro di cesello, di arrangiamento.
Sergio Carlini: Soprattutto in quest’ultima fase del gruppo, quando abbiamo realizzato l’ultimo disco, siamo arrivati a una fisicità e a un’istintualità maggiori rispetto al passato. Probabilmente in passato c’era più questa fase di elaborazione.
Massimo Mosca: Nel nostro caso c’è un impatto molto epidermico, istintivo, che ovviamente percepisci forse di più dal vivo rispetto alla registrazione. Poi c’è una fase di arrangiamento, di lavoro, di scultura della materia musicale, però la fase di ragionamento o cerebrale non è preponderante. Assolutamente. Soprattutto negli ultimi tempi, o almeno con quest’ultimo disco, “From Fire I Save the Flame”, c’è molta più istintualità e, piacevolmente, lo stiamo notando anche dal vivo, anche dalla reazione della gente. Mi piace ascoltare che la successione delle parti abbia un suono specifico e quella determinata particolarità. Era il suono della band in quell’istante! Secondo me non c’è un’etichetta che ci definisce. Si tratta di rock, di punk rock, di rock minimale, crudo. Alla fine, se vai a sentire certi gruppi math, capisci che c’è un lavoro quasi matematico. Nel nostro caso noto un approccio sicuramente più minimale, più basico. Non c’è quel lavoro che sembra fatto a tavolino, non c’è mai stato, nemmeno all’inizio. Tuttavia, all’inizio eravamo più frammentati, e quindi questa cosa forse un po’ veniva fuori. Adesso almeno non la percepiamo assolutamente e, se vai a vedere, sono più math di noi tanti altri gruppi a cui non viene attribuita questa etichetta.
È curioso che Massimo abbia sottolineato il fatto che siete più istintivi ultimamente e avete capelli bianchi.
Massimo Mosca: La nostra istintualità non è legata tanto alla violenza. Si tratta piuttosto di una rabbia che nel nostro caso è distribuita o espressa in maniera diversa da tanti altri gruppi, che magari suonano anche noise. È proprio il fatto che sgorga in maniera piuttosto naturale, dalla tua mente, dalle tue mani. Da questo punto di vista, sono proprio i capelli bianchi che portano questo approccio.
Sergio Carlini: È vero quello che dici. Io la sento in questo modo: quando sei giovane, almeno nel mio caso, hai più preoccupazioni stilistiche per mantenere una certa linea. Adesso noi non abbiamo alcun tipo di riferimento di genere, di stile. Siamo tanto abituati adesso a vedere i gruppi dentro un genere, perché è la forma dell’ascolto musicale attraverso il computer o la rete che ci sta abituando a questo. La cosa interessante per me, dietro i TSK, è che non li puoi ascrivere a un genere in particolare. È vero, non ci possiamo nascondere dietro un dito: il sound nasce dagli anni ’90, da quell’attitudine. Quei suoni sono nati da lì, ma siamo riusciti a creare un sound e una via del tutto personale al punk rock. Quando ero giovane lavoravo d’istinto e allo stesso tempo mi chiedevo quale fosse l’effetto che questa cosa faceva. Stavo dentro a dei canoni stilistici che la mia testa immaginava. Invece, adesso non mi pongo più questo problema. Adesso è veramente un flusso molto più spontaneo, più naturale, più viscerale.
Mi avete fatto pensare a due canzoni: “Quando sarò vecchio” dei Bisca, nella quale viene espressa la voglia di fare quel che si vuole senza filtri quando si invecchierà, e a “My Back Pages” di Bob Dylan, che sosteneva che si è molto più rigidi da giovani.
Sergio Carlini: Per me è esattamente così. Penso anche per Massimo e per Sacha, che comunque è più giovane di noi, ma anche lui ha un’età che si può considerare matura. L’esperienza musicale, ma anche l’esperienza dei tour, dei concerti, almeno io la sto vivendo in una maniera molto più piena ora rispetto a quando ero più giovane. Quando sei giovane sei pieno di aspettative, sei pieno di attesa e l’emozione gioca molto spesso a scapito della fruibilità del momento, delle cose mentre le fai. Quando hai addosso il peso degli anni, le cose te le vivi con un certo distacco, che invece ti permette di stare proprio dentro quello che stai facendo, senza troppe preoccupazioni. Così ti liberi dalle frustrazioni, dalle volontà e la cosa la fai con più leggerezza.
Quando un gruppo rock è all’inizio deve necessariamente trovare un suo pubblico a cui fare riferimento. Ora che vi siete abbondantemente affermati, immagino che vi sentiate più liberi di fare come vi pare.
Sergio Carlini: Quello che dici è giusto. Nel nostro caso c’è da dire che è vero: magari in certi contesti in Italia ci siamo costruiti un seguito. Però rimaniamo una band underground e quindi ci sono situazioni in Italia o all’estero dove suoni di fronte a gente che non ti conosce. Abbiamo suonato in Francia quest’estate a un festival dove quasi nessuno ci conosceva e devo dire che la reazione è stata proprio viscerale. Questa cosa ci ha sorpreso positivamente, ci ha emozionato, non ci vergogniamo a dirlo. In fondo abbiamo fatto anche diversi giri all’estero in passato, per cui è una cosa interessante da sperimentare, soprattutto dopo tanto tempo. Vale quel discorso che sottoscrivo, quello che dici, ma c’è una verginità dell’esperienza anche adesso, dopo tanti anni. È bello incontrare il pubblico perché si sta bene tutti insieme. Del resto, questo è l’obiettivo della musica: si fa e si va a un concerto fondamentalmente per quello, per godere insieme al gruppo o per il gruppo insieme al pubblico. È bello regalare la propria musica, quella che ci piace fare.

Tra le centinaia di concerti che ho visto in vita mia, l’unico dei Fugazi, che vidi nell’ultimo tour italiano al Forte Prenestino di Roma, eravamo tantissimi e, come sapete, loro non volevano che si pogasse. Forse proprio per questo è stato l’unico concerto a cui ho assistito nel quale ho respirato una particolare intensità tra pubblico e palco. Noi del pubblico eravamo tanto rispettosi quanto incantati da loro quattro. Secondo me soltanto certi gruppi indie sono in grado di far vivere un’esperienza del genere.
Sergio Carlini: Adesso siamo molto abituati al concetto di musica come intrattenimento, per cui andare a vedere un concerto è anche un po’ come andare al cinema. Questo dipende anche da molti gruppi che hanno perso il sound, quell’impatto e quella visceralità dal vivo. Negli anni ’90 erano abbastanza normali, perché non avevi altri canali. Il concerto era il momento fondamentale per avvicinarti al gruppo e quindi diventava un’esperienza importante. Lo è anche adesso, però a me capita molto meno. È una cosa incredibile che si stia perdendo. Che io venga smentito tra due secondi.
Quindi in questi trent’anni quali sono stati i concerti migliori?
Sergio Carlini: Ognuno penso che abbia il suo ricordo personale. Io voglio andare un po’ vicino nel tempo, quindi ti cito questo festival francese dove abbiamo suonato la scorsa estate, perché è stata una piacevole sorpresa. Credo che in quell’occasione siamo riusciti proprio a instaurare quel rapporto di sintonia e di curiosità, di attenzione e di comunicazione tra la band e il pubblico. Poi ci sono tanti ricordi anche legati a quando siamo andati negli Stati Uniti.
Massimo Mosca: A me piace ricordare l’All Tomorrow’s Parties Festival, che abbiamo fatto due volte (adesso purtroppo è un format che non c’è più). In entrambi i casi ricordo la grande emozione, ma anche l’ottimo responso del pubblico e la vita comunitaria che si faceva con le varie band. È una cosa che mi porterò dietro come ricordo, perché è uno spirito che solo certi festival riuscivano a trasmettere. In entrambi i festival i direttori artistici erano gli Shellac. C’era questo senso di comunità. C’erano tutti gli chalet, gli appartamenti, incontravamo gli altri musicisti alla macchina del caffè. Spesso si auto-invitavano e c’erano tante persone nel nostro chalet, facevamo colazione con chi capitava. C’era un’atmosfera bellissima. Un altro ricordo forte è quello del primo concerto negli Usa, al Metro di New York. È un posto gigante, pazzesco, incredibile.
Sergio Carlini: L’ultimo concerto è sempre il più bello. Mi ricordo un concerto in Belgio alcuni anni fa, in un posto piccolissimo, a cui non avresti dato nessuna fiducia. Invece fu un concerto emozionante, quasi a ridosso di un bancone del bar. Sono quelle situazioni che non ti aspetti e proprio questa è la cosa bella dell’andare a suonare in giro. Anche al concerto al Dong che abbiamo fatto a Macerata, dove ho rivisto degli amici marchigiani che non vedevo da tempo, ho respirato una sorta di emozione strana, quasi da concerto da teenager. Non so, a me quel posto piace, anche come viene gestito e come suona, quindi in qualche modo è stato un concerto che mi ricorderò. Sono state belle emozioni.
Raccontate quali sono state le collaborazioni più esaltanti.
Sergio Carlini: Intanto devo dire che siamo stati fortunati, perché abbiamo registrato subito con David Lenci, che purtroppo non c’è più. Abbiamo iniziato con lui e ci ha registrato due dischi, quindi posso dire che abbiamo iniziato bene. Nel complesso abbiamo avuto tutti rapporti umani bellissimi, anche con Ian Burgess, con cui abbiamo registrato il nostro secondo disco. Era quello che registrava i Big Black di Steve Albini. Nonostante avessimo trascorso pochi giorni con lui, è stato molto bello. L’abbiamo rivisto nel 2002, quando abbiamo registrato “Music After Music” con Steve Albini. Anche con lui abbiamo passato pochissimi giorni insieme, c’è stato subito “calamitismo”, anche se Steve era un po’ più riservato. Aveva una generosità impressionante. Don Zientara è fantastico, ha 74 anni, è eccezionale. Avrebbe potuto benissimo andare a farsi un giro in surf la mattina e invece poi entrava in studio. È una di quelle persone che hanno questo flusso vitale così naturale, senza artifici. Tutte bellissime esperienze per me. La collaborazione con Don è stata molto interessante. L’idea di chiamarlo è stata di Massimo e poi siamo riusciti a realizzare questo progetto, dopo aver fatto coincidere gli impegni di tutti. È stato bello vedere come ha applicato il metodo Dischord a noi, perché eravamo in uno studio che aveva anche degli ambienti che permettevano di isolare gli strumenti.
Dove avete registrato, in Italia o negli Stati Uniti?
Sergio Carlini: In uno studio di Verona. Don ci ha fatto stare tutti in una stanza, proprio come registrava all’inizio per necessità. Questa necessità è diventata il suo marchio di fabbrica. Steve Albini, infatti, a differenza sua, utilizzava il metodo tradizionale, in ambienti separati. Don, invece, ci ha voluto far stare tutti nella stessa stanza, come se fossimo nella sala prove. Questa cosa ci ha messo molto a nostro agio e, secondo me, ci ha permesso di godere ancora di più dell’esperienza di studio insieme.
Avete suonato quasi come se fosse un live?
Sergio Carlini: Ovviamente la stanza era molto grande, quindi ha isolato i vari amplificatori il più possibile. Però, a differenza di un altro ingegnere del suono che avrebbe messo la chitarra in un ambiente e la batteria in un altro per avere i suoni separati e poter lavorare meglio, lui privilegia la compattezza del gruppo e l’interazione tra i vari musicisti. Sapevamo che lui faceva questo, ce l’ha anche raccontato. Inizialmente perché aveva uno studio piccolo, poi perché comunque si è abituato a lavorare in questo modo e ne vedeva i frutti positivi. Ci ha chiesto prima se eravamo d’accordo, abbiamo detto di sì e questa cosa è stata positivissima. Questo ci ha liberato tantissimo, ci ha messo molto a nostro agio e, secondo me, ha fatto la differenza.
Massimo Mosca: Ripercorrendo tutta la nostra storia, quando abbiamo registrato il primo disco eravamo tutti in una stanza, come anche nei dischi successivi. Nel terzo disco eravamo tutti in una stanza, ma con le due casse di basso e chitarra separate. Nel quarto disco eravamo insieme io e te, Sergio, e Lorenzo in un’altra stanza alla batteria. Abbiamo sempre registrato live, tranne la voce. La cosa bella è che mentre suonavo, vedevo gli altri due dietro un pannello trasparente. Lui ha registrato così i Fugazi e i Minor Threat, come quasi tutte le band, almeno quando ha lavorato nel suo studio. È un approccio che funziona. Viene fuori la potenza del gruppo, l’empatia.
Evidentemente la percezione che il vostro disco mi ha suscitato, che sia stato molto ragionato, mentre voi avete sottolineato che avete suonato in modo molto istintivo, è dovuta proprio al modo in cui avete suonato e al clima, alla dinamica che si è creata all’interno del gruppo.
Sergio Carlini: Assolutamente, hai ragione, è così. Lui ha voluto che durante le registrazioni ci guardassimo e stessimo vicini. Ed è stato così. È vero che in altri casi abbiamo registrato nella stessa stanza, o due strumenti da una parte e il terzo in un’altra stanza, ma c’era questa distanza, un adattamento a una situazione più asettica. In questo caso io, ma penso anche Massimo e Sacha, abbiamo registrato anche senza cuffie in alcuni casi, che è una cosa strana. Rifarei adesso la stessa esperienza sempre con lui, perché la considero fondamentale. È stato molto interessante.
Prima parlavamo di quelle bellissime esperienze che avete fatto nei concerti. A questo punto vorrei sapere se avete in programma di pubblicare un live.
Sergio Carlini: No, non ci abbiamo mai pensato, perché non abbiamo mai registrato i concerti. Ma in futuro non lo escludiamo. Effettivamente il live rimane un’esperienza da fruire sul momento. Inoltre, per noi registrare in studio è un po’ come registrare live, ma manca l’impatto del pubblico. Per noi era un po’ la stessa cosa. Ovviamente lo studio è sempre un compromesso, perché non vivi mai quella scioltezza o quella libertà che hai quando suoni dal vivo. È un buon input quello che dai. Però sarebbe bello farlo con dei pezzi inediti, quindi non soltanto un live di pezzi già editi.
Massimo Mosca: Perché no? È una bella idea. Il disco nuovo direttamente live, anche se è già stato fatto ampiamente. Ovviamente è un compromesso rispetto al suono, perché verrebbe fuori un suono più crudo. Ma del resto io sono un amante delle registrazioni: quando sei in sala e registri le prime versioni dei brani, magari le registri proprio male o con un cellulare o con altri registratori più di fortuna. Rimango sempre affezionatissimo a quelle versioni, ovviamente non presentabili, ma ci trovo un’empatia che poi via via perdi. Cerchi sempre di ritornare lì, con lo sforzo di ritornare lì. Il mio cuore rimane alle prime prove registrate. Probabilmente andrò a sentire certe registrazioni anche sporche, però a volte le preferisco rispetto a quelle un po’ troppo patinate. Non ci interessa il linguaggio elegante o la perfezione, noi abbiamo una radice profondamente rock’n’roll. Siamo per un suono totalmente viscerale, compromettendo un po’ la parte hi-fi dell’ascolto.
Ho pensato a un vostro disco live quando parlavate di ciò che avete vissuto in Francia o a New York. Pensavo che sarebbe bello anche ri-catturare quelle sonorità e quelle emozioni.
Sergio Carlini: Alla fine del concerto di Macerata, una persona di Jesi che conosco mi ha detto: “Le mode vanno avanti, ci sono dei generi, dei trend. Però, alla fine, siete un classico”. È difficile etichettarci, ma è anche la cosa che, secondo me, abbiamo costruito in tutti questi anni: cercare di uscire fuori da un’etichetta. Lo so che molti dicono che siamo ancorati a un suono che viene da quegli anni lì, e ci può stare. Alla fine so, e lo vedo quando andiamo in giro a suonare, che non rientriamo in un genere piuttosto codificato. Abbiamo un approccio che è talmente nostro che può piacere o non piacere. Quando quel mio conoscente mi ha detto che la nostra musica è un classico, per me è stato un grandissimo complimento, perché noi non inseguiamo le mode e non abbiamo fretta di far uscire un disco. Non è che passa di moda, non c’è una moda che mi corre dietro o che noi dobbiamo cavalcare, perché è un rock fuori da qualsiasi tipo di temporalità.
Massimo Mosca: Non so come chiamarlo. Io dico punk rock. Non voglio dire che suoniamo come i Sex Pistols o come i Clash o i Black Flag. Non siamo neanche un gruppo noise.




Massimo parlava dei Black Flag. Se consideriamo che nella loro ultima fase facevano pezzi lunghissimi, una sorta di free jazz punkizzato, si nota una sorta di evoluzione.
Sergio Carlini: Certo, ma questo è anche il nostro intento. Nel senso che rimani all’interno di una formula molto minimale, nel nostro caso minimalissima, che è basso, chitarra e batteria. Non abbiamo mai aggiunto strumenti, basi elettroniche, tastiere, eccetera, che altri gruppi fanno per curiosità e perché dopo tanti anni vogliono sperimentare cose nuove. Nel nostro caso, un po’ per mancanza di mezzi, ma un po’ anche per volontà nostra, ci piace muoverci sempre all’interno di questo schema. Ma in ogni disco cambia l’umore, se non il suono. Sono sfumature, probabilmente per chi ha un orecchio poco avvezzo a certe cose. Ma tra un disco e l’altro si sente. Non la chiamiamo evoluzione, ma si sente comunque un cambiamento.
Anche perché molto spesso passano tanti anni tra un disco e l’altro nel vostro caso, quindi si sente la differenza, dovuta, immagino, ai cambi di umore e soprattutto ai passaggi di maturazione individuale che si riflettono sulla musica.
Massimo Mosca: Questa è una cosa che alla fine si riallaccia a quello che dicevamo prima quando parlavamo essenzialmente della vita che entra nella musica. Alla fine si ragiona sempre per blocchi. La differenza è quello che in quel momento stai urlando. Quindi non c’è tantissima differenza tra Sex Pistols e Minutemen. Sì, io rivendico questa sorta di stile un po’ indefinibile che abbiamo noi, che se vuoi è croce e delizia, perché può facilitare in alcuni casi essere codificabili, per catturare un certo tipo di pubblico, ma a noi non interessa questo.
Continuate a portare avanti il vostro sound che è una perfetta e piacevolissima fusione tra post rock e math. Pensate che ci sia ancora un pubblico giovane pronto ad apprezzare queste sonorità o rimane una passione di noi ultra 50enni?
Massimo Mosca: Ne ho incontrato uno, è stato molto carino. Quando ero ragazzo il mio gruppo preferito erano i Germs, il cui simbolo è un cerchio, che ho tatuato sul gomito sinistro. Dopo un concerto un ragazzino di 19-20 anni mi ha detto: “È bellissimo quel tatuaggio che hai”. L’ho guardato e ho detto: “Quale tatuaggio?”. “Il cerchio!”. “Ah, il cerchio, ma lo sai qual è il cerchio?”. “Certo che lo so cos’è il cerchio, quello dell’unico disco dei Germs!”. Come lui, ogni tanto ai concerti ne incontriamo di giovani, per cui non dobbiamo smettere di suonare. Magari hanno meno appigli, perché alcune cose non le conoscono ancora o si sono persi delle fasi. Però la musica gli arriva lo stesso ed è un buono stimolo. Anzi, io trovo una buona motivazione nel suonare dal vivo proprio per cercare di entrare in empatia con le fasce più giovani, che forse mettono su dei gruppi adesso. Quando avevo la loro età, per me era così. Quando andavo a un concerto era stimolante e mi veniva voglia di mettermi a suonare. Quindi, se riusciamo a dare questa spinta a dei giovanissimi, la nostra funzione di musicisti è pienamente appagata, perché penso che ci debba essere un ricambio e il passaggio di testimone. Alcune esperienze sono morte nell’ambito della musica, perché l’approccio è mutato in intrattenimento. Quindi si dovrebbe tornare a quell’approccio e a quel tipo di esperienza, come quella che hai vissuto tu con i Fugazi, che è legata sia alla potenza del gruppo sia alla tua età. Trovo anche che c’è un pubblico che segue certi suoni e che rimane ancora piacevolmente colpito dai nostri concerti con la stessa attenzione e visceralità che avevo quando ero più giovane. È bellissimo quando si crea questo, e si sta creando molto con quest’ultimo disco. Trovo che la maggiore apertura di questo disco, caratterizzato da una minore introversione, dal fatto che sia meno immediato e un po’ più denso, un po’ più aperto, abbia fatto sì che ognuno ci si possa ritrovare. Non è un caso, infatti, che questo lavoro ci stia favorendo maggiormente, rispetto al passato, un contatto con la gente.
Cosa ha comportato all’economia del sound dei TSK l’arrivo di Sacha Tilotta, dato che è molto più giovane di voi?
Sergio Carlini: Partendo dal presupposto che la bellezza di questo mondo è che siamo tutti degli esseri unici, va da sé che lo è Sacha, come lo era Lorenzo, nel suo modo di approcciarsi alla musica, al suo modo di far “cantare la batteria”. L’impatto di Sacha è stato positivo e vigoroso e con lui in qualche modo siamo ripartiti. Ha un modo unico di interpretare la batteria. È stata una bella sfida, anche ritmicamente parlando. Sicuramente all’inizio questo cambio non è stato semplice. Ci abbiamo lavorato tantissimo tutti e tre, perché doveva integrarsi nel trio, che è una formazione tanto ristretta dove bisogna far funzionare gli strumenti in una certa coesione. Quindi tutti devono lavorare e fare in modo che ogni strumento sia efficiente al 100%, non c’è qualcuno che sta dietro.
Massimo Mosca: In realtà quello che ha portato subito è stata una grande potenza. Era molto più giovane di noi e aveva una foga e una passione che magari noi avevamo in maniera diversa, ma adesso è completamente a suo agio. Quando è arrivato è stato come se ci avesse shakerato improvvisamente, perché anche noi ci siamo dovuti adattare al suo stile, che era, se vogliamo, più “fugaziano” rispetto a quello di Lorenzo che era, forse, un po’ più jazzato. Lorenzo aveva un altro stile, magari più morbido e più leggero, ma allo stesso tempo un po’ più libero di suonare. Sacha era molto più “terreno”, quindi aveva una potenza vulcanica come Catania. Per cui ci siamo dovuti riadattare e quindi ci siamo dovuti conoscere. Adesso questo lo trovo come riscontro sia in quello che è stato scritto su quest’ultimo disco, sia in quello che ci dice la gente ai concerti.
Sergio Carlini: Non è soltanto potenza o metronomicità. Come diceva Massimo, Sacha crea un lirismo della batteria. Per ogni cosa ci vuole del tempo per esprimerla. Noi ce ne siamo presi un po’ per forza.
Quando incidete un disco, pubblicate tutte le canzoni o c’è qualche scarto?
Sergio Carlini: Generalmente abbiamo già in testa i pezzi che vogliamo registrare, raramente abbiamo avuto delle outtakes. Mi ricordo che abbiamo registrato due pezzi in più soltanto quando registrammo “Everyday Everyman” con Ian Burgess.
Massimo Mosca: Di solito andiamo in studio con i pezzi che vogliamo fare uscire per l’album. Anche perché nell’economia di una band come la nostra, il ticchettio del tempo che passa in studio lo senti e non puoi permetterti di sforare più di tanto. Hai quei giorni lì e sai che devi lavorare in quel modo. L’ultimo è stato fatto in cinque giorni.
Più o meno è il tempo che utilizzavate al Red House con David Lenci?
Massimo Mosca: Sì, una settimana circa anche con David. Al Red House eravamo come a casa. A David, che purtroppo non c’è più, dobbiamo praticamente tutto. Se non ci avesse dato credito all’inizio, se non ci avesse fatto registrare gratis nel suo primissimo studio, forse non avremmo continuato. Quindi gli dobbiamo tantissimo. Lo ricordo, perché è stata una persona speciale per noi. Un altro ricordo è per Steve Albini. Sono state due enormi perdite.
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L'articolo Three Second Kiss: “Oggi siamo più istintivi che mai. La nostra forza? Essere un classico senza tempo” proviene da Freak Out Magazine.
C’è un momento, nel percorso di un artista, in cui il suono si fa più essenziale e le parole pesano come macigni. Quel momento, per Alan Sparhawk, è adesso. Il cantante e chitarrista, anima della leggendaria band Low insieme alla compianta Mimi Parker, ha rotto il silenzio solista annunciando un nuovo tour e regalando al mondo due brani inediti: “JCMF” e “No More Darkness”.
Si tratta delle prime pubblicazioni soliste dopo l’album White Roses, My God del 2024, e rappresentano due facce della stessa medaglia: la rabbia profetica e la ricerca della pace interiore.
Il primo singolo, “JCMF”, è un brano che Sparhawk porta sul palco da oltre un anno e che ora trova la sua dimensione definitiva in studio. Musicalmente scarno e ipnotico, come solo il miglior songwriting di Low sapeva essere, il testo è una vera e propria invettiva spirituale. Il titolo è un acronimo che evoca la figura di Gesù, ma in una veste inedita: non il pastore misericordioso, ma il giudice che torna per punire i crudeli e risollevare i più deboli.
In un comunicato stampa, Sparhawk non ha nascosto l’attualità del messaggio:
“Sento che questa canzone è diventata un monito contro quella deriva fascista e autoritaria che alcuni leader mondiali stanno incarnando, e contro le persone che, accecate, li sostengono.”
Un pugno nello stomaco che trasforma la fede in resistenza.
Se “JCMF” è il temporale, “No More Darkness” è il sereno che lo segue. Ispirata da una celebre citazione del maestro David Lynch, la canzone è un inno alla scelta consapevole della luce. Il regista diceva: “Non combattere il buio. Non preoccuparti nemmeno del buio. Accendi la luce e il buio se ne va.”
“È il mio augurio per tutti, specialmente per chi si sente solo,” ha spiegato l’artista. Un promemoria potente: l’ottimismo non è ingenuità, ma una scelta di campo, a volte l’unica possibile.
La musica, per Sparhawk, non è solo arte ma anche azione. Una parte dei royalty generati da questi due nuovi brani sarà devoluta all’International Institute of Minnesota, un’organizzazione che da oltre un secolo supporta l’integrazione dei rifugiati e degli immigrati nello stato. Un gesto che lega il messaggio di accoglienza delle canzoni a un impatto reale sul territorio.
La primavera del 2025 vedrà Alan Sparhawk nuovamente in viaggio. Il tour supporterà il suo recente album collaborativo Alan Sparhawk With Trampled by Turtles, ma sul palco si presenterà con la sua band personale. Un’eccezione degna di nota è la data al festival Big Ears di Knoxville, dove si esibirà proprio insieme ai Trampled by Turtles per una performance che si preannuncia imperdibile.
Di seguito, le date del tour che toccherà l’Europa:
04 maggio Prague, Czechia – Cultural House Krakov
06 maggio Kortrijk, Belgium – Wilde Western
https://www.alansparhawk.com
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https://www.instagram.com/lowtheband/
https://alansparhawk.bandcamp.com/album/alan-sparhawk-solo-band
L'articolo Alan Sparhawk (Low) torna alla luce: nuovi singoli e tour. Spiritualità e posizione contro la deriva fascista e autoritaria proviene da Freak Out Magazine.
C’è un rischio, quando si parla degli Ye Vagabonds, che la critica corre da anni: quello di scambiare la delicatezza per profondità, la cura artigianale per visione, la quiete per maturità. All Tied Together, il nuovo album dei fratelli Mac Gloinn, è forse il punto in cui questo rischio diventa più evidente. È un disco impeccabile, elegante, registrato con una sensibilità quasi ascetica. Ma è anche un lavoro che, proprio nella sua compostezza, rivela un limite: la difficoltà di trasformare la propria poetica in qualcosa che davvero spinga avanti il discorso folk contemporaneo.
La scelta di pubblicare un album composto interamente da brani originali è, sulla carta, un gesto importante. Gli Ye Vagabonds hanno costruito la loro reputazione sulla capacità di abitare la tradizione senza museificarla, di farla risuonare nel presente. Ma qui, paradossalmente, l’abbandono del repertorio tradizionale non produce un salto creativo: produce un disco che sembra voler dimostrare una maturità già data per acquisita, senza però rischiare davvero.
La scrittura è pulita, controllata, a tratti fin troppo levigata. Le melodie scorrono con grazia, ma raramente sorprendono. È come se il duo avesse paura di disturbare l’equilibrio che li ha resi amati: un equilibrio che, però, rischia di diventare una gabbia.
Philip Weinrobe, noto per il suo lavoro con Big Thief, porta nel disco una produzione che privilegia l’intimità, la vicinanza, la registrazione “respirata”. È una scelta coerente, ma anche limitante. L’album sembra confinato in una stanza — la famosa casa di Galway — e non sempre in senso positivo. La sensazione è che tutto sia calibrato per non rompere l’incantesimo, per non introdurre elementi che possano disturbare la superficie.
Il risultato è un suono bellissimo, sì, ma anche prevedibile. Un’estetica che rischia di diventare formula.
Negli ultimi anni, la scena folk irlandese ha vissuto una trasformazione radicale. Lankum hanno portato il folk verso territori quasi industriali; Lisa O’Neill ha reinventato la figura della cantautrice come visionaria; John Francis Flynn ha trasformato il repertorio tradizionale in performance rituale. In questo contesto, la quiete degli Ye Vagabonds non appare più come un gesto controcorrente, ma come una scelta conservativa.
Non c’è nulla di male nel coltivare la delicatezza. Ma quando tutto intorno si muove, si deforma, si espande, la delicatezza rischia di diventare una forma di immobilità.
Temi come memoria, natura, perdita, casa — centrali nel disco — sono trattati con sensibilità, ma raramente con profondità. Le immagini sono evocative, ma spesso generiche. Le canzoni sembrano voler suggerire più che dire, evocare più che raccontare. È una poetica che funziona quando c’è un nucleo emotivo forte; qui, però, a volte sembra un modo per evitare il conflitto.
Young Again, ad esempio, è una riflessione sulla memoria che resta in superficie. Where the Heart Lies è una ballata impeccabile, ma che sembra scritta per confermare un’identità più che per esplorarla.
All Tied Together è un album che non commette errori. Non c’è un brano fuori posto, non c’è una scelta discutibile, non c’è un momento in cui il duo rischia davvero. È un disco che scorre con una grazia quasi ipnotica, ma che raramente scuote, sorprende, interroga.
La perfezione formale, qui, diventa un limite. Gli Ye Vagabonds sembrano aver raggiunto un punto della loro carriera in cui la loro estetica è così definita da diventare autoreferenziale. Il disco è bellissimo, sì — ma è anche prevedibile.
All Tied Together è un album che piacerà ai fan, che confermerà la reputazione del duo, che offrirà momenti di grande bellezza. Ma è anche un disco che non aggiunge molto al percorso degli Ye Vagabonds, né al discorso più ampio del folk contemporaneo.
È un’opera elegante, coerente, curata. Ma non è un’opera necessaria. E forse, per una band con il loro talento, questo è il limite più grande.
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All Tied Together by Ye Vagabonds
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Malinconia, vulnerabilità e un addio annunciato. Il panorama pop si prepara a salutare una delle sue voci più iconiche e sensibili. Lykke Li, l’artista svedese che ha scolpito il dolore in perle pop per oltre un decennio, ha ufficialmente svelato i dettagli di quello che sarà il suo canto del cigno: l’album The Afterparty.
Il disco, in uscita l’8 maggio via Neon Gold Records/Futures, arriva a tre anni di distanza dall’intimo e sperimentale EYEYE (2022). Ma se EYEYE era un’esplorazione claustrofobica e minimalista dell’amore, The Afterparty promette di essere un affresco molto più ampio e orchestrale, registrato a Stoccolma con una formazione di 17 elementi e, come descritto dalla stessa artista in un comunicato stampa, l’ausilio di “bongo apocalittici”.
Il concept del nuovo lavoro sembra andare in direzione opposta alle mode contemporanee del benessere e della crescita personale. In un’era ossessionata dal “proprio io superiore”, Lykke Li fa una scelta controcorrente e visceralmente onesta.
“Viviamo in un momento in cui tutti parlano del loro ‘higher self’. Ma fanculo” ha dichiarato l’artista. “Questo è un album che ha a che fare con il tuo io più basso: il bisogno di vendetta, la vergogna, la disperazione.”
Il primo assaggio di questo viaggio nelle tenebre è il singolo “Lucky Again“, già disponibile sulle piattaforme digitali. Il brano campiona abilmente il lavoro del compositore Max Richter, creando un tappeto sonoro che oscilla tra la classica malinconia e una nuova, cupa grandiosità.
La notizia che ha scosso i fan, però, è arrivata durante un listening party a Los Angeles, Lykke Li ha lasciato intendere che questo capitolo potrebbe essere l’ultimo della sua carriera discografica, definendolo “il mio sesto album, e forse il mio ultimo“.
Se confermato, si chiude un cerchio iniziato nel 2008 con l’esordio Youth Novels. In quasi vent’anni, Lykke Li ha ridefinito i contorni del pop malinconico, passando dai battiti spezzati di Wounded Rhymes (2011) alle atmosfere eteree di I Never Learn (2014), fino alla rinascita pop di so sad so sex (2018).
Prima di abbassare il sipario, Lykke Li porterà The Afterparty dal vivo con una serie di date evento. L’estate la vedrà protagonista sui palchi dei festival e in alcune collaborazioni di lusso: ad aprile sarà in scena al Coachella, a maggio a Londra con Wolf Alice e a giugno a Città del Messico insieme alla regina del pop scandinavo, Robyn.
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The Slackers, colonne della scena ska e reggae newyorkese, trasformano la consapevolezza della rinascita in arte.
La storica band ha appena svelato il video del nuovo singolo “Hold On“, estratto dall’EP Money is King su Pirates Press Records. Diretto da Kathryn Evangeline Adams e Arthur Leon Adams III per Rock and Roll Creative, il filmato è un’estensione emotiva del brano.
“Hold On” è un messaggio nella bottiglia della modernità, fatta di connessioni virtuali e solitudini reali. Scritto dal trombonista Glen Pine, ci ricorda l’importanza di prenderci cura degli altri. Un semplice “come stai?” può fare la differenza.
Lo stesso Pine ha condiviso il significato profondo del pezzo:
“Ehi tu. Come stai? Non si vede in giro. Stai bene? So che le cose sono state difficili. Il passato che bussa alla porta. Fa schifo, tutto quanto. Ma devi sapere che ti vogliamo bene. Passerò a casa tua più tardi. Il bussare che sentirai è il Presente, e arriva con sorrisi e risate. Ce la puoi fare, amico mio.”
Questa è l’essenza di “Hold On”: un inno alla resilienza che nasce dalla comunità, dall’amicizia, da quel legame invisibile che ci tiene ancorati alla vita.
Dopo il successo di Don’t Let the Sunlight Fool Ya (2022), gli Slackers tornano con cinque tracce che fotografano le contraddizioni contemporanee. Quattro brani originali sono scritti da diversi membri della band, ognuno con la propria prospettiva, cuciti insieme dalla chimica inconfondibile del gruppo.
La title track è una perla: cover di “Money is King” scritta nel 1935 dal calypsonian “Growling Tiger”. Un testo di inquietante attualità: “Se un uomo ha soldi, non importa se è il diavolo in persona.”
Registrato in New Jersey, mixato in Brasile dal premio Victor Rice, l’EP è disponibile in vinile colorato 12″ con artwork stampato direttamente sul lato B. Per collezionisti e appassionati.
A fine 2025 è uscita anche la raccolta di rarità Lost & Found Vol 2. Dopo lo “SlackFest” in Messico, la band si prepara a un 2026 ricco di tour tra USA, Canada mentre in Europa arriverà a fine settembre 2026 partendo il 24 da Hannoverper finire, dopo 20 tappe, il 25 ottobre a Berlino. L’Italia non è contemplata.
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